“Sicut et Christus dilexit Ecclesiam”

Queste le caratteristiche dello stemma che mons. Giampaolo Dianin assumerà come arcivescovo di Gorizia.

Blasonatura
D’azzurro, cappato (1) di rosso. Nel I a tre fasce (2) ondate in divisa (3), d’argento, con sul tutto (4) una barca all’antica, al naturale, munita di un solo albero unito a quattro sartie, due e due in sbarra e in banda e ornato, sotto il pomello, dalla fiamma di rosso, desinente in due code, sventolante a sinistra (5), con la vela quadra d’argento, caricata da un cuore di rosso, il tutto sormontato da una stella (8) raggi, d’oro.
Nel II a due anelli nuziali intrecciati, d’oro.
Nel III a tre spighe dell’ultimo (6), poste a ventaglio.
Al pallio d’argento, movente dalla linea della punta dello scudo e caricato di crocette (4) di nero.
Lo scudo – accollato ad una croce astile (7) patriarcale, d’oro – è timbrato da un cappello (8) di verde, con cordoni e nappe dello stesso, in numero di venti, disposte dieci per parte, in quattro ordini di 1, 2, 3. 4.
Sotto lo scudo, nella lista d’argento, il motto in lettere maiuscole di nero: “SICUT ET CHRISTUS DILEXIT ECCLESIAM”.

ESEGESI

Gli smalti
D’oro e d’argento, di rosso, d’azzurro, sono gli smalti che figurano nello stemma dell’arcivescovo mons. Giampaolo Dianin, ma quali simboli racchiudono e sprigionano tali smalti, quali messaggi ne derivano per l’uomo, spesso frastornato, giunto, oramai, al XXI secolo?

Negli smalti, l’oro è simbolo della regalità divina, mentre l’argento allude a Maria.
Fra i “colori”, invece, il di rosso, simboleggia la Carità, fra le virtù teologali, mentre l’azzurro, smalto tipicamente mariano, rappresenta la Giustizia.

Le figure
La stella ricorda, in araldica, la mente rivolta a Dio, la finezza d’animo e azioni sublimi. Maria – Madre di Dio e Madre nostra – è la “Stella del mattino”, la guida e l’aiuto dei cristiani e dei naviganti.
Nell’araldica ecclesiastica la stella maggiormente usata è quella a otto punte che simboleggia il Salvatore, pur riscontrandosi anche scudi prelatizi con stelle a sei raggi. Ricordiamo, anche, che la stella ottagona rappresenta le otto beatitudini evangeliche.
La barca, araldicamente simboleggia l’animo forte che resiste ai pericoli e alle avversità della vita. La barca raffigura anche la Chiesa sospinta dal vento e dal cuore di san Gregorio Barbarigo e anche la Chiesa di Aquileia da dove tutto è partito per le nostre terre…

La vela, in araldica, simboleggia la fiducia. E il vento dello Spirito spinge la barca anche tra le onde difficili di questo nostro tempo.

La fiamma (Bandiera), chiamata anche pendente, è l’insegna di comando delle navi. Viene alzata all’estremità dell’albero maestro o dell’unico albero di cui é provvista.
Il mare, nell’araldica, se figura calmo, simboleggia la clemenza e la generosità, se agitato, lo sdegno e l’animo inquieto. Nello stemma di mons. Dianin, simboleggiava, in particolare, il territorio della Sua diocesi di Chioggia, che si estende dalle penisole e isole della Laguna Veneta, a Sud, costeggiando anche il litorale adriatico, fino al delta del fiume Po. mentre ora, simboleggia il litorale adriatico della nuova arcidiocesi di Gorizia.

Le tre fasce ondate in divisa simboleggiavano i tre fiumi Brenta-Bacchiglione, Adige e Po che attraversano la diocesi. Sono la memoria di Chioggia che porta con sé l’arcivescovo mons. Dianin. Ora, simboleggiano i fiumi Isonzo (So¤a), il Vipacco (Vipava) e il fiume Torre.

Gli anelli nuziali evidenziano il lungo servizio offerto da mons. Giampaolo Dianin, a favore degli sposi e delle famiglie, come presbitero e come docente di pastorale famigliare.

Il cuore umano, che in araldica simboleggia l’amore, la carità e la liberalità, ricorda il Seminario diocesano di Padova, fondato da san Gregorio Barbarigo, che lo definiva “cor cordis” (cuore del cuore) del vescovo, dove mons. Dianin ha sempre servito, anche come rettore.

Le spighe di grano, in araldica simboleggiano la frugalità e l’abbondanza. Indicano anche l’Eucaristia, memoriale del dono di Gesù (questo è il mio corpo per voi), anticipo della Risurrezione.

Il pallio è un ornamento ecclesiastico di dignità portato dai pontefici e dagli arcivescovi metropoliti.

Il motto “SICUT ET CHRISTUS DILEXIT ECCLESIAM ” (Come anche Cristo ha amato la Chiesa), dalla Lettera di S. Paolo agli Efesini (Ef, 5,25b) richiama l’amore di Cristo per la Chiesa, modello dell’amore degli sposi, ma anche del pastore per la sua Chiesa.

Come l’uomo, così il simbolo è anche ciò che è stato per essere autenticamente ciò che sarà. Necessita quindi fare memoria e speranza di questa sorgente ricchissima e inesausta, a cui è possibile attingere ancora per il nostro oggi.

Blasonatura ed esegesi
a cura dell’araldista  Gr. Uff.le Giorgio Aldrighetti di Chioggia (Venezia), socio ordinario dell’Istituto Araldico Geneal. Italiano

Elaborazione araldica
a cura dell’araldista  M.o Enzo Parrino di Monterotondo (Roma)


1. Partizione araldica costituita da uno scudo diviso in tre sezioni, di due diversi smalti, ottenute da due linee curve che, dal punto di mezzo del lato superiore dello scudo, raggiungono i punti mediani dei due lembi laterali dello scudo. (L. Caratti di Valfrei, Dizionario di Araldica, Milano 1997, p. 50. voce Cappato).
2. Pezza onorevole costituita da una striscia orizzontale, larga un terzo dell’altezza dello scudo, ossia 3 moduli o, per altri, solo due moduli. (Ibidem, p. 89, voce Fascia).
3. Locuzione corrispondente a “diminuito”, riferito a pezze di larghezza inferiore alla norma. (C. Tibaldeschi, Dizionario Araldico IAGI, Milano 2020, p.p.229, voce In divisa).
4. Locuzione che blasona la posizione di una pezza o figura che si trovi ad attraversare più elementi di una stessa arma. (Ididem, p. 404, voce Sul tutto)
5. Sinistra per le norme araldiche e destra per chi osserva.
6. Per non ripetere, ancora, lo smalto di oro.
7. La croce posta in cima a una lunga asta, in modo da essere ben evidente ed agevolmente trasportata durante una processione. (A, Cordero Lanza di Montezemolo-A. Pompili, Manuale di Araldica Ecclesiastica nella chiesa cattolica, Libreria Editrice Vaticana, 2016, p 109 voce Astile)
8. Cappello prelatizio, segno di dignità ecclesiastica, rappresentato con calotta emisferica e la tesa rotonda piana caratteristiche del galero, copricapo a larghe falde usato dal tardo medioevo fino a tempi recenti da cardinali e altri prelati. Usato come ornamento esterno non liturgico dello scudo. Assume colori diversi, ed è ornato di cordoni dai quali pendono uno o più fiocchi ordinariamente pendenti a piramide su ambio i lati; la dignità ed il ruolo rivestiti dal titolare si desumono dal loro numero e dagli smalti dell’insieme. (A. Cordero Lanza di Montezemolo-A. Pompili, Manuale di Araldica Ecclesiastica, cit., p. 116, voce Cappello prelatizio)

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3 Giugno 2026