Gorizia, la nostra terra di missione

Venerdì 23 ottobre 2026, l’arcivescovo Giampaolo ha presieduto nella chiesa di San Nicolò a Monfalcone la Veglia missionaria nel corso della quale è stato anche consegnato il mandato ai catechisti dell’arcidiocesi.

Grazie agli amici che hanno condiviso la loro esperienza missionaria con noi. Abbiamo visto esperienze del Messico, del Pakistan, della Costa d’Avorio. Il vangelo appena proclamato ci riporta qui a Gorizia, nella nostra “terra di missione”.

1. “Gli undici”: dentro una chiesa imperfetta

Quella che si ritrova in Galilea è una chiesa imperfetta. Gli apostoli non sono più dodici,ma undici. Giuda ha tradito e se n’è andato. La Chiesa mostra la sua umanità sin dal suo sorgere.

È anche la chiesa affidata alla fragilità di Pietro. Più avanti si dice che alcuni dubitavano a ricordarci che sin dall’inizio anche la fede fa problema ed è faticosa.

Il Vangelo e la missione sono affidati a questa Chiesa fatta di uomini anche se abitata dalla presenza del Signore, del Dio con noi, dell’Emmanuele.

Se oggi questa Chiesa è ancora viva lo dobbiamo al Signore perché siamo consapevoli che la storia della Chiesa è fatta di mille ombre, di tante ambivalenze e miserie.

L’imperfezione della chiesa è l’imperfezione di ciascuno di noi, il dubbio è il nostro, il tradimento è tante volte anche il nostro. Eppure anche noi, anch’io siamo lassù sul monte di Galilea, ci siamo con la nostra umanità ma consapevoli che lui ci ha convocati e chiamati. Qui sta la nostra forza, nella sua Parola che ogni giorno ci invita a seguirlo e ad andare.

Rimaniamo sempre discepoli e sentiamo di non poterci ergere a maestri e guide. E se la vita ci chiede a volte di essere missionari, catechisti, educatori, preti, vescovi, lo possiamo solo nella misura in cui continuiamo ad essere discepoli. “Discipulus” è colui che deve imparare.

L’imperfezione tuttavia apre anche al nuovo: arriverà Mattia a sostituire Giuda; più avanti ci saranno le vedove dimenticate e così nasceranno i diaconi; saranno perseguitati e cacciati da Gerusalemme, ma andando in giro annunceranno il vangelo.

 2. “Andarono Galilea”: nel quotidiano

Il luogo dell’incontro con Gesù è la Galilea, il luogo dove avevano trascorso con Gesù gran parte della loro esperienza di discepoli.

La Galilea è il luogo della vita quotidiana così come Gerusalemme era stato il luogo degli eventi eccezionali.

Dentro la vita quotidiana Gesù aveva chiamato i suoi discepoli, tra barche, famiglia, lavoro. E ora li manda dentro la vita quotidiana per evangelizzare la vita quotidiana propria e degli altri.

In Galilea ci sono tanti monti: Matteo ricorda quello dove Gesù proclama le beatitudini e il famoso discorso della montagna (cap. 5). C’è il monte dove Gesù si ritira a pregare (14,23). Il monte dove guarisce i malati (15,29) e il Tabor posto lì vicino al lago.

E c’è un altro monte, perché anche la vita quotidiana ha la sua altezza, i suoi panorami e la sua straordinarietà. Il quotidiano è la montagna che Gesù sceglie per inviarli in missione.

Penso che la mia e la vostra vita, come quella di tanti cristiani, è fatta di pochi momenti straordinari e di un lunghissimo tirocinio di cose di ogni giorno. Il quotidiano ha la dignità delle cose semplici e vere, delle relazioni belle e faticose, delle occupazioni che si ripetono giorno dopo giorno, degli appuntamenti che ci riportano alla fedeltà e costanza.

3. “Vistolo lo adorarono, alcuni dubitavano”: i presupposti della missione

Continuando a scorrere il brano di Matteo vediamo che la missione nasce da alcune premesse che Matteo ci presenta con alcuni verbi: vistolo, lo adorarono, alcuni dubitavano.

Sul monte vedono Gesù. È il risorto, il Gesù difficile da riconoscere perché ha un corpo glorioso. Nemmeno le donne lo avevano riconosciuto né i discepoli che tante volte lo hanno scambiato per un fantasma.

È un vedere della fede, perché dopo la risurrezione, Gesù lo vediamo nella sua Parola, lo incontriamo nella preghiera, possiamo toccarlo nei segni sacramentali, possiamo nutrircene nell’Eucaristia, possiamo riconoscerlo nei fratelli soprattutto nei poveri.

La Gloria di Dio passa attraverso la fragilità di mille presenze che solo uno sguardo di fede può riconoscere. “È il Signore”, queste sono le parole del discepolo, questa è la professione di fede post-pasquale.

Poi lo adorarono. “Ad-orare” vuol dire andare verso con la bocca. Adorare è baciare, è abbracciare, non è solo pregare ma una preghiera di coinvolgimento, fatta di sguardi, di silenzi, di calore, di gesti del corpo e di movimenti dello spirito.

Alcuni dubitavano. Eccola ancora la Chiesa imperfetta. Il dubbio sembra un tarlo della fede. Il dubbio lo ritroviamo sempre: da Natanaele che sorride alle parole dei suoi amici fino alla tomba vuota.

Come non riconoscere l’ambivalenza della nostra fede: crediamo, vogliamo affidarci, ma nel profondo ci accorgiamo di essere increduli, di dubitare. È umano, vorremmo dire, è comprensibile… è il nostro difficile cammino di credenti fragili.

È una figura, quella della fede dubbiosa, che ci è particolarmente cara perché il nostro credere è spesso fragile, dubbioso, incerto, carico di domande. È la figura che sentiamo particolarmente presente attorno a noi. Vanno riconosciuti i nostri dubbi, non dobbiamo averne paura né demonizzarli. Tutti ne hanno, e chi dice di non averne semplicemente non li riconosce e li evita.

Se la fede avesse due mani, una si chiamerebbe fede e l’altra si chiamerebbe dubbio. Credere non è imparare a nuotare, ma camminare sulle acque e Pietro cadrà.

4. “A me è stato dato ogni potere. Andate dunque…”: la missione

L’invio è una liturgia solenne. Gesù richiama la missione ricevuta dal Padre. Il Padre ha posto tutto nelle mani del Figlio: “È lui il figlio, il prediletto, ascoltatelo”.

Il potere di Gesù non è quello di prendermi la libertà che lui rispetterà sempre, ma è quello di dare la vita per me, anche quando io non sono interessato.

Sappiamo che il “potere” dato a noi è soprattutto l’annuncio: «Mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore».

Il potere, o come direbbe Giovanni, la Gloria del Figlio, la incontriamo sulla croce. Il massimo del potere diventa per Gesù la scelta di donare se stesso.

Andare e fate discepoli. La prima missione non è quella di parlare, di annunciare, ma di coinvolgere le persone nella grande esperienza di essere discepoli del Signore.

Gesù non ci regala sedie e nemmeno poltrone,ma scarpe per camminare. La Chiesa riconosce la sua primaria missione di donare ad ogni generazione quell’esperienza fondamentale ricevuta e trasmessa da 2000 anni.

La Chiesa, possiamo dire, è memoria viventedella vicenda di Gesù di Nazareth, è luogo dove ogni persona dovrebbe poter fare esperienza di incontro con Gesù.

La missionarietà non è un aspetto ma l’orizzonte dell’impegno della Chiesa, è permettere, favorire, creare le condizioni perché ogni persona possa incontrare il Signore. L’annuncio è per tutti, buoni e cattivi, credenti e non credenti, vicini e lontani. Per fare discepoli, non proseliti. Per portare le persone a Gesù, non a noi.

Ci viene chiesto prima di annunciare di narrare la mia vicenda di discepolo del Signore. Narrare perché ci fanno più bene le testimonianze delle parole. Perché abbiamo bisogno di concretezza, di vedere che è possibile vivere il Vangelo. Narrare è recuperare anche la fede dei semplici, di coloro che fanno fatica a fare grandi discorsi. Narrare per costruire relazioni più profonde dentro la comunità, per uscire da quell’anonimato che spesso esiste e frena tanti passi.

E poi c’è la graduale introduzione nei misteridella fede e nelle scelte del discepolo. “Insegnate ad osservare tutto quanto vi ho comandato”. Educare è introdurre gradualmente ai misteri della vita di Gesù.

Le ultime parole del brano sono parole di consolazione: “Sono con voi tutti i giorni, fino al compimento”. Gesù si è presentato sulla terra come l’Emmanuele, il Dio con noi e ora lascia questa terra riaffermando questa presenza. Il testo insiste: tutti i giorni; i quelli belli e in quelli difficili, nei giorni del successo e in quelli del fallimento. Finché tutto sia compiuto.

+ vescovo Giampaolo

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24 Ottobre 2026