Per le liturgie di Aquileia e Gorizia, il giorno del suo ingresso in diocesi, monsignor Dianin – come già i suoi predecessori – utilizzerà alcuni oggetti particolarmente preziosi la cui storia è strettamente legata a quella della nostra Arcidiocesi.
Ne presentiamo quattro ai nostri lettori secondo le caratteristiche descritte dal compianto prof. Sergio Tavano nel volume “Aquileia e Gorizia. Un tesoro in comune” edito nel 1993 dalle Arti Grafiche Friulane.
Croce dei Principi
L’imponente croce dei Principi, magna crux, – che verrà presentata dal decano del Capitolo al bacio dell’arcivescovo all’entrata in chiesa secondo quanto prescritto dal Caerimoniale Episcoporum – risale al XIV e viene attribuita ad un orafo attivo nell’area del Patriarcato di Aquileia.
Secondo Tavano essa è forse identificabile con una delle due croci inventariate nel 1358-1378 (Joppi, 1884-1886, p. 59): “una magna crux cum crucifixo argenteo deaurata et certis lapidibus contrafactis que in solemnitatibus in altari reponitur”. Due grosse aste cilindriche in argento congiunte su pesante anima lignea formano lo strumento del martirio: non si tratta delle consuete tavole sovrapposte a croce bensì di due massicci tronchi d’albero in argento sbalzato che, con estrema adesione al vero e richiami alla coeva plastica lignea, imitano le protuberanze, le nodosità naturali dei rami e terminano con un taglio che pare prodotto dal colpo di un’accetta. Un motivo decorativo naturalistico a larghe, frastagliate foglie pentalobate si compone in fitte frasche, in rami e girali frondosi; sbalzato a lieve rilievo sul fondo battuto e puntinato, avvolge tutta la superficie della croce. L’insieme rimanda all’idea del Lignum vitae e al tipo della croce a nodi. Il Christus patiens a tutto tondo, dall’esile corpo teso dalla rigidità della morte e drammaticamente isolato sulla croce, che reca un nimbo gemmato, si propone come opera di elevata qualità seppur impacci e incertezze pervadano la resa anatomica del Corpus. Il vigoroso espressionismo dei modelli d’oltralpe si traduce in una dura ma potente immagine di sofferenza, riflessa nel corpo rinsecchito e spigoloso, simile a quello dei crocifissi lignei, nella estrema tensione di nervi e muscoli delle braccia sottili trattenute solo dai chiodi, nell’incavo del torace e nel rilievo patetico delle coste, nella molle e angolosa panneggiatura del perizoma che scende fino alle ginocchia scoprendo le gambe costrette l’una sull’altra dall’unico, grosso chiodo quadrangolare infitto sui piedi, e soprattutto nella testa crollata in avanti, sul petto, maschera di dolore atroce resa più inquietante dalla scarna modellazione del volto.
Giustamente Swoboda vi ravvisava analogie con la fisionomia dell’Ermagora nel busto – reliquiario del 1340 (1906, pp. 133-134). E ciò vuol dire anche un influsso dei modi dell’Italia centrale, di Siena innanzitutto. Sebbene adattata al diverso soggetto, una matrice comune sembra ispirare la linea tesa delle sopracciglia corrugate, che si congiungono alla radice del naso lungo e affilato, le tre rughe orizzontali e parallele increspate sulla fronte, la pronunciata fossetta del sottosetto che corrisponde all’incavo del corrugamento frontale, le ampie occhiaie e gli alti zigomi. I modi dell’Italia centrosettentrionale e gli stilemi medioeuropei continuano a incontrarsi in un’opera che potrebbe essere stata eseguita da un orafo attivo in qualche centro importante dello stato patriarcale.
Il Pastorale degli Stati provinciali
Il pastorale che l’arcivescovo utilizzerà durante la liturgia in cattedrale è il cosiddetto “Pastorale degli Stati provinciali” ed è costituito da tre segmenti avvitabili.
I due segmenti dell’asta, a sezione circolare, sono d’argento fuso, lisci, decorati entrambi
da un semplice collarino bombato a metà altezza. Il terzo segmento, d’argento dorato, si innesta con un nodo lievemente schiacciato, segnato verticalmente da nervature appena rilevate. Un nodo, simile nella forma, ma di maggiori dimensioni, sottolinea il punto in cui s’incurva il riccio; vi è applicato un cartiglio con lo stemma della Contea di Gorizia.
La decorazione del riccio è tutta giocata sul contrasto tra il “giallo” della canna ricurva dorata e il “bianco” delle foglie d’acanto, d’argento cesellato, applicate come una guaina, per mezzo di piccole viti e borchiette a fiorellino dorate. Le volute delle foglie in parte assecondano la curvatura del riccio in parte seguono un andamento contrario e risultano quindi sporgenti.
Nel punto in cui la canna si piega è applicata una testa di cherubino con le ali ripiegate all’indietro aderenti al riccio, mentre all’altra estremità essa si divarica in due volute contrapposte che sorreggono una caldaia in cui è immerso fino ai fianchi, cinti da una veste, il corpo ignudo giovinetto di san Vito, raffigurato a mani giunte e col volto estatico.
Anche questa parte figurata è tutta giocata sul contrasto bicolore: il recipiente e il torso, delicatamente chiaroscurato, sono d’argento; le fiamme, la veste, i capelli e l’aureola (attaccata alla parte alta del riccio) sono dorati.
Sul riccio sono parzialmente visibili due marchi TS, dell’argentiere goriziano Tomaso Scheiber, cui fu affidato dagli Stati Provinciali l’incarico dell’esecuzione dei doni da offrire nel 1750 all’allora vicario apostolico Carlo Michele d’Attems. Sul riccio e sul cartiglio con lo stemma è ripetuto anche il bollo trapezoidale con la K.
La presenza del santo martire Vito si giustifica con il fatto che l’intitolazione della chiesa metropolitana era allora appunto a san Vito, mentre poi riprese l’antica intitolazione ai santi Ilario e Taziano. Nell’incarico degli Stati Provinciali era detto espressamente che “sopra il Pastorale si dovrà porre in sito opportuno la statua di S. Vito nell’atto di adorare la Croce”. Come si vede l’iconografia prescelta fu invece quella di tradizione “germanica” (Bibl Sanctorum, XII, pp. 1246-1247), con il Santo fanciullo emergente dalla caldaia di pece bollente. Oltre che per motivi storici e iconografici, si tratta di un oggetto molto significativo anche dal punto di vista artistico, perché documenta un aspetto dell’attività dello Scheiber su cui si è poco indagato. Egli è infatti più conosciuto per il bacile (con la dedica degli Stati Provinciali) con brocca per la lavanda dei piedi, nei quali però non ci sono elementi plastici o figurativi.
Anello Pastorale
L’arcivescovo a Gorizia ed Aquileia non porterà l’anello e la croce pettorale propri ma, secondo la tradizione, l’anello e la croce pettorale cosiddetti “di Maria Teresa”.
L’anello, di manifattura austriaca e risalente al 1753, è costituito da una grande ametista, cui la tavola a sedici lati conferisce una forma quasi ovale, circondata da 19 diamanti di taglio irregolare.
Tutte le gemme sono montate a giorno, l’ametista con un castone a dentelli, visibile tra un diamante e l’altro; questi ultimi con castoni a fascetta d’argento poggianti su una griglia d’oro, sostenuta da un finissimo motivo di foglioline seghettate che, a due a due, fanno l’effetto d’un susseguirsi di archetti.
I montanti laterali d’oro giallo con tre foglie lanceolate da cui spuntano due ghiande sono opera di un rimaneggiamento ottocentesco e hanno in parte rovinato la montatura a foglioline preesistente. Non è stato possibile riconoscere alcun punzone.
L’anello pastorale, donato da Maria Teresa al primo arcivescovo di Gorizia Carlo Michele d’Attems, è probabilmente opera dello stesso artefice al quale si deve la croce pettorale cui s’accompagna.
Croce Pettorale
La croce pettorale, coeva dell’anello, è costituita da una cornice di diamanti entro cui sono racchiuse cinque grosse ametiste, intervallate da file di tre diamanti alternate a singoli diamanti di maggiori dimensioni.
Le ametiste, con la tavola superiore ottagonale, sono uguali tra loro, a parte quella all’incrocio dei bracci, più grande. In alto un sostegno a nastro, che si piega all’indietro dividendosi in due, porta incastonati sei diamanti. Il nastro è a sua volta appeso a un anello d’oro di raccordo con una specie di “corona” ovale, su cui sono allineate al centro altre tre ametiste, affiancate da una triplice cornice di diamanti che si unisce in alto e in basso in un’unica gemma. L’anello nella parte posteriore della “corona” è sospeso a tre graffe attraverso le quali viene fatta passare la catena di sostegno. Tutti i diamanti sono
montati a giorno entro castoni a fascetta d’argento su una rete geometrica d’oro, ben visibile nella parte posteriore, dove nel punto d’incrocio dei bracci à applicata una griglia con al centro una piccola teca ovale, in cui è custodita una reliquia della Santa Croce.
Le ametiste sono montate a notte entro un castone a fascetta d’oro giallo con graffette appena sporgenti e, per aumentare l’intensità del viola, sono foderate al di sotto con un foglio colorato entro un cono d’oro rosso.
Non è stato rintracciato alcun punzone. La croce pettorale, insieme all’anello pastorale, certamente opera della stessa bottega orafa, fa parte dei doni inviati nel 1753 dall’imperatrice Maria Teresa a Carlo Michele d’Attems, primo arcivescovo di Gorizia.
La croce e l’anello pastorale con cui si accompagna sono stati riprodotti in diversi ritratti di arcivescovi goriziani, come quello dell’arcivescovo Walland, opera di Giuseppe Tominz (Cattedrale metropolitana di Gorizia).
