“Come anche Cristo ha amato la Chiesa”

La basilica di Aquileia ha ospitato, domenica 12 luglio 2026, la Liturgia della Parola e la venerazione delle reliquie dei Martiri aquileiesi, in occasione dell’ingresso in diocesi dell’arcivescovo eletto mons. Giampaolo Dianin. Ecco il testo della sua omelia.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (5,18b-32)
Fratelli, siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.
Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso.
Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa

Non poteva non iniziare da qui il mio ministero a Gorizia, in questo luogo che incarna la storia cristiana, ma anche civile, di queste terre; da qui è partito il primo annuncio del Vangelo, e la fede dei nostri antenati è stata fecondata dal sangue dei martiri, in particolare Ermacora e Fortunato.
Da questo luogo elevo al Signore una preghiera di ringraziamento per il ministero del Vescovo Carlo e affido ai nostri patroni il suo nuovo ministero nel servizio delicato e importante ai presbiteri, ai diaconi e ai seminari che ha iniziato a Roma.
E affido all’intercessione di Ermacora e Fortunato la vita e il ministero dei presbiteri e dei diaconi, di tutti gli operatori pastorali, dei giovani e degli anziani, dei poveri e dei malati, di tutti i cristiani e di tutta la gente di queste terre.
Don Mirko, parroco di questa comunità, mi ha proposto, come brano biblico per questa liturgia della Parola, il testo della Lettera agli Efesini che contiene il mio motto episcopale: «Come anche Cristo ha amato la Chiesa». Grazie di questa delicatezza che mi permette di presentarmi a voi non con l’elenco di un curriculum, ma con il cammino interiore e spirituale che il Signore mi ha donato di percorrere in questi anni.
Fin dall’inizio del mio ministero di prete mi è stato chiesto di dedicarmi alla pastorale del matrimonio e della famiglia: gli studi a Roma, la pastorale familiare in diocesi di Padova e l’insegnamento della teologia morale che ho portato avanti per trent’anni.
Ho sempre vissuto il mio ministero di prete accanto all’esperienza sponsale; qualcosa penso di aver donato, ma moltissimo ho ricevuto. La stessa Scrittura, in particolare i profeti, usa la simbologia sponsale per descrivere il rapporto tra Dio e il suo popolo e tra Gesù e la Chiesa.
Sponsalità significa amore, comunione, dono di sé, indissolubilità e fedeltà, fecondità, altruismo, gratuità, paternità e maternità, unione e armonia di corpo e spirito.
Quella del prete e anche del vescovo è una vocazione all’amore e alla fecondità come quella degli sposi perché nessuno può vivere senza amore, perché siamo immagine e somiglianza di un Dio che è amore e perché l’amore autentico diventa sempre generativo in modi diversi.
Il pastore ama il suo gregge, conosce le pecore, se ne prende cura, le conduce al pascolo. Il suo non è un lavoro perché quel gregge è la sua vita e al gregge dona la vita. Se perde qualche sonno è per il gregge come capita a tanti papà e mamme in ansia per i loro figli.
Il testo della lettera agli Efesini mette l’uno accanto all’altro il rapporto tra un uomo e una donna che si amano e il legame d’amore tra Cristo e la Chiesa.
Il primo aspetto, che oggi si nota subito e che ci disturba, è il peso che in questo testo occupa la cultura dell’ambiente di Efeso che considerava la donna in uno stato di inferiorità e quindi di sottomissione rispetto all’uomo. La lettera agli Efesini testimonia un atteggiamento e uno stile dei primi cristiani che non vogliono entrare nella realtà sociale sovvertendone usi e costumi, ma vogliono rileggerla in senso cristiano.
Ma basterebbero due piccole note per andare oltre questo disagio iniziale. Il testo inizia con un’affermazione puntuale: «Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore del Signore». Il verbo che indica la sottomissione è usato in altri luoghi da Paolo per indicare la sottomissione di Gesù al Padre. Anche i cristiani, sull’esempio di Gesù verso il Padre, si sottomettono gli uni agli altri per cercare il bene altrui prima del proprio.
Oggi mi presento a voi anzitutto con questo verbo: mi sento liberamente e amorevolmente sottomesso a questa Chiesa, alla sua storia e alla sua identità. Questa Chiesa viene prima di me, il mio tempo e le mie energie sono per voi con tutti i miei limiti e le mie fragilità, ma col desiderio sincero di un dono pieno e gioioso.
E arriviamo ai versetti che contengono il mio motto: «Voi, mariti, amate le vostre mogli, (ma possiamo scambiare le parti) come Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata».
Gli sposi, ma anche il prete e il Vescovo, sono chiamati ad amare fino al dono della vita e quell’amore passa attraverso il servizio della Parola e dei sacramenti. Questa è la misura dell’amore cristiano nel matrimonio e anche per un pastore: «Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
L’amore coniugale per gli sposi e la carità pastorale per un prete e un vescovo, sono la strada per la propria e altrui santificazione. L’atteggiamento profondo che dovrebbe qualificare gli sposi come anche il pastore è l’accoglienza dell’altro e del gregge come un dono che ci viene affidato in custodia, ma che un giorno dovremo restituire a Dio, autore della vita. In quel giorno, quando la morte busserà alla porta e terminerà l’esperienza terrena dell’amore coniugale e del ministero del prete e del vescovo, ciascuno potrà dire: «Consegno a Dio questa persona e questa Chiesa che, anche grazie al mio amore, è senza macchia né ruga, ma santa e immacolata».
Questo in breve è il motivo che mi ha portato a scegliere quel motto che dice oggi anche lo spirito con cui inizio il mio ministero qui a Gorizia. Dio mi affida voi cari presbiteri e diaconi e voi cari fratelli e sorelle, e a me è chiesto di amarvi e servirvi, di essere sottomesso al vostro bene, di mettervi al centro come priorità della mia vita e di ogni mia giornata. Un giorno Dio mi chiederà conto di voi e mi chiederà di consegnarvi senza macchia né ruga.
Nell’altare del calvario nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, nel luogo dove per tradizione è stato piantato il legno della croce, c’è un’icona che io amo tanto: l’icona del Cristo Sposo. È l’icona che troverete nel piccolo ricordo preparato per questa giornata. Lui che a Cana si era rivelato come lo Sposo annunciato dai profeti, sulla croce consuma il suo amore nel dono della vita.
So bene che la vita, il matrimonio, le nostre famiglie, la vita dei preti e anche di un vescovo, il cammino di una Diocesi, sono abitati da mille fatiche, da tanti tornanti complessi, da crisi di ogni genere. Tutti li abbiamo sperimentati e forse portiamo anche delle ferite, ma io oggi sento ancora l’entusiasmo di chi non si arrende né si rassegna di fronte alle fatiche, ma continua a credere che in Cristo tutto è sempre possibile e che nella vita cristiana i sogni non sono ideali irrealizzabili, ma solo pianticelle che crescono lentamente al punto che non ce ne accorgiamo.
Al Signore Gesù, ai martiri Ermacora e Fortunato, alla Beata Vergine Maria affido tutti voi e anche l’inizio del mio ministero.

 

(Foto Ivan Bianchi)

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12 Luglio 2026