Noi speravamo…

Noi speravamo nell’anno santo del 2000 che il nuovo millennio portasse pace e sicurezza…
Noi speravamo che con il crollo del muro di Berlino il mondo non vedesse più muri e frontiere e trovasse la pace…
Noi speravamo che il diritto regolasse ogni contesa tra persone e stati…
Noi speravamo che il disarmo diventasse una realtà sempre più consolidata e si rinunciasse progressivamente alle armi atomiche…
Noi speravamo che la fame, le epidemie, le malattie fossero finalmente sconfitte…
Noi speravamo che ogni bambino e ogni bambina venuti al mondo trovassero il calore di una famiglia, la possibilità di nutrirsi e di curarsi, l’opportunità dell’educazione…
Noi speravamo che ci fosse rispetto e aiuto per tutte le persone, per i poveri, per i migranti, per i disabili, per i prigionieri…
Noi speravamo che l’ambiente venisse finalmente rispettato, l’aria diventasse pulita, i mari privi di inquinamento, gli animali non più minacciati di estinzione…
Potremmo continuare con il “noi speravamo…” facendo nostra la delusione di due persone in cammino da Gerusalemme a Emmaus che stavano appunto confidando al loro accompagnatore sconosciuto tutta la loro amarezza e la loro sfiducia. Ascoltiamo che cosa dicono a chi sta camminando con loro: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. “Che cosa?”. “Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute”.
Per onestà aggiungono però un accenno a ciò che di strano è capitato in quel giorno: “Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.
“Lui non l’hanno visto”, come dire: hanno perso tempo a dare ascolto a vaneggiamenti di donne, a loro presunti visioni, la realtà è chiara ed è ben altra. Appunto: “speravamo…”, ma adesso non c’è più tempo di sperare e l’unica cosa che resta da fare è lasciare Gerusalemme, tornarsene a casa e riprendere il lavoro e le occupazioni usuali che abbiamo lasciato, allora sì pieni di speranza, per seguire Gesù.
“Noi speravamo…”. Siamo quindi in buona compagnia nel dirci delusi e con poca speranza, persino dopo un giubileo dedicato proprio a questa virtù.
Ma proprio perché siamo solidali con i due di Emmaus, tocca anche a noi il rimprovero molto duro di Gesù: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!”. La traduzione italiana dello sfogo di Gesù è forse troppo edulcorata: il greco “avoetoi” potrebbe essere meglio tradotto: “senza testa” e il “bradeis te kardia” potrebbe essere reso con il termine italiano che è un calco del greco, ossia “bradicardici”, ma meglio potrebbe essere tradotto “con il cuore rallentato” che non pulsa come dovrebbe. Ancora più radicalmente: “senza testa e senza cuore”, incapaci di comprendere e incapaci di amare.
Le parole di Gesù sono pesanti e si ricollegano ad altre espressioni che talvolta il Signore utilizza: “uomini di poca fede”, “generazione incredula e perversa”, “fino a quando dovrò sopportarvi”… Gesù è tutt’altro che la figura sdolcinata di certe immaginette.
Sa essere estremamente risoluto quando il Vangelo è frainteso, quando trova di fronte a sé e alle sue parole come un muro per la chiusura di mente e di cuore.
Ma dopo il rimprovero, Gesù con infinita pazienza si mette a spiegare ai due discepoli le Scritture e a far capire il mistero della Pasqua, cioè il senso del suo essere stato crocifisso, morto e sepolto e infine risorto. E, giunti a Emmaus, si ferma a cenare con loro e ripete il gesto dell’ultima cena, spezzando il pane e donandolo a loro.
Stiamo per entrare nella settimana santa, che può essere vista per noi come qualcosa di analogo a ciò che hanno vissuto i due di Emmaus: ascolteremo abbondantemente la Parola, anche incarnata in alcuni gesti molto coinvolgenti come la processione degli ulivi, la lavanda dei piedi, l’adorazione della croce, l’accensione del cero pasquale; celebreremo l’Eucaristia, adoreremo il Corpo di Cristo e ce ne nutriremo.
Tutto ciò ha lo scopo di ridarci speranza.
Una speranza fondata sul mistero della Pasqua: un mistero di peccato e di morte, che purtroppo vediamo all’opera anche nelle moltissime guerre che oggi insanguinano l’umanità (e non solo in Medio Oriente in Ucraina) e in tanti altri crimini, cattiverie, odii, ruberie e peccati; ma soprattutto un mistero di salvezza, di misericordia, di perdono, di risurrezione, di vita.
Perché dobbiamo sperare nonostante tutto?
La risposta ultima, anche quando umanamente tutto sembra spegnere ogni più piccola fiammella di speranza, è la morte e risurrezione di Gesù.

Anche quest’anno, allora, il nostro “noi speravamo…”, deve diventare “noi speriamo!” e l’augurio di Pasqua non può che essere “buona speranza”, “dobro upanje”, “buine sperance”.

+ Carlo Roberto Maria Redaelli

 

(In foto: “Croce dei Principi” sec. XIV – Tesoro dell’Arcidiocesi di Gorizia – Foto © Claudio Sclauzero)

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1 Aprile 2026