Domenica 13 settembre 2026, XXIV del Tempo Ordinario, l’arcivescovo Giampaolo ha presieduto l’Eucarestia nella Basilica di Sant’Eufemia in Grado.
1. Col passare degli anni della nostra vita si allunga l’elenco delle persone con cui qualcosa si è incrinato e rotto. Ci sono conflitti che hanno portato a inevitabili rotture, persone che speriamo di non incontrare per strada, amici di un tempo che ci hanno fatto dei torti e con i quali abbiamo rotto ogni contatto.
Spesso i muri più alti ci sono verso parenti e vicini di casa per motivi di soldi, per eredità che ci sembrano divise in modo ingiusto, per giudizi che sono stati pronunciati su di noi o sui nostri cari.
La vita continua, lavoriamo e ci impegniamo, frequentiamo la comunità e i sacramenti, ma ci sono delle ferite che rimangono indelebili senza che noi riusciamo a prenderle in mano per curarle.
Qualche volta riusciamo anche a perdonare ma rimaniamo ancorati al “sette volte” e incapaci di giungere fino al “settanta volte sette”.
2. La prima lettura (Sir 27,30 – 28,7) ci testimonia che il perdono non era assente nell’Antico Testamento. Pietro non mette in discussione il criterio della giustizia e nemmeno che si debba perdonare, ma chiede a Gesù una specie di regolamentazione del perdono quasi fosse una tassa da pagare, una legge da osservare della quale però andavano precisati i contorni e le condizioni.
3. Gesù parte da lontano e sposta il discorso su un altro piano: chi di noi può ritenersi giusto davanti a Dio? Chi di noi non ha dei debiti nei confronti di Dio? Chi può dire di vivere all’altezza delle esigenze evangeliche? Eppure Dio ci ama e il suo amore è così ricco di misericordia da arrivare a condonarci tanti debiti, fino a quei diecimila talenti della parabola che sono una somma stratosferica e, per chiunque, impossibile da restituire.
Possiamo parlare di perdono solo dopo esserci messi di fronte al Padre e aver riconosciuto che ciascuno di noi è stato perdonato e viene continuamente accolto, amato e perdonato da Dio. Il perdono di Dio è frutto del suo straripante amore per l’uomo, quello che lo porta a lasciarci liberi di fuggire ma che attende ogni giorno il nostro ritorno; è l’amore intraprendente del Pastore per la pecora perduta; è la tenerezza che accoglie ogni peccatore che bussa alla sua porta. La prima verità che il Vangelo ci consegna è proprio questa: «Tu sei amato e continuamente accolto e perdonato da Dio».
4. A ciascuno di noi il Padre ripete: «Io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».
Chiunque abbia sperimentato la gioia, la pace e la libertà interiore che viene dall’essere perdonati può aprirsi alla possibilità di perdonare a sua volta.
Ma solo chi è consapevole e ha elaborato la gratuità e la grandezza del perdono ricevuto, può capire e sentire dentro la propria coscienza l’appello ad essere misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore.
Per noi che vogliamo seguire il Signore il perdono diventa il segno che stiamo vivendo da figli del Padre e che siamo consapevoli del legame che ci lega a tutti gli uomini nostri fratelli.
Perdonare allora non è solo un desiderio o un auspicio ma un comando evangelico: «Perdonate e vi sarà perdonato» (Lc 6,37).
Il perdono non nega il male o i torti subiti ma riconosce che ogni uomo è più grande del male che potrebbe aver commesso; il perdono riconosce il male ma non accetta che esso abbia l’ultima parola e così lo vince devitalizzandolo dal di dentro e impedendogli di diventare una catena di odio e di incomprensioni.
5. Ma quando noi esseri umani possiamo dire di aver perdonato? A volte ci sembra di aver fatto un passo ma percepiamo la distanza tra la testa e il cuore. Altre volte ci sembra che il perdono sia solo una parola perché di fatto il muro che ci separa dall’altro è ancora alto e dentro di noi continua la fatica e la rabbia.
A volte temiamo che il perdono venga interpretato come ammissione di un nostro errore e quindi produca effetti sbagliati.
Molte volte percepiamo il perdono come accondiscendenza al male e all’ingiustizia.
Il perdono è dono e mistero: è dono ricevuto dall’alto che a nostra volta facciamo all’altro ma per noi esseri umani è sempre una condivisione della nostra fragilità umana.
Tutte le relazioni hanno bisogno di giustizia e di perdono, c’è sempre un donare e un ricevere perché nessuno è mai totalmente innocente.
Ma il perdono è anche mistero perché il nostro perdonare ha i tratti della nostra debolezza, rimane spesso un atto di fede e della volontà perché non sempre il cuore ci viene dietro subito. Eppure non è meno perdono quello che fa fatica a dimenticare, è semplicemente il perdono di cui noi siamo capaci.
Cosa sarebbe la vita familiare se non fosse avvolta in quel perdono che fa i conti con la diversità e spigolosità dell’altro?
Pensando al dramma che da decenni divide il popolo ebraico da quello palestinese ci rendiamo conto che un vero passo in avanti sarà possibile solo quando qualcuno deciderà di non rispondere al male col male ma di iniziare una storia diversa; senza perdono quale futuro potrà avere la nostra umanità? «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette»!
+ vescovo Giampaolo
