Lunedì 2 novembre 2026, nel giorno in cui la Chiesa commemora tutti i fedeli defunti, l’arcivescovo Giampaolo ha presieduto la celebrazione eucaristica in cattedrale.
1. La morte è il grande muro contro cui tutti noi ci scontriamo prima di tutto quando ci lascia qualche persona cara, ma un giorno lo scontro sarà totale, quando percepiremo che è arrivata anche la nostra ora.
Nell’incontro con la morte non sperimentiamo solo l’idea che la nostra vita finisca in maniera definitiva, ma anche una paura ancor più grande: restare soli in maniera radicale; è la paura del nulla.
Ci inquieta il pensiero che le cose vissute e toccate insieme a coloro che abbiamo amato,possano e debbano svanire all’improvviso in modo irreversibile. Si spaventa il vuoto, il silenzio, la solitudine.
Come se questo non bastasse, il pensiero della sofferenza che potrebbe preparare e accompagnare la morte ci terrorizza.
2. Nonostante la fiducia in Dio e nelle sue promesse, l’ascolto della Parola e le preghiere, la morte rimane anche per i credenti un evento oscuro e tragico. La fede non è un anestetico che riesce a zittire i pensieri e le paure che ci abitano.
Mi vengono in mente le confidenze del Cardinale Martini in una delle ultime interviste prima della morte: «Cosa chiederebbe a Gesù se avesse la possibilità di farlo?» «Gli chiederei se mi ama nonostante io sia così debole e abbia commesso tanti errori. Lo so che mi ama però vorrei sentirlo da Lui ancora una volta. Gli chiederei anche se mi verrà a prendere nell’ora della morte e se mi accoglierà. Gli chiederei di mandarmi, nelle ore difficili, dell’abbandono o della morte, degli angeli, dei santi o degli amici che mi aiutino a superare la paura».
3. Gesù nel Vangelo di oggi usa un’immagine significativa proprio riguardo a tutto questo: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno».
La fede cristiana ci fa sentire nelle mani di un Padre di cui abbiamo fiducia e sappiamo che non mollerà la presa quando tutto il resto verrà meno, quando non avremo più la forza della vita, o quando un imprevisto ci dovesse rubare la vita.
Prima ancora di credere nella resurrezione ognuno di noi può credere che nel momento stesso della morte non saremo soli. Gesù è entrano nella storia perché nessuno possa più dirsi solo, anche nell’ultimo istante della propria vita.
4. La resurrezione ci ricorda che il nostro destino non è la morte ma la vita, anche se sarà una vita completamente diversa da quella che abbiamo conosciuto.
Siamo tutti come il chicco di grano che deve morire per dar vita alla spiga. La liturgia ci dice che con la morte la nostra vita non è finita ma “trasformata”, proprio come succede a ogni semente. Quando la nostra vita terrena finisce inizia qualcosa di inimmaginabile rispetto a ciò che conosciamo della vita stessa.
5. Il grido di Giobbe nella prima lettura è anche la nostra professione di fede: «Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno» (Gb 19,26-27). L’immortalità è proprio questo: la pienezza di una relazione, quella con Dio, che non può morire.
Questo faccia a faccia sperato da Giobbe non sarà come quello di Adamo ed Eva nel momento della loro paura e della loro cacciata dal giardino di Eden, ma come quello del figlio minore che torna a casa a testa bassa e viene accolto con tutti gli onori dell’amore fino ad essere motivo di «festa».
6. Se il Signore sta preparando una pienezza di vita per ciascuno dei suoi figli, possiamo chiederci in che misura e soprattutto in che modo noi ci stiamo preparando alla morte non come interruzione della vita, ma come necessario passaggio della vita.
La sfida è di vivere in pienezza perché la morte ci trovi vivi e non già morti, perché la morte ci trovi pieni di desiderio di vita e non giù sazi o stufi o entrambe.
All’ombra dei santi – festeggiati ieri –ricordiamo oggi tutti i fedeli defunti, chiedendo al Padre di confermare la speranza che il mistero pasquale ha acceso nei nostri cuori, la speranza «che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova».
7. Il giorno dei morti, mentre risveglia il tempo condiviso con le persone più care e importanti per la nostra vita, è rilanciato dalla liturgia come occasione di nutrire quella speranza che «non delude», perché «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori e nel cuore dei nostri amati defunti.
Il Signore Gesù non ha eliminato né la morte né la sofferenza dall’esperienza umana. Ha invece aggiunto un’altra formidabile possibilità, quella della risurrezione, evento impensabile e impossibile ai nostri cuori «ancora deboli» (Rm 5,6) e fragili.
E se già le promesse sanno infondere una certa consolazione, Dio ha voluto dimostrare «il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).
Questo è l’evento che accende una luce nelle tenebre, che sostiene il ricordo talvolta ancora afflitto per la perdita dei nostri cari defunti.
Mossi da questa speranza, noi oggi facciamo memoria del fatto che, in Cristo, niente e nessuno può essere perduto. E trasformiamo ricordi, nostalgie e sentimenti in una viva speranza; nella dolce e fiduciosa attesa della «pasqua eterna», in una «dimora di luce e di pace» per tutti.
+ vescovo Giampaolo
