La nostra Speranza non finisce con il Giubileo

Domenica 28 dicembre 2025, nella festa della Santa Famiglia di Nazareth, l’arcivescovo Carlo ha presieduto in Cattedrale la liturgia di chiusura dell’anno giubilare.

Celebriamo questa sera la chiusura nella nostra diocesi del Giubileo del 2025. Un anno santo, non dobbiamo dimenticarlo, legato ai 2025 anni dalla nascita di Gesù, quella nascita che abbiamo festeggiato tre giorni fa nel Natale. Scopo di questanno è stato quindi anzitutto quello di celebrare il dono della redenzione. Un dono che ci è stato chiesto di accogliere con ancora più disponibilità che nel passato: in questa accoglienza, piena di riconoscenza e di gioia, doveva consistere la nostra conversione. Un’accoglienza che aveva anche lo scopo, voluto da papa Francesco quando ha indetto il Giubileo, di rafforzare il nostro cammino di pellegrini di speranza.

Così scriveva il papa nella bolla di indizione, Spes non confundit: «La speranza è anche il messaggio centrale del prossimo Giubileo, che secondo antica tradizione il Papa indice ogni venticinque anni. Penso a tutti i pellegrini di speranza che giungeranno a Roma per vivere l’Anno Santo e a quanti, non potendo raggiungere la città degli apostoli Pietro e Paolo, lo celebreranno nelle Chiese particolari. Per tutti, possa essere un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, porta di salvezza (cfr. Gv 10,7.9); con Lui, che la Chiesa ha la missione di annunciare sempre, ovunque e a tutti quale nostra speranza (1Tm 1,1)».

L’incontro vivo e personale con Gesù: ecco ciò che doveva costituire il cuore del Giubileo e mi auguro che tutti abbiano sperimentato questa profonda relazione con Colui che è il nostro Salvatore, sentendosi – come afferma san Paolo nella seconda lettura di oggi – «scelti da Dio, santi e amati». È Dio che ha scelto ciascuno e ciascuna di noi, ci ha amati da sempre e ci vuole santi, cioè suoi figli e sue figlie. Non siamo stati noi a sceglierlo, ma è Lui che ci ha creati e ci vuole salvare. Da qui la speranza che sostiene la nostra vita – ricordate il titolo della lettera pastorale dello scorso anno: “finché c’è speranza, c’è vita…” –, una speranza non illusoria, ma affidabile, fondata sulla salvezza che ci viene dalla Pasqua di Cristo.

Stasera facciamo memoria riconoscente, personale e comunitaria, di tutte le esperienze giubilari che ci è stato dato il dono di vivere, nel pellegrinaggio a Roma, nei pellegrinaggi decanali qui in cattedrale, nei pellegrinaggi nei luoghi giubilari presenti nella nostra diocesi: la basilica di Aquileia e, in tempi diversi, il santuario di Rosa mistica a Cormons, la chiesa di San Giusto e la chiesa dell’ospedale di Gorizia, il santuario di Barbana, il santuario della Marcelliana a Monfalcone.

Questi i luoghi per le esperienze giubilari esteriori, ma ciascuno e ciascuna di noi conosce ciò che quest’anno è accaduto nel proprio cuore. Spero che per molti – me lo auguro sia stato il realizzarsi finalmente di una vera “seconda conversione”.

Stiamo vivendo questa liturgia nella festa della Santa Famiglia: non possiamo, pertanto, non rivolgere il nostro sguardo a Gesù, Maria, Giuseppe e contemplare il mistero che è stato dato loro di vivere. Vorrei farlo proprio nella linea della speranza chiedendomi: qual è stata la speranza nel cuore di Gesù, Maria e Giuseppe, quella speranza che ha guidato la loro vita?

Penso di non sbagliare riferendomi anzitutto alla speranza che li ha accomunati, ossia quella del popolo di Israele: la speranza che Dio portasse finalmente a compimento la sua promessa. Una promessa fatta ad Abramo – «in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12, 3) –, rinnovata nell’alleanza del Sinai, riproposta a Davide e alla sua discendenza.Quella promessa di cui Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, vede vicino il compimento quando nel Benedictus afferma: «Egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dai nostri nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia, al suo cospetto per tutti i nostri giorni». La stessa cosa afferma Maria nel Magnificat: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre».

Ma poi come è diventata la loro speranza personale? Per Giuseppe, ritengo che la speranza sia costituita nel desiderio di riuscire a portare bene a compimento il compito che gli era stato affidato, quello di fare da padre a quel Bambino concepito per opera dello Spirito Santo nel seno della sua Sposa, la Vergine Maria. Un compito realizzato senza vivere niente di straordinario perché quel Bambino, come ogni bambino, doveva crescere e imparare a diventare uomo con il suo aiuto e quello di Maria. Un compito vissuto quindi nella casa di Nazareth, nel lavoro nella bottega di falegname, nella preghiera il sabato nella sinagoga, nella partecipazione alle feste e alle ricorrenze religiose a Gerusalemme, nelle relazioni sociali di ogni giorno: tutte realtà in cui introdurre progressivamente Gesù, man mano che cresceva diventando adolescente, giovane, adulto.

Per Maria la speranza che ha guidato la sua vita è stata quella di comprendere sempre più il mistero di suo Figlio, tenendo nel suo cuore le parole ascoltate e meditando sulle vicende vissute. Maria doveva, infatti, passare dalla fede tipica di Israele, che Lei stessa, come prima ho ricordato, aveva celebrato nel Magnificat – una fede nel Dio che «spiega la potenza del suo braccio» e che «rovescia i potenti dai troni» in quella nel Figlio di Dio, che è anche suo figlio, non un re potente che sconfigge i nemici, ma un uomo trattato come un malfattore e inchiodato sulla croce.

Infine: qual è stata la speranza per Gesù? Anche Gesù aveva una speranza che lo ha guidato nella sua vita e, in particolare, nella sua missione. Si tratta di qualcosa che risulta chiaramente dal Vangelo fin dall’inizio della sua predicazione, ossia l’accoglienza del suo messaggio sulla venuta del Regno di Dio, un’accoglienza che portasse alla conversione. Una speranza che progressivamente è andata delusa, man mano che Gesù si è scontrato con il rifiuto dei capi del popolo, l’incomprensione della gente, persino l’allontanamento, il tradimento e il rinnegamento da parte di coloro che come gli apostoli erano a Lui più vicini. Alla fine la speranza di Gesù è diventata l’affidamento nel Getsemani alla volontà del Padre, una volontà di salvezza da realizzare per l’intera umanità subendo il massimo rifiuto da parte degli uomini, ossia finendo sulla croce.

Da quella croce e dalla risurrezione è nata la nostra speranza, una speranza che non finisce con il Giubileo, perché è quella di giungere al termine del nostro pellegrinare terreno all’abbraccio di amore con cui, lo crediamo e lo speriamo, il Padre ci accoglierà nel suo Regno insieme a tutti i santi, in particolare i patroni delle nostre comunità che abbiamo voluto ricordare e invocare all’inizio di questa celebrazione e che sicuramente continueranno a sostenerci con la loro intercessione.

+ vescovo Carlo

 

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28 Dicembre 2025