Mercoledì 31 dicembre l’arcivescovo Carlo ha celebrato nella chiesa di Sant’Ignazio la messa alla fine dell’anno civile con il tradizionale canto del “Te Deum”.
«I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro». Così si esprime il Vangelo che è stato ora proclamato. E certamente i pastori avevano di che glorificare e lodare Dio perché avevano udito dall’angelo l’annuncio del Natale, avevano ascoltato gli angeli che cantavano la gloria di Dio e, soprattutto,avevano contemplato il Bambino «avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia». Loro stessi si erano fatti annunciatori del messaggio degli angeli e lo avevano comunicato a Maria, a Giuseppe e a coloro che erano presenti lì a Betlemme. Tutti si erano stupiti e Maria custodiva quanto aveva udito e visto, meditandolo nel suo cuore.
Stasera stiamo vivendo la chiusura di quest’anno 2025: il modo migliore per farlo è imitare Maria vedendo che cosa di questi dodici mesi resta conservato nel nostro cuore. Sicuramente il nostro stile di vita non è quello di Betlemme di duemila anni fa. Tutti siamo di corsa e indaffarati, le cose da vivere e da fare sono moltissime, gli avvenimenti che viviamo si assommano uno sull’altro, le notizie, che una volta ascoltavamo dalla radio e dalla televisione e che ora ci arrivano dai social cui siamo continuamente connessi, si inseguono una dopo l’altra e si annullano a vicenda. Il rischio è che tutto fugga e non lasci traccia e non resti niente nel cuore. Ma soprattutto che non si riesca a vedere il filo rosso dell’amore provvidente di Dio che tiene insieme la nostra vita e può darle un senso.
L’esame di coscienza di ogni sera, ammesso che lo si faccia ancora, dovrebbe servire non tanto a evidenziare le mancanze e i peccati della giornata, ma a cogliere questa presenza di Dio nelle ore che abbiamo vissuto. Cercare di avere ogni sera, in un clima di preghiera, qualche minuto per rivedere la nostra giornata e per scoprire in essa le tracce della presenza di Dio, potrebbe essere un buon proposito da prendere per il nuovo anno. In ogni caso, mi permetto di suggerire di trovare almeno questa sera qualche momento di silenzio per riandare con la memoria a quanto abbiamo vissuto personalmente quest’anno: lavoro, impegni, momenti di festa e di svago, gioie, fatiche, tensioni, speranze, delusioni, malattie e guarigioni, nascite e lutti, ecc.
E la domanda diventa: mi sono accorto in tutto questo della presenza di Dio? Ho nei confronti di Dio motivi di ringraziamento, di lode o anche di lamentela, di supplica, di invocazione?
Recentemente papa Leone ha rivelato che un libro importante per la sua vita spirituale è stato un piccolo volume che raccoglie l’esperienza di Fratel Lorenzo, frate carmelitano vissuto a Parigi nel 1600, alcune sue conversazioni e alcune sue lettere. Il testo si intitola: “La pratica della presenza di Dio” e invita ad avere sempre presente Dio nella nostra vita. Così si esprime la prefazione: «La pratica della presenza di Dio non è qualcosa che richiede un luogo speciale, una situazione particolare o un momento particolare, ma è piuttosto un atteggiamento e una disposizione costante del cuore. In questo libro, fra’ Lorenzo ci invita a cercare la presenza di Dio in tutto ciò che facciamo, dai compiti più semplici a quelli più complessi. Ci mostra come trasformare la nostra vita quotidiana in una preghiera costante, in cui la nostra attenzione e il nostro amore sono rivolti a Dio». Al di là, però, della consapevolezza che ne abbiamo potuto avere, Dio comunque è stato presente nella nostra vita durante tutto quest’anno e lo sarà sempre per tutta il tempo del nostro peregrinare qui su questa terra prima di accoglierci, lo speriamo con tutto noi stessi, nel suo Regno di luce.
Ma tornando alla nostra riflessione sull’anno che si sta chiudendo, dall’aspetto personale dobbiamo passare anche a quello comunitario e chiederci: come comunità diocesana, che cosa abbiamo vissuto in questo 2025? Di che cosa dobbiamo far tesoro e tenere nel nostro cuore? Accanto a ciò che ogni anno presenta, il 2025 è stato contrassegnato dal grande evento del Giubileo, che abbiamo solennemente chiuso in diocesi domenica scorsa, e per Gorizia con Nova Gorica, l’essere stato l’anno dellaCapitale europea della cultura. Il Giubileo ci ha offerto molte occasioni di celebrazione, di preghiera, di riflessione, di approfondimento e, spero, di vera conversione. La Capitale europea della cultura ci ha dato l’opportunità di vivere eventi dicultura, di festa, di musica, di arte, di storia, e anche di riflettere sui quei valori, oggi spesso trascurati, che hanno portato l’Europa a superare la tragedia delle due guerre mondiali del secolo scorso sapendo superare attraversare confini che sembravano invalicabili, come quello che separava le nostre due città. Anche di tutto ciò dobbiamo fare memoria perché quanto vissuto non vada presto perduto, ma ci offra spunti importanti per crescere e maturare nell’anno che sta iniziando e per ringraziare il Signore e tutte le persone che si sono impegnate nelle diverse attività legate al Giubileo e alla Capitale europea della cultura.
L’anno che si sta chiudendo ha visto la morte di papa Francesco, avvenuta il lunedì di Pasqua dopo che aveva voluto per un’ultima volta salutarci il giorno della risurrezione. Tra i tanti insegnamenti che ci ha lasciato un posto di particolare rilievo ha e avrà anche in futuro l’enciclica che si intitola “Fratelli tutti”, che insiste appunto sul nostro essere fratelli perché siamo figli di Dio, come ci ha ricordato san Paolo nella seconda lettura di oggi. Il sentirci fratelli e sorelle perché figli del Dio della pace dovrebbe portarci a pregare e a impegnarci per la pace.
Sulla pace avremo modo di riflettere e di pregare domani, riprendendo il messaggio di papa Leone per il 1° gennaio. Vorrei però chiudere questa omelia citando un passo del suo intervento all’Angelus del 26 dicembre, un passo in grande continuità con il magistero della Fratelli tutti di papa Francesco, parole che parlano proprio di pace in riferimento alla fraternità: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende».
Il cristiano non ha nemici, ma fratelli e sorelle: sia il nostro impegno per il prossimo anno, in continuità con l’esperienza di conversione del giubileo e di fraternità della capitale europea, vivendo realmente in pace alla presenza di Dio, nostro Padre, e impegnandoci, per quanto possiamo, affinché sia così per tutta l’umanità.
+ vescovo Carlo
