Giovedì 19 febbraio 2026, nei locali dell’oratorio della parrocchia dei santi Nicolò e Paolo a Monfalcone, si è svolta l’assemblea diocesana. Ospite della serata è stato il vescovo di Treviso, monsignor Tommasi, che si è soffermato sul cammino della chiesa italiana nel dopo Sinodo. E quindi intervenuto l’Amministratore apostolico, monsignor Redaelli.
Un caro saluto a tutte e a tutti. Sono molto contento di questa occasione di incontro, che per altro avevamo già programmato prima ancora dell’annuncio del mio nuovo incarico presso la Santa Sede. Era stata pensata come un’assemblea finalizzata a mantenerci in sintonia con il cammino sinodale della Chiesa italiana nella sua fase di attuazione, in modo da essere pronti a recepire nel nuovo anno pastorale le indicazioni che verranno offerte dai vescovi italiani nell’assemblea di maggio.
Ringrazio di cuore mons. Michele Tommasi per la sua disponibilità e per quanto ci ha raccontato per aggiornarci sui passi che collegano la chiusura della fase assembleare del cammino sinodale con l’assemblea dei vescovi a maggio e, prima ancora, sull’intrecciarsi, non facile da spiegare, tra il cammino sinodale italiano e quello della Chiesa universale.
In questo mio intervento, che ha come titolo “Come vivere il tempo in attesa del nuovo vescovo”, vorrei affrontare due temi che mi sembrano importanti, prima di concludere raccontandovi qual è l’iter per la scelta di un nuovo vescovo e anche qual è il lavoro che papa Leone mi ha affidato a Roma. Altre indicazioni per un impegno dei consigli pastorali in questo tempo di Quaresima verranno date dopo il mio intervento.
I due temi sono: in che cosa, per quanto posso capire, la nostra Chiesa è più in sintonia con le indicazioni del cammino sinodale e in che cosa è chiamata a crescere? E il secondo: ci sono delle peculiarità che delineano il volto della nostra Chiesa, e in questo la differenziano da altre anche vicine, specialità che vorrei consegnare al nuovo vescovo, come doni particolari della nostra diocesi (e, come sempre, i doni sono anche compiti…)?
1. L’Arcidiocesi di Gorizia e il cammino sinodale
San Paolo nella seconda lettera ai Corinti dice a un certo punto: «Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi»(7,4). Allora, permettetemi questa sera di vantarmi un poco della nostra Chiesa e del suo essere in alcuni aspetti già in sintonia con le indicazioni sinodali e, forse, ma spero in questo di non peccare di orgoglio, anche in qualche modo anticipatrice di esse. Indicherò anche però gli aspetti su cui dobbiamo ancora camminare.
Un primo punto è lo stile sinodale che stiamo cercando di vivere ai diversi livelli. L’assemblea diocesana, come quella che stiamo vivendo, di solito preparata dal Consiglio pastorale diocesano, un’assemblea non riservata ai soli preti (come era anni fa), ma costituita dai sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, consiglieri pastorali e operatori pastorali è comunque un esercizio di sinodalità. Lo stesso vale per i consigli pastorali delle unità pastorali, che in questi anni stanno garantendo una crescita condivisa dell’esperienza delle unità pastorali stesse. Mi pare che stanno funzionando molto bene anche i consigli per gli affari economici.
Altro esempio di sinodalità è stato il “Consiglio dei Vicari”con il coinvolgimento anche di religiose e laici e laiche, visto come organismo di riferimento per il cammino della diocesi. Anche il gruppo dei decani è un altro esempio di condivisione delle scelte fondamentali diocesane, soprattutto quelle riferite agli incarichi di presbiteri. L’esperienza di altri organismi di partecipazione mi pare positiva, come quella del consiglio per gli affari economici della diocesi e del collegio dei consultori (che ha al proprio interno i decani), mentre possono esserci spazi di miglioramento – a mio parere – per il funzionamento del consiglio presbiterale, coincidente con l’assemblea del presbiterio.
Una sinodalità in relazione con il vescovo è anche quella informale della consultazione di tante persone, oltre al Consiglio dei vicari, nell’elaborazione delle lettere pastorali e di altri interventi significativi. Sono molto grato a tutti e a tutte per l’ottima, disponibile e competente collaborazione.
Un altro punto in cui siamo in piena sintonia con il sinodo è quello della valorizzazione dei vari ministeri laicali. Anzitutto – e in questo siamo forse avanti rispetto ad altre diocesi – nell’ambito della curia arcivescovile, ormai con diversi laici e laiche anche in posti di responsabilità. Ma poi dobbiamo ricordare i tanti laici e le tante laiche – molti siete qui presenti – che svolgono il ministero (sia pure non istituito) di catechisti, di operatori della carità, di ministri straordinari della Comunione, di lettori, di cantori, di educatori, di animatori, ecc. e spero di non aver dimenticato nessuno. Se non ci fosse questa schiera di persone appassionate del Signore, disponibili a servire la Chiesa, la nostra diocesi sarebbe in una grave difficoltà.
Sempre in sintonia con le indicazioni sinodali ricordo l’impegno dei cristiani laici nel mondo. A questo, se ricordate, è stata dedicata una lettera pastorale, “Il cristiano della domenica”, dove si voleva sottolineare l’importanza di essere presenti nel mondo del lavoro, della scuola, dell’università, dello sport, della sanità, dell’amministrazione pubblica, ecc. non esibendo il proprio essere discepoli di Cristo, ma “non nascondendo di essere cristiani”. Il rapporto con il mondo del lavoro, con quello del sociale e dell’amministrazione pubblica, l’impegno della pastorale familiare, della pastorale della scuola, ecc., tutte realtà cresciute in questi anni, sono al servizio dell’impegno dei cristiani nel “mondo”.
Ho accennato alle unità pastorali che hanno costituito in questi anni un ripensamento della presenza della Chiesa sul territorio. Forse ricordate che è stato un cammino preparato in più anni e poi avviato decisamente nel 2018 e che ora sembra consolidarsi in comunità più ampie, più capaci di comunione e di missione, con attenzione a non perdere al loro interno la specificità e le ricchezze delle comunità più piccole.
Un tema molto sottolineato nel cammino sinodale è quello della iniziazione cristiana. Ho già ricordato il grande impegno dei catechisti, ma in questo ambito c’è ancora molto da pensare e realizzare. Non esistono ricette pronte e anche le sperimentazioni fatte in varie diocesi, anche della nostra regione ecclesiastica, non offrono indicazioni realmente soddisfacenti. Ma come diocesi dovremmo comunque lavorare maggiormente sul primo passo dell’iniziazione cristiana, ossia sulla pastorale battesimale e sugli anni del dopo battesimo. Molto interessante e feconda si è dimostrata in questi anni l’attenzione ai cresimandi adulti, spesso in collegamento con la preparazione al matrimonio di diversi di loro.
Anche sul tema della formazione potremmo sicuramente fare di più ed è in atto il ripensamento della scuola di teologia che potrebbe offrire una formazione di base e una specializzata in base ai diversi ministeri.
Un aspetto su cui in questi anni siamo cresciuti è l’importanza della Parola di Dio: per interpretare la realtà (un esempio sono gli “atti della comunità” con cui le nostre comunità si sono descritte anni fa sulla base degli Atti degli apostoli), i gruppi della Parola, il calendario annuale “Il tempo e la Parola, ma soprattutto è stato importante arrivare a considerare ovvio che ogni incontro ecclesiale a tutti i livelli incominci sempre dalla Parola, in particolare dalla lectio condivisa sul Vangelo del giorno.
Il tema del rapporto con la cultura ha avuto un buon slancio con l’evento della capitale europea della cultura nel 2025, che a visto insieme Gorizia e Nova Gorica, dove come diocesi abbiamo cercato di riflettere sui valori che stanno alla base della cultura europea, valori che solo permettono di scavalcare il confine e di vivere un’intensa esperienza di conoscenza, dialogo e riconciliazione.
Non vorrei poi trascurare l’apertura al mondo e la missionarietà che ha caratterizzato la nostra diocesi. È significativo che la diocesi di Bouaké in Costa d’Avorio, che festeggia i cento anni di evangelizzazione, abbia avuto per più di 50 anni e abbia tuttora la presenza di missionari preti, religiose e laici e laiche provenienti dalla nostra diocesi. Ora, pur essendosi ridotta l’esperienza dei fidei donum, la presenza di sacerdoti studenti provenienti da Chiese sorelle ci permette comunque di continuare ad avere questa apertura di carattere universale, realmente “cattolica”.
2. Peculiarità della nostra Chiesa
La nostra diocesi è per molti aspetti simile a tante altre diocesi italiane, in particolare quelle più vicine, ma ha però alcune caratteristiche che mi hanno da subito colpito venendo qui quasi 14 anni fa (e che mi auguro siano tenuti presenti nella scelta del nuovo Arcivescovo).
Siamo anzitutto una Chiesa caratterizzata da sempre da più lingue e culture, che la qualificano in un modo del tutto particolare. Non è sempre facile mantenere una comunione nella pluralità, che manifesti una Chiesa unita e insieme garantisca l’identità anche di fede (e persino celebrativa) delle diverse culture. In ogni caso l’interculturalità, se è una realtà viva, non può che essere che dinamica e cambiare nel tempo, ma senza far venir meno questa peculiarità della nostra Chiesa (e mi auguro che presto lo Spirito Santo chiami qualche giovane della comunità slovena a intraprendere la strada del sacerdozio).
La nostra Chiesa poi si colloca su un confine, dove si sono intrecciate storie di guerre, di conflitti e di riconciliazioni. Anche la già ricordata esperienza dello scorso anno, quella della “capitale europea della cultura” (meglio “capitale della cultura europea”) spinge Gorizia, con il suo territorio e in rapporto con la vicina Nova Goriza, a essere “città della pace”.
Il confine ha inevitabilmente coinvolto e coinvolge la nostra diocesi nel fenomeno delle migrazioni, diventando una delle porte di ingresso in Italia (e poi verso i paesi del nord Europa) della “rotta balcanica”. Questo richiede da tempo un impegno di accoglienza, svolto dalla Caritas (che fin qui non ho citato, ma è una forte presenza nella nostra Chiesa con i suoi centri di ascolto, gli empori e le varie iniziative) e anche da volontari delle parrocchie. Ma non basta l’accoglienza, occorre anche un paziente lavoro di crescita nei rapporti con chi, provenendo da altri paesi, lavora e abita qui.
Con il tema delle migrazioni si collega quello del dialogo, confronto, relazione con le altre religioni, in particolare con l’islam, così presente soprattutto nella realtà di Monfalcone. In questi giorni – è noto – si è deciso con i parroci di Monfalcone e di Staranzano di offrire spazi per le preghiere connesse con il Ramadan, una decisione che non vuole fornire un alibi a chi deve trovare il modo per garantire a tutti il diritto alla libertà religiosa, ma semplicemente è un venire incontro, in uno spirito di corretto e rispettoso dialogo, a chi non ha spazi per pregare.
Sottolineo da ultimo un’altra peculiarità della nostra diocesi, costituita dalla presenza di Aquileia, che ci riporta all’origine della fede cristiana in queste terre e anche alla fondamentale riflessione sulla fede dei “padri della Chiesa”, molti dei quali operanti ad Aquileia o comunque collegati con essa. Ogni volta che entro nella basilica di quella città sono affascinato non tanto dalla bellezza dei mosaici, quanto dalla capacità che i cristiani di allora (sia i teologi, sia gli artisti) hanno avuto nell’interpretare in modo originale la fede cristiana incarnandola nella cultura del tempo. Fossimo capaci di questo anche oggi (penso solo all’uso dei social…)!
3. Procedura per nuovo vescovo
Vorrei fare un accenno ora alla procedura che di solito viene seguita per la scelta del nuovo Vescovo. Nel momento in cui una diocesi diventa vacante (anche se, come nel nostro caso, resta guidata da un Amministratore Apostolico), la Nunziatura (realtà che nelle diverse nazioni rappresenta il papa presso lo Stato e presso la Chiesa) avvia una serie di consultazioni per conoscere lo stato della diocesi (stiamo preparando un’apposita relazione per questo), per delineare la figura ideale del nuovo vescovo, per avere qualche suggerimento di nominativi.
Al termine di questo lavoro, viene di norma individuata una terna di nomi e quanto raccolto su questi candidati e sulla diocesi viene trasmesso al Dicastero per i vescovi, al cui interno avviene un confronto collegiale. L’esito di questo viene portato al Santo Padre, che indica il candidato prescelto. A quel punto la Nunziatura lo contatta e, se accetta, il suo nome viene annunciato sia nella diocesi di partenza, sia in quella di destinazione (ossia in questo caso la nostra). Se non è un vescovo, ma un sacerdote, dopo alcune settimane avviene la consacrazione episcopale, cui segue di solito in un tempo successivo, l’ingresso ufficiale in diocesi (e in quel momento termina il mio incarico di Amministratore Apostolico).
Se posso dare un paio di suggerimenti circa l’Arcivescovo che verrà (il Signore sa già chi è, anche se non lo sa l’interessato e immagino neppure il Papa…), invito anzitutto a pregare per lui e a preparargli una “scorta di preghiere” (quando si prega per una persona non conosciuta, ma si è pregato per lei, quando la si incontra la prima volta la si “riconosce” nello Spirito: provare per credere…). E poi chiedo di preparare un “colpo d’occhio di simpatia” nei suoi riguardi e un volto sorridente e accogliente fin dal primo momento.
4. Che cosa faccio in S. Sede
Concludo con un veloce accenno a ciò che ora ho già cominciato a fare (sia pure non a tempo pieno, ma alternando giorni di presenza a Roma e qui) nel nuovo incarico di Segretario del Dicastero del Clero. Come ogni dicastero della curia romana (i dicasteri sono gli uffici che collaborano con il Papa per i diversi aspetti della vita della Chiesa), anche quello per il clero ha al suo vertice un “prefetto”, il cardinale coreano Lazzaro You Heung sik, che ha compiti di guida, di rappresentanza e di relazione più diretta con il Santo Padre, e un Segretario, che ha compiti più operativi.
Le competenza del dicastero per il clero riguarda tutto ciò che concerne i preti e diaconi, la loro formazione e i seminari, le parrocchie e anche le unità pastorali, gli organismi di partecipazione, le autorizzazioni in materia economica, alcune realtà associative.
Devo dire che sono stato accolto molto bene da chi lavora nel dicastero (una trentina di persone, soprattutto sacerdoti, che seguono le questioni per competenza e lingue), alcuni di essi sono stati miei studenti presso la Facoltà di diritto canonico dell’Università Gregoriana, e ho visto che il lavoro, a volte direttamente richiesto da papa Leone, non manca.
Conto ovviamente sulla vostra preghiera e abbiamo comunque tempo per incontrarci e salutarci.
Grazie per l’ascolto e buona Quaresima!
+ Carlo Roberto Maria Redaelli
