Questa mattina, 2 aprile 2026, nella basilica patriarcale di Aquileia, l’Amministratore Apostolico di Gorizia, monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli, ha presieduto la Messa crismale.
Il Vangelo della Messa del crisma ci ripropone ogni anno le parole con cui Gesù inaugura il suo ministero pubblico: potremmo definirle il suo manifesto, il suo programma, il suo progetto. In realtà il tutto si riassume in una parola: “missione”. Una missione in cui c’è qualcuno che invia, ossia “lo Spirito del Signore”; l’inviato è Gesù stesso che attribuisce a sé le parole del profeta Isaia ascoltate nella prima lettura; l’oggetto della missione è l’annuncio della liberazione e dell’anno di grazia; i destinatari sono i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi.
Perché la Chiesa ci fa proclamare questo Vangelo? Indubbiamente perché esso è legato al tema dell’unzione («mi ha consacrato con l’unzione») e quindi al rito con il quale tra poco gli oli verranno benedetti e il crisma consacrato, ma ancora di più perché, in questa celebrazione dove i presbiteri rinnovano le loro promesse, è loro affidata la stessa missione di Gesù. Una missione che riguarda certamente ogni cristiano in forza del battesimo, ma in modo speciale chi è chiamato a dedicarvi a tempo pieno la propria vita. Dobbiamo allora ancora una volta riflettere sulla missione che ci è stata consegnata. Vorrei farlo con voi, quest’oggi, sotto un particolare profilo, ossia la missione in un tempo di transizione.
Mi pare evidente che stiamo vivendo un tempo di passaggio. Anzitutto come Chiesa di Gorizia, nel passaggio da un arcivescovo a un altro, anche se non c’è stata ancora la nomina del nuovo. Un tempo che ha una sua grazia, che il Signore ci dona e che non dobbiamo trascurare. Ho già offerto alcune settimane fa, nell’assemblea diocesana, alcune indicazioni per vivere questo periodo non come un tempo vuoto, ma come un tempo propizio e impegnato. Non ritorno su quanto detto allora, ma potete riprenderlo personalmente e anche con le vostre comunità. Mi soffermo, invece, su due aspetti che ritengo importanti per il presbiterio e che vorrei fossero approfonditi e vissuti in questo tempo.
Il primo è quello dell’appartenenza a questa Chiesa particolare. L’incardinazione non è un fatto burocratico, una specie di iscrizione, ma dice un legame preciso con un vescovo, un presbiterio, una Chiesa. Naturalmente il prete non può pensarsi in termini localistici: la Chiesa è cattolica e il presbitero è prete dappertutto e non solo nella diocesi in cui è incardinato o nella parrocchia o unità pastorale o in altro ambito che è chiamato a servire su incarico del vescovo e in comunione con l’intero presbiterio. La missione del presbitero, infatti, ha sempre un respiro universale, come sottolinea più volte il Concilio Vaticano II nel decreto Presbyterorum ordinis. Resta, però, vero che il prete non può essere vagans, ma deve appartenere a una Chiesa e a un presbiterio.
Una Chiesa da conoscere, da stimare, da amare in tutte le sue componenti e in tutte le sue realtà e nella sua specificità. Senza cadere nella retorica, è certo che questa Chiesa di Gorizia ha delle sue peculiarità per origine, storia, lingue e culture che la rendono davvero speciale. L’essere qui a celebrare la Messa del Crisma in questa splendida basilica ne è un segno assolutamente eloquente.
Un presbiterio, formato da tutti i presbiteri che servono questa Chiesa con il vescovo, dove la comunanza di vocazione e di missione dovrebbe rendere ancora più ovvia e stringente la conoscenza, la stima e l’amore reciproco. Un impegno che esiste e va continuato curando maggiormente alcuni aspetti. Gli incontri vissuti negli scorsi mesi per fasce di età hanno evidenziato, per esempio, la necessità per tutti di avere ancora più cura della propria vita spirituale e di aiutarsi reciprocamente in questo, ritrovando nel rapporto col Signore il cuore della missione, e anche la necessità di superare la tendenza a colpevolizzarci personalmente e reciprocamente imparando invece a essere più positivi nella vicinanza e nella stima reciproca.
Da parte mia sono molto riconoscente al Signore di essere stato vescovo di questa Chiesa e di avere percorso con voi un significativo tratto di strada, dentro le gioie e le fatiche di ogni giorno, con il sostegno della vostra fede e l’esempio della vostra vita spesa a servizio di Cristo e del Vangelo (ricordo in modo particolare anche coloro che sono ormai presso il Signore). La riconoscenza va quindi anche a ciascuno di voi, oltre che ai diaconi, ai consacrati e alle consacrate e a tutti i fedeli laici, soprattutto coloro – e sono davvero molti – che più si impegnano nel servizio di questa Chiesa e nella testimonianza nella società.
Un secondo aspetto, che merita essere approfondito nei momenti di cambiamento delle persone all’interno di una Chiesa, è quello dell’incarnazione, dell’umanità della Chiesa. Il mistero dell’incarnazione non riguarda solo il Figlio di Dio divenuto uomo, ma l’intero Corpo di Cristo, che è la Chiesa. E come il Figlio si è incarnato in un uomo concreto, in un momento preciso della storia, con una lingua, una cultura, un’educazione, un modo di vedere, ecc. così anche nella Chiesa tutti non possono essere che se stessi, con le proprie caratteristiche, compreso chi svolge un ministero particolare, fosse anche quello di Sommo Pontefice. Il futuro vescovo non potrà che avere la propria faccia, la propria storia, la propria cultura, la propria sensibilità, persino la propria fede, compresi anche doti e limiti di carattere. Va accolto così, come occorrerà chiedergli di accoglierci così come siamo. È il fascino e talvolta la fatica del mistero dell’incarnazione, ma dice quanto il Signore si fida della nostra umanità e, in particolare, della nostra libertà e responsabilità.
Riprendo il tema della missione in un tempo di transizione, ma questa volta vorrei riferirmi alla transizione della Chiesa intera, in particolare quella occidentale e in specie quella italiana. La settimana scorsa ho partecipato al Consiglio permanente della CEI. Mi hanno colpito alcuni temi affrontati. Anzitutto la ricerca faticosa delle priorità, delle scelte su cui puntare in questi anni partendo dalle 124 proposizioni contenute nel documento finale del cammino sinodale italiano. Da dove cominciare quando tutto sembra importante e anzi ci sono degli aspetti significativi che forse sono stati trascurati (diversi vescovi, per esempio, hanno sottolineato la dimenticanza del tema “cultura”)? Ma anche trovate le priorità, chi le porta avanti in un tempo dove diminuiscono i fedeli, i preti rischiano di essere oberati e demotivati, i laici disponibili sono pochi?
A proposito della situazione attuale, un vescovo, sempre durante il Consiglio permanente, ha citato la famosa “profezia” dell’allora teologo Ratzinger esposta in una trasmissione radiofonica nel 1969. Penso ne abbiate sentito parlare. Ne cito alcuni passaggi: «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica. Sarà una Chiesa più spirituale … La Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte». A essere sincero, mentre ascoltavo dal vescovo la citazione di Ratzinger mi è venuto spontaneo pensare: ma sarà così, o la Chiesa in decadenza che ha perso l’entusiasmo della fede si ridurrà sì a piccoli gruppi ma tutt’altro che convinti e missionari, quanto piuttosto tristi e demotivati? Forse sono troppo pessimista…
In ogni caso è in questa transizione di Chiesa, non facile anche perché facciamo fatica persino a dare un nome ai problemi e a individuare le soluzioni utili e sagge, il luogo dove noi siamo chiamati a vivere la missione, ognuno nel suo ambito. E se il Signore ci ha chiamati a vivere oggi e a essere oggi presbiteri (e vescovi), vuol dire che ci darà anche la grazia per testimoniare e annunciare il Vangelo qui e ora.
Accenno da ultimo – solo proprio qualche parola – a un’altra transizione in cui ci troviamo, quella del mondo odierno, contrassegnato da guerre, conflitti, crisi. Domenica scorsa citavo un’altra profezia “papale”, in questo caso di papa Francesco, circa la terza guerra mondiale combattuta a pezzi: profezia che sta per essere superata, visto che i pezzi si stanno pericolosamente congiungendo. Che cosa vuol dire vivere la nostra missione in questo contesto? Probabilmente dobbiamo riprendere, oltre che la preghiera per la pace, i valori evangelici e umani della pace, della riconciliazione, dell’accoglienza dell’altro anche se diverso per lingua, cultura e fede, del perdono, del rispetto, della dignità, della libertà, dell’amore. E affrontare un serio lavoro formativo a questi valori, che impegni noi stessi e le nostre comunità, in particolare a favore delle nuove generazioni e di chi ha l’onore e l’onere della responsabilità del bene comune.
Concludo invitando a invocare in questa Eucaristia il dono dello Spirito affinché possiamo vivere pienamente la missione che ci è stata affidata in questo tempo di transizione.
+ Carlo Roberto Maria Redaelli
