Domenica 9 agosto 2026 l’arcivescovo Giampaolo ha celebrato la messa nella XIX domenica del Tempo ordinario dell’anno A nella chiesa di San Tommaso a Perteole.
La scena del Vangelo riguarda tutti noi perché è una foto molto realista della nostra esistenza umana e cristiana. Un mare in tempesta, una piccola barca sbattuta dalle onde e dal vento, la nostra paura, la preghiera perché il Signore ci aiuti e il senso di solitudine perché Lui non si fa sentire. È la parabola della vita che fa i conti prima o poi col mare in tempesta delle fatiche e delle prove.
Ciò che colpisce anzitutto è l’assenza di Gesù. Lui è sul monte a pregare mentre i discepoli si trovano sul lago in burrasca. Arriva da loro all’alba. Perché non arriva prima, perché non arriva subito?
Quando ci succede qualcosa di doloroso noi vorremmo che lui venisse subito ai primi cenni di fatica e di paura. Ma Gesù sembra non avere fretta. Qualcosa di analogo capiterà quando gli dicono che Lazzaro sta morendo e Gesù aspetta tre giorni prima di partire.
I tempi di Dio non sono i nostri, e con questa attesa Lui ci educa a crescere nella fede, nella fiducia, nell’abbandono ma anche a credere nelle nostre possibilità. Anche un genitore che rispondesse subito alle pretese di un figlio alla fine non farebbe il suo bene ma gli darebbe una visione distorta della vita. La vita non è tutto e subito.
Eppure Gesù non è assente, né lontano ma è con loro. Quegli uomini sulla barca sono i suoi amici più cari, sono coloro che lui ha scelto; ma Gesù non si sostituisce a loro, non li toglie dalla tempesta ma li sostiene dentro quella tempesta. In un altro testo simile Gesù dorme mentre la barca è agitata dal vento.
Gesù non è un genitore che fa i compiti al posto del figlio, Dio crede nell’uomo e lascia che costruisca la storia con le sue mani. È vero che c’è la tempesta, ma c’è anche la forza dei rematori, la tenacia del timoniere, il coraggio dei marinai.
Al profeta Elia impaurito Dio non si fa presente come colui che gli toglie il problema,ma come quel vento leggere che lo consola e gli dà forza e sicurezza per tornare a lottare.
Alla fine Gesù si presenta come colui che è con loro dentro quel mare, non come colui che si sostituisce a loro.
In questo contesto emerge la figura intensa e così umana di Pietro. Pietro fa due domande a Gesù, una giusta e una sbagliata: «Signore che io venga da te», è la domanda di ogni credente. Il credente è colui che va dietro a Gesù e sappiamo che questa sequela porta anche alla croce.
L’altra domanda: «Signore che io venga da te camminando sulle acque», è una domanda sbagliata, che ha la pretesa del miracolo, della prova certa della sua presenza, di un agire prodigioso, potente. Potrei fidarmi ma tu dammi la prova certa che lo posso fare. Ma le cose non funzionano così con Gesù; lui ci chiede di credere, di fidarsi, di seguirlo. Il resto viene dopo.
Gesù tuttavia accetta la sfida di Pietro e gli dice di lanciarsi a camminare sulle acque. E mentre Pietro ha lo sguardo fisso su Gesùriesce a camminare sulle acque; ma quando abbassa lo sguardo e comincia a pensare all’acqua, alla tempesta, dubita e affonda.
Quando guardiamo al Signore ci sembra di poter affrontare tutto; quando guardiamo ai nostri problemi ci sembrano insuperabili.
Alla fine Pietro fa la terza e più vera delle domande che è una preghiera: «Signore salvami» e con questa domanda arriva la mano ferma del Signore che afferra Pietro. Nelle fatiche e nelle prove, quando ci sembra di affondare c’è una mano ferma che ci afferra.
Questa è anche la nostra fede: vogliamo seguire Gesù, vorremmo avere una prova assoluta, sperimentiamo la nostra fragilità.
Le parole che ci danno pace e serenità sono quelle di Gesù e di Pietro: “Sono io non abbiate paura!”
E poi le parole di Pietro. Sono le parole vere e nude della fede: “Signore salvami”. L’invocazione di Pietro ci regala la mano ferma di Gesù che lo tiene e gli impedisce di affondare. Ci riconosciamo in Pietro, nelle sue alte professioni di fede e nei suoi dubbi, nella sua forza e nella sua fragilità. E capiamo che non ci servono i miracoli ma solo lo sguardo fisso su di lui più che sui nostri problemi e ci serve la sua mano forte che ci tenga stretti.
+ vescovo Giampaolo
