Dentro ed attorno a questa cattedrale c’è una comunità viva

Venerdì 28 novembre l’arcivescovo Carlo ha presieduto la celebrazione eucaristica nella festa della Dedicazione della cattedrale. Al termine del rito, il Vicario generale, mons. Paolo Luigi Zuttion, è stato immesso nel canonicato di San Paolino d’Aquileia del capitolo della Cattedrale.

Le letture proclamate nella festa della dedicazione di una chiesa, nel nostro caso di questa cattedrale, presentano sempre un aspetto paradossale. Infatti, mentre si dovrebbe festeggiare un edificio, la prima lettura e il salmo invitano a celebrare Dio che può trovare certo in un tempio un segno di presenza, ma, come afferma Salomone nella sua preghiera, non può essere contenuto neppure nei cieli e dei cieli e a maggior ragione in una casa a Lui dedicata. La stessa cosa viene ribadita da Gesù nel Vangelo dove sia il tempio di Gerusalemme, sia il monte in Samaria passano in secondo piano rispetto alla vera adorazione di Dio, che deve essere «in spirito e verità».

La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, a sua volta, sposta l’attenzione dal tempio di pietra al «tempio santo nel Signore», perché in lui i cristiani vengono «edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito». Ecco, quindi, l’aspetto per certi versi paradossali: si festeggia un edificio, ma in realtà si celebra Dio e la stessa Chiesa.

L’edificio che oggi ci offre comunque uno spunto per riferirci a Dio e alla Chiesa è questa chiesa cattedrale, luogo della cattedra del vescovo e quindi luogo centrale e altamente simbolico per la Chiesa di Gorizia. Una Chiesa che quest’anno ha vissuto con tutte le altre Chiese del mondo il giubileo della speranza, con le Chiese in Italia le fasi finali del cammino sinodale, e con la Chiesa vicina di Nova Gorica l’avvenimento della Capitale europea della cultura. Tutti eventi che si sono chiusi o stanno per concludersi, ma che, se sono stati vissuti con autenticità e coinvolgimento, sicuramente avranno un seguito nei prossimi anni.

Vorrei, allora, in questa occasione, tenendo conto che siamo anche al termine dell’anno liturgico, parlare della nostra Chiesa, di cui questa cattedrale è il simbolo, riferendomi alle tre realtà che abbiamo vissuto quest’anno.

Anzitutto il giubileo, l’anno santo che papa Francesco ha voluto caratterizzare per l’apertura alla speranza. Un anno che ha visto molte iniziative a livello di Chiesa universale, nazionale, diocesana e locale. Ritengo che molti dei presenti abbiano partecipato a più celebrazioni giubilari. Io stesso penso di completare i giubilei cui ho preso parte con l’ultimo previsto a Roma, quello dei detenuti, che si terrà a metà del mese di dicembre: andrò a Roma con alcuni detenuti e il personale del nostro carcere.

Il giubileo dovrebbe essere stato per tutti un’occasione di conversione, in particolare alla speranza, cosa che ho voluto richiamare nelle due ultime lettere pastorali. Solo il Signore vede il cuore e conosce i passi di ciascuno e può giudicare se sono o meno passi di pellegrini di speranza. Noi vediamo solo l’esterno delle persone, ma dobbiamo comunque constatare una numerosa partecipazione agli eventi giubilari e per questo dobbiamo ringraziare con gioia il Signore. Chiedendogli anche che la speranza non venga meno in questi tempi connotati da conflitti e da crescenti tensioni a livello mondiale.

Il Cammino sinodale della Chiesa italiana, cui anche noi abbiamo partecipato con responsabilità, ha evidenziato diverse piste per un nostro rinnovato impegno come Chiesa. Su alcuni punti dobbiamo riconoscere di stare camminando: cito, per esempio, l’impegno di molti fedeli laici nei vari ministeri, come i catechisti, i ministri della Comunione, gli operatori della Caritas, i lettori, i cori, le “marte” (le donne che curano la chiesa), ecc. Anche il lavoro vissuto insieme nelle assemblee diocesane, nei consigli pastorali, diocesano e di unità pastorale e parrocchiali, dice che siamo ben indirizzati nella strada della sinodalità e della corresponsabilità. E non dobbiamo dimenticare l’impegno in questi ambiti di molti nostri sacerdoti, veri operatori di comunione, coinvolti in una crescita di fraternità come dimostrano i giorni vissuti insieme nella diocesi di Koper-Capodistria.

Ci siamo decisamente impegnati da anni nel tentativo di ripensare la presenza della Chiesa sul territorio con le unità pastorali: altro tema affrontato dal cammino sinodale italiano. Non siamo più nella fase iniziale di questa esperienza, ma dobbiamo ancora precisare meglio la strada per favorire l’unità e la comunione, migliorando l’impegno di tutti, e nel contempo non perdere la ricchezza delle comunità più piccole, che devono essere valorizzate nella loro identità e insieme aprirsi in una realtà più grande, anche qualora non fossero più parrocchie e non si potesse più garantire in ciascuna di esse la celebrazione della Messa festiva.

Sicuramente c’è molto da fare anche nell’ambito della trasmissione della fede, in particolare ai ragazzi e ai giovani, pur sapendo che nessuno ha in questo settore della pastorale formule magiche e risolutive. Non manca l’impegno caritativo, in collaborazione con molte persone di buona volontà, come dimostrato anche nei recenti fatti che hanno ferito il nostro territorio.

Dobbiamo, invece, crescere nella testimonianza cristiana nella società, in particolare nei luoghi del lavoro, della cura, della cultura e anche dell’amministrazione della cosa pubblica. Sono ambiti in cui in particolare i fedeli laici sono chiamati a testimoniare il Signore in una società che ha ormai perso molti riferimenti al Vangelo. Preziosi, a questo proposito. possono essere i suggerimenti dati da san Francesco ai suoi frati che si recavano in paesi non cristiani: «I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1Pt 2,13) e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio» (Regola non bollata, cap. XVI, 6-8). Tradotte nei termini che spesso ho usato, queste indicazioni possono essere espresse così: “nella società di oggi, nel tuo posto di lavoro, nei diversi luoghi dove si svolge la tua vita, nelle relazioni sociali, anche tra parenti e amici, non nascondere di essere cristiano e, se il Signore te ne dà la possibilità, si’ pronto a testimoniare e annunciare il Vangelo, offrendo anzitutto ascolto, coraggio e speranza alle persone che incontri o che si rivolgono a te”.

Infine, quanto all’esperienza di Gorizia con Nova Gorica capitale europea della cultura 2025, ritengo che dobbiamo ringraziare il Signore per questo evento che ha offerto diverse occasioni per rafforzare un cammino di conoscenza, riconciliazione, collaborazione tra lingue, culture, sensibilità diverse di qua e di là del confine, facendo tesoro di una storia spesso tragica e travagliata, ma che non ha visto il venir meno il desiderio di pace e di fraternità. Come comunità cristiana – spesso in collaborazione con le istituzioni e con fondazioni e associazioni e il sostegno di imprese private – siamo riusciti a dare un nostro significativo contributo presentando anche ai giovani, con l’aiuto di persone molto qualificate, i valori che stanno alla base dell’Europa e che da tempo permettono una situazione serena di riconciliazione e di collaborazione capace di scavalcare confini fisici e soprattutto quelli che passano nella testa e nel cuore delle persone. Un impegno culturale che dobbiamo continuare e che, insieme a tutti coloro che sognano una società ancora più bella e giusta, dobbiamo saper rivolgere verso coloro che si inseriscono nella nostra società venendo da lontano e ci spingono a proseguire in una dinamica non sempre facile di accoglienza, promozione, protezione e integrazione secondo l’insegnamento di papa Francesco.

Dentro e attorno a questa cattedrale c’è quindi una comunità viva che sta camminando approfittando delle occasioni offerte dalla storia. Di questo dobbiamo dire grazie al Signore, che si fa qui presente nella Parola, nei Sacramenti e nell’Eucaristia e nella Comunità. Una presenza che ci riempie di stupore e di gioia.

+ vescovo Carlo

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1 Dicembre 2025