“Una Sposa ricca di tante doti!”

Sono giorni intensi per monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli. Fra poco più di una settimana, domenica 12 luglio, consegnerà il pastorale e quindi idealmente la responsabilità di essere pastore della Chiesa isontina al nuovo arcivescovo di Gorizia, mons. Giampaolo Dianin terminando nell’incarico di Amministratore apostolico. Prima, però, ci sarà l’occasione per salutare i fedeli ed il presbiterio diocesano domenica 5 luglio durante la concelebrazione eucaristica delle 19 in cattedrale. Lo abbiamo incontrato in episcopio, in quella che è stata la sua casa negli ultimi 14 anni.

“Vieni ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello”. Nel Suo primo messaggio alla diocesi, giovedì 28 maggio 2012, Lei si presentò partendo da questa frase dell’Apocalisse, posta sotto il Suo stemma ed incisa sul Suo pastorale. Con quelle parole, Lei sottolineava che il vescovo è contemporaneamente “dalla parte della Sposa ma anche dello Sposo”. Che Sposa è stata, sino ad oggi per Lei, la Chiesa di Gorizia?

È stata una Sposa che ha saputo manifestare la bellezza della Chiesa.
In tutte le realtà ecclesiali non mancano luci ed ombre ma la scelta del motto voleva anzitutto sottolineare una situazione di bellezza: c’è una sposa che si sta preparando ed anche se non ci sono ancora le nozze c’è già un cammino in atto.
Sicuramente la Chiesa di Gorizia presenta degli aspetti molto interessanti che hanno saputo esprimersi durante il mio episcopato e non mancheranno di farlo anche in quello di monsignor Giampaolo. Fra i tanti possibili, sottolineerei la sensibilità caritativa della comunità diocesana ma anche la dedizione dei sacerdoti, la capacità di affrontare positivamente la storia con tutte le sue implicazioni e di vivere il dialogo inter- culturale tra le diverse espressioni linguistiche e sensibilità. E tutto questo senza dimenticare il richiamo costante a quelle radici che trovano la propria linfa nella testimonianza della Chiesa di Aquileia.
Quindi una Sposa magari non perfetta ma ricca di tante doti!

Lei aveva annunciato la costituzione delle Unità pastorali sottolineando che questa scelta – in parte dipendente anche dal calo numerico e dall’invecchiamento dei sacerdoti – aveva alla propria base una ben precisa idea preminente: unendo più parrocchie, affidate ad un’équipe comprendente sacerdoti, diaconi, religiosi e magari in futuro laici, si poteva dare vita ad uno stile pastorale più aperto, più collaborativo, più missionario, più ministeriale, più capace di incidere in ambito sociale e culturale. Dopo 8 anni dall’avvio “ufficiale” di questa esperienza, possiamo trarre un bilancio? Quali gli aspetti positivi e quali le problematicità che rimangono da affrontare?

Dal mio nuovo osservatorio del Dicastero del Clero a Roma, sto vedendo come in diverse parti del mondo (soprattutto in Occidente) vi sia un ripensamento sul modo di considerare la presenza della Chiesa nel territorio.
Il modello “parrocchia” sostanzialmente basato per intero sul parroco non è più proponibile.
Il problema è che non è facile trovare un nuovo riferimento alternativo che risponda a tutte le aspettative: quello delle Unità pastorali è quindi uno fra i diversi tentativi possibili. Si tratta di un percorso dettato dalla necessità non tanto di “risparmiare” i sacerdoti quanto, piuttosto, di “ampliare” la comunità coinvolta, secondo la sottolineatura presentata da papa Francesco, confermata da papa Leone XIV e fatta propria dal cammino sinodale.
Quella che emerge è una ministerialità che non nasconde, non mette in ombra la responsabilità del sacerdote e quindi del parroco e del presbiterio ma che lo sollecita ad operare insieme ai diaconi, ai religiosi, a tutte le persone che si impegnano negli ambiti della pastorale (catechisti, ministri della Comunione, operatori della Carità…) condividendo questa visione d’insieme della pastorale della comunità.
Certamente in questi anni non sono mancate le fatiche ma mi pare che il cammino fatto abbia dato frutti positivi: ci siamo resi conto che tante iniziative, anche molto semplici, possono “riuscire meglio” se realizzate insieme. Un atteggiamento che non fa perdere l’identità alle singole comunità ma offre un respiro ed una visione più ampi.

Uno dei segni di speranza maturati in questi anni è rappresentato senz’altro dal numero di adulti che hanno intrapreso i percorsi dell’iniziazione cristiana per ricevere il sacramento del battesimo o quelli della comunione e della confermazione…

Guardando a questa bella esperienza, il primo dato positivo mi pare senz’altro sia offerto dal considerevole numero di adulti coinvolti. Certamente alcuni seguono questi percorsi perché chiamati ad essere padrini o madrine di qualche nipotino, altri magari perché si preparano a celebrare il proprio matrimonio in chiesa ed altri ancora per motivazioni di ricerca personale: tutti però si interrogano almeno un po’ sul senso della loro vita, sul significato di quello che stanno vivendo e ricercano se vi sia un fondamento, un qualcosa che va al di là delle fatiche, delle problematiche e delle gioie quotidiane.
La difficoltà, ne parlavo recentemente a Roma con un vescovo francese, è come reinserire o accogliere queste persone in comunità come le nostre che a volte sono abbastanza tradizionali e magari un po’ anziane: sono convinto che, un po’ alla volta, si possano individuare modalità di coinvolgimento per chi può offrire anche un rinnovamento alla nostre comunità e dall’altra parte ricevere da queste la capacità del vissuto nella quotidianità e nella fede.

“La Parola illumina, conforta, sostiene, anche rimprovera e fa assumere progressivamente il modo di vedere, di sentire, di giudicare, di agire di Gesù”. Così Lei, nella Lettera pastorale “Anche io mando voi” del 2018/2019 sollecitava la nascita nelle comunità dei Gruppi della Parola. Perché la Parola continua a mantenere inalterato il proprio fascino dopo 2000 anni? Ma come fare in modo che l’ascolto e la conoscenza delle pagine bibliche non diventi un semplice esercizio di conoscenza ma possa davvero incidere nella vita del singolo e delle comunità?

Certamente l’esperienza dei Gruppi della Parola è un qualcosa di molto importante. Vorrei, però, anche sottolineare il fatto che, visitando le parrocchie, mi sono reso conto di come prima di iniziare un incontro dei consigli pastorali o di qualunque nostra realtà ecclesiale, sia divenuta consolidata abitudine leggere il Vangelo del giorno. Questo diventa interessante perché ci porta a metterci in ascolto prima ancora di parlare: non cerchiamo noi la Parola del Signore ma accogliamo quella che la Chiesa ci offre in quella giornata. È un cambio di prospettiva fondamentale.
Il rapporto con la Parola, certamente magari supportata dagli studi biblici e dal sapere di persone competenti, può diventare progressivamente una familiarità capace di far acquisire al singolo ed alle comunità, la visione che Cristo ha e che ci ha trasmesso attraverso le pagine del Vangelo.
Penso sia un cammino positivo che è necessario continuare a percorrere con immutato entusiasmo!

A Redipuglia, nel settembre 2014, papa Francesco aveva parlato – ed era una delle prime volte – di “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi”. Partendo dalla storia di queste terre, il Suo episcopato è stato segnato da un’attenzione particolare al tema della pace e della guerra: un percorso di riflessione che partendo dalla Lettera “Egli è la nostra pace” (pubblicata in occasione dei 100 anni dall’inizio della prima guerra mondiale) si è idealmente concluso con il testo di “Gorizia città della pace al centro dell’Europa”. Dinanzi alle notizie che giungono da tutto il mondo è ancora possibile credere in un futuro di pace? Cosa può fare “il cristiano della domenica” per essere davvero costruttore di pace?

La situazione in cui il mondo si trova in questo momento è molto complessa ed agitata. Sono venuti meno quei principi (penso ad esempio alle norme del diritto internazionale) che magari non impedivano il sorgere di nuovi conflitti ma perlomeno erano un punto di riferimento nei rapporti fra gli Stati: permettevano di tutelare non solo gli interessi dei potenti ma anche quelli dei popoli e delle loro identità.
Non dobbiamo però perdere la speranza.
Il passato di Gorizia ci dice che la storia c’è e resta, le ferite ci sono e man mano possono progressivamente rimarginarsi ma c’è anche la possibilità di un cammino di riconciliazione. Quindi, senza nessuna pretesa, diventa importante anche il piccolo segno dato da un confine strano, artificiale, ingiusto che però può essere superato se si risulta capaci di vivere percorsi di riconciliazione.
Certamente questo atteggiamento va poi vissuto nella vita quotidiana: se una persona si impegna a pregare per la pace ma si pone in atteggiamento conflittuale in famiglia, nell’ambito sociale o nell’ambiente lavorativo non si può certamente dire che è un vero costruttore di pace.

Lei prima della celebrazione della Confermazione aveva scelto di incontrare i cresimandi e di farsi scrivere da loro. Come si rapporta al sacro la loro generazione? Cosa scrivevano al vescovo?

Devo confessare che le lettere che i ragazzi mi scrivevano sono sempre state motivo di meraviglia per la loro profondità. Quattordicenni, tredicenni, dodicenni… sentono sempre come importante il rapporto con Dio. Magari non hanno la perseveranza di frequentare tutte le domeniche la messa (soprattutto se devono studiare o hanno la partita o gli allenamenti) ma al vescovo raccontavano l’esistenza del loro rapporto con Dio e la loro voglia di conoscere il Vangelo.
Quello che emergeva era il desiderio di provare comunque la presenza del Signore nella propria vita e quindi di avere uno stile di vita cristiano magari nell’attenzione e nel servizio agli altri. In loro probabilmente più che il rapporto con il sacro viene in rilievo il rapporto con il Signore.
In occasione della Cresima, poi, la richiesta è quella di poter ricevere e far fruttare davvero i doni dello Spirito Santo. Colpisce la loro consapevolezza di quale dono specifico chiedere: alcuni facevano riferimento in modo particolare, ad esempio, al dono dell’intelletto per riuscire a capire la realtà e comprendere quali scelte giuste compiere, altri magari a quello della fortezza per essere sosstenuti in momenti di particolare fatica…

Anche per i Suoi impegni a livello di Caritas triveneta e nazionale, Lei ha avuto frequenti contatti con il mondo carcerario. Cosa insegna questa realtà al vescovo e quanto la comunità diocesana riesce a sentire il carcere come un qualcosa di non estraneo alla propria fede? La giustizia riparativa rimane una chimera?

Quello del carcere è un mondo particolare verso cui deve esserci non solo l’attenzione del vescovo ma di tutta la comunità. E questo interesse l’ho trovato anche in tante persone non esplicitamente connotate dal punto di vista religioso ma che si rendono conto di come quella carceraria non possa essere considerata e trattata come realtà da relegare al margine della società.
A Gorizia, fra l’altro, abbiamo la fortuna di avere il carcere in mezzo alla città e questo può aiutarci a non dimenticare che ci sono tanti volontari che oltrepassano il portone di via Barzellini: lo fanno perchè i reclusi non vengano e non si sentano esclusi dalla vita civile cercando di dare attuazione al dettato della Costituzione italiana quando sollecita un cammino perlomeno di ripresa ma anche di riconciliazione.
Quello della giustizia riparativa è un tema molto delicato anche perché bisogna trovare le formule giuste. L’incontro fra chi ha commesso un reato e chi ne è stato vittima presenta sempre un carico di difficoltà, di pensieri, di rivendicazione così forte che non può ridursi ad un automatismo: va preparato e non improvvisato.
Durante il Giubileo dei detenuti che abbiamo vissuto a Roma l’anno scorso, ci sono state portate esperienze di incontro dei detenuti non con le proprie ma con altre vittime di reati. In questo modo si oggettiva maggiormente il rapporto con chi ha subito un reato e questo può facilitare un cammino che è sempre lungo ma non bisogna stancarsi di percorrere.
Il carcere deve essere sempre considerata non un’isola lontana e chiusa in se stessa quanto piuttosto una parte fondamentale della nostra società: fra queste due realtà esiste un rapporto osmotico che non si può pensare di interrompere semplicemente chiudendo un cancello e buttando via la chiave.

In questi anni di episcopato la questione immigrati ha interpellato la Chiesa diocesana: penso, solo per fare alcuni esempi, alla situazione venutasi a creare nella galleria “Bombi”, alla tenda allestita al “Contavalle”, ai locali messi a disposizione per affrontare l’emergenza freddo, al dormitorio di Piazzutta, ai container posizionati al San Giuseppe. Possiamo dire che la comunità diocesana è stata chiamata ripetutamente ad un ruolo di supplenza rispetto quelle istituzioni a cui l’accoglienza sarebbe demandata: perché non si riesce ad uscire da questa situazione? Quali le motivazioni di questa assenza dinanzi ad un fenomeno che ormai non è più emergenza ma abitudine?

Penso che le istituzioni dovrebbero interessarsi a queste realtà al di là a volte dei limiti legati anche alle scelte personali. Ci si scontra troppo spesso con un quadro legislativo normativo italiano che non funziona e che scelte come quelle operate dalla Bossi-Fini non hanno certo favorito. Esiste un paradosso che in qualche modo va superato: da una parte in Italia c’è sempre più bisogno di manodopera anche straniera e dall’altra, però, non si riesce a gestirla dando precise e durature garanzie a queste persone tali da consentire a loro e alle loro famiglie una vita dignitosa.
Fortunatamente i segni di speranza non mancano anche qui da noi. Penso, ad esempio, al gruppo di lavoratori cristiani – copti giunti a Monfalcone grazie al “Piano Mattei”: quando sono arrivati nel nostro Paese avevano già studiato la lingua italiana a Il Cairo nelle scuole gestite dai salesiani e potevano contare sulla certezza di un contratto di lavoro e di un’abitazione. Questa, piuttosto che l’eccezione, dovrebbe essere la regola.
Non dovrebbe mancare mai l’impegno ad accogliere chi si trova in difficoltà, e magari rischia la vita, nei propri Paesi: a livello europeo adesso si sta chiedendo ai talebani di riprendersi gli afghani che vengono considerati “irregolari” dall’Unione. Se non hanno diritto queste persone, dopo tutto quello che hanno sopportato, alla protezione internazionale, chi può avercelo?

Come conciliare accoglienza e legalità?

Intanto bisogna ricordare che la legalità vale per chiunque si trovi in Italia, si tratti di cittadino italiano o straniero. A chi giunge nel nostro Paese vanno proposti percorsi di accoglienza e richiesta quella serietà nei comportamenti pretesa da tutti i cittadini nel rispetto delle regole. Lo sfruttamento di immigrati è avvenuto indifferentemente sia da parte degli italiani che dei loro conterranei, come ci hanno evidenziato anche recenti fatti di cronaca. È questo è un dato su cui riflettere…

Cosa ha insegnato il Covid-19 alla Chiesa?

Confrontandomi in Dicastero con vescovi provenienti da varie parti del mondo ho verificato come la pandemia, oltre ad avere prodotto l’impressionante numero di lutti che conosciamo, ha avuto effetti le cui conseguenze ancora sentiamo: ha creato difficoltà economiche e lavorative, ha bloccato le attività, ha scoraggiato le persone ed in qualche maniera anche “impigrito” a volte la Chiesa. La ripresa non è stata quindi per niente facile e non ha permesso ancora di ripristinare quello che c’era “prima”.
Il Covid-19 ci ha insegnato, però, che anche in situazioni eccezionali, la fede non deve venire meno: è importante mantenere il legame con le persone ma anche con la preghiera e la celebrazione dei sacramenti. Tutto questo ci dice che in ogni situazione il Signore c’è e ci può suggerire come agire.

Lei ha insistito perché si parlasse dell’impegno di costruire una Capitale della cultura europea. Nell’ultimo decennio, l’idea di Europa unita ha dovuto cedere il passo all’ondata dilagante di populismi e sovranismi. Cosa può insegnare all’Europa oggi la storia della Chiesa di Aquileia che seppe fare dell’incontro e dell’apertura il dato caratteristico del suo essere?

Certamente numerosi Stati europei hanno deciso di camminare insieme dopo la seconda guerra mondiale proprio perché il nostro Continente era stato travolto da una tragedia che nessuno voleva si ripetesse: a questa esigenza si sono aggiunti, però, i comuni interessi economici e la condivisione di valori.
Il rischio, ora, è che gli unici punti condivisi siano quelli economici o, al massimo, di difesa.
In verità dobbiamo ripartire da quei valori che 70 anni fa portarono alla nascita della Comunità europea e che, a ben vedere, Aquileia ha proposto nella sua storia e può continuare a proporre.
I valori non sono realtà temporanee o fine a se stesse: il fatto che in ambito europeo ogni cittadino abbia gli stessi diritti ma anche gli stessi doveri proprio in quanto cittadino vuol dire tenere conto delle diversità, delle sensibilità culturali, delle storie, delle memorie…
Proprio vivendo in una diocesi di confine mi sono reso conto che la memoria dei popoli è molto più lunga di quella delle persone: le sensibilità, le emozioni diverse vanno rispettate.
Se l’Europa saprà ritrovare anche solo parte dei suoi valori fondamentali saprà anche presentarsi in maniera unitaria nel panorama internazionale.
L’aspetto democratico non è solo legato all’espressione del voto ma è condivisione ed educazione continua a determinati valori condivisi…

Cosa porta nel Dicastero del Clero della sua esperienza goriziana?

Porto innanzitutto l’esperienza maturata in campo pastorale, a Milano prima ed a Gorizia dopo. Nel Dicastero del Clero si incontrano tante situazioni attraverso i documenti che ci giungono da tutte le parti del mondo o tramite il racconto dei vescovi che incontriamo.
È importante riuscire a rendersi conto che al di là di quei documenti ci sono delle persone come ad esempio sacerdoti, diaconi, seminaristi in formazione o parrocchie che devono ripensare la loro presenza: l’esperienza pastorale aiuta a vedere le cose non solo dal punto di vista della carta o della norma ma da quello di una Chiesa viva.
Pur con tutti i limiti della mia esperienza vedo che questo mi aiuta a considerare le questioni in maniera più completa e più attenta al cammino concreto e vivo della Chiesa.

Un’ultima domanda. Quale augurio rivolgerà a mons. Giampaolo nel momento in cui il 12 luglio gli consegnerà il pastorale?

Penso che l’augurio sia quello più volte espresso da papa Francesco: essere pastore che sa stare davanti per indicare la strada ma sa porsi anche in mezzo alla gente.
Mi pare che queste immagini evidenzino molto bene l’impegno così molteplice a cui il vescovo è chiamato: adattarsi al popolo in cui è inserito e sentirsi parte dello stesso sapendo però di esserne chiamato a farsi guida nel servizio.

A cura di Mauro Ungaro

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2 Luglio 2026