“Che cosa dobbiamo fare fratelli?”

Domenica 26 aprile 2026, l’Amministratore  Apostolico mons. Carlo Roberto Redaelli ha presieduto nella chiesa di San Giuseppe Monfalcone, l’ordinazione diaconale del seminarista Cristiano Brumat.

La prima lettura di questa sera si chiude con un’annotazione particolare che mi ha fatto tornare in mente un incontro avuto qualche giorno fa a Roma. Si tratta del numero dei battezzati che viene riferito a conclusione del brano: «Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone» (Atti 2,41). Siamo al termine della giornata di Pentecoste: un bel salto quantitativo rispetto alla piccola comunità di circa centoventi persone radunata nel cenacolo, probabilmente anche quel mattino (Atti 1,15). Poco più avanti, nel capitolo quarto, l’autore degli Atti riporta un altro numero, quello di circa cinquemila uomini, raggiunto dalla comunità dopo la guarigione del paralitico da parte di Pietro e il successivo arresto dello stesso apostolo e di Giovanni (Atti 4,4).Non c’è che dire: ci si trova di fronte a uninaspettata e veloce espansione della prima comunità cristiana.

Accennavo un attimo fa a un incontro che ho collegato con questi numeri: si tratta del colloquio con un vescovo francese, di passaggio a Roma, al quale ho chiesto se è vero che in Francia esiste da pochi anni una significativa richiesta di Battesimo da parte di giovani adulti francesi non battezzati da piccoli. Mi ha detto che è proprio così e che si tratta di un fenomeno sorprendente che riguarda soprattutto le aree urbane e i giovani. C’è una forte ricerca di senso tra i giovani, in particolare gli studenti, spinta a volte anche dal confronto con l’islam e, spesso, aggiungeva, ciò che inizialmente li avvicina alla Chiesa è la liturgia con il suo fascino e la sua bellezza.

Incuriosito da quanto mi aveva detto, sono andato a leggere un dossier pubblicato poco prima della Pasqua dalla Conferenza episcopale francese, che offre numeri significativi: dieci anni fa i battezzandi adulti erano 4124, nell’ultima Pasqua 13234, a cui si devono aggiungere più di 8.100 battezzandi adolescenti. Sempre da questo dossier si apprende che il 40% degli adulti è arrivato al battesimo dopo un’esperienza di prova che li ha portati a interrogarsi sul senso della vita. Ci sono altri dati interessanti in quel documento, che qui non ricordo, ma lo potete trovare facilmente su internet. La cosa fa certamente riflettere.

Perché ne parlo stasera, mentre stiamo celebrando l’ordinazione diaconale di Cristiano, un’ordinazione che è un passaggio – se tutto procede per il meglio e se il Signore lo vuole – verso la sua ordinazione presbiterale? Lo faccio dal momento che in questi giorni ho tentato di immaginare quale Chiesa attende Cristiano, ma anche i nostri giovani seminaristi se diventeranno presbiteri per la nostra diocesi nei prossimi anni e, in genere, i futuri giovani sacerdoti. Non nascondo di avere avuto qualche pensiero non incoraggiante: una Chiesa sempre più in fatica, comunità cristiane ridotte e anziane, poco capaci di attirare al Vangelo, poco incidenti sulla società. Ma sarà proprio così o potrà esserci un fenomeno come quello francese anche da noi?

Non lo so, anche perché le situazioni sono diverse tra nazioni e anche all’interno dello stesso paese (in Francia i battesimi dei bambini calano molto di più che in Italia, dove ci sono zone in cui l’usanza tradizionale del battesimo dei bambini tiene ancora con percentuali alte: non mi sembra qui da noi). In ogni caso, l’esperienza francese e di altre società occidentali che potremmo definire post-cristiane, ci dice che la sete di senso non è venuta meno nelle persone, che anche gli uomini e le donne di oggi hanno dentro di sé un insopprimibile richiamo di un Altro di cui, anche se non lo sanno, sono comunque immagine e somiglianza e di cui sono chiamati a essere figli. Questo è ciò che non ci permette di essere pessimisti, ma ci spinge a vivere la pienezza della gioia pasquale anche in tempi non facili come quello che stiamo vivendo. Sì, perché anche oggi, come nel passato e come sarà nel futuro, lo Spirito Santo è all’opera nel cuore degli uomini e delle donne perché trovino in Dio, in Colui che è Padre e da sempre e per sempre gli ama, l’origine e la meta della loro vita.

C’è quindi anzitutto un’opera di Dio che, certamente si serve di noi, delle nostre parole, della nostra testimonianza, ma che èassolutamente libera, percorre spesso delle strade che non controlliamo, non programmiamo. Se è così, la Chiesa deve essere sicuramente impegnata nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo, ma forse più che nel passato deve cercare soprattutto di riconoscere l’opera dello Spirito nel cuore delle persone e accogliere coloro che il Signore conduce a lei. È quanto succede in Francia, dove quei giovani vengono di loro iniziativa a cercare la Chiesa, in realtà perché guidati dall’azione dello Spirito e non in risposta a un annuncio della Chiesa stessa.

Dovrebbe essere così anche la nostra pastorale? In ogni caso anche da noi ci sono persone che cercano la Chiesa da adulti, riconoscendo dentro di sé una chiamata di Dio: sono in particolare i cresimandi adulti, ogni anno numerosi. Diversi di loro, come è successo nell’ultima occasione, mi scrivono e raccontano proprio il cammino che hanno compiuto guidati dal Signore, anche partendo da situazioni di vita non facili e spesso tutt’altro che lineari in riferimento alla fede.

Non sto dicendo che non sia importante l’annuncio, come pure il servizio di carità, che chi diventa diacono nella Chiesa è chiamato a svolgere come proprio ministero (e anche chi poi diventerà presbitero non cancella il suo essere diacono e il suo impegno a servire i poveri…). Però, come nel caso di Pietro, non è la parola dell’annunciatore che converte, ma lo Spirito che trasforma quella parola in qualcosa che raggiunge il cuore di chi ascolta: «All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore»,dice il racconto degli Atti. Da lì nasce poi la domanda agli apostoli, alla Chiesa: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E la Chiesa deve essere pronta a rispondere, ad accogliere, ad accompagnare l’opera dello Spirito in coloro che si rivolgono a lei, affinché possano entrare dalla porta della vita, che è lo stesso Gesù, buon pastore.

Neppure il solo servizio di carità converte le persone, se lo Spirito non opera nel loro cuore affinché possano comprendere ciò che sta alla base di quel servizio gratuito, ossia l’amore. Anche in questo caso, spetta alla comunità cristiana accogliere e accompagnare chi ha intuito l’amore di Dio nell’amore ricevuto perché impari a sua volta ad amare e a servire.

Caro Cristiano, tra poco a nome della Chiesa chiederò al Signore di effondere su di te lo Spirito Santo affinché tu possa compiere fedelmente il tuo ministero. E compierlo nelle circostanze non sempre facili di oggi e anche in quelle di domani. Che quello Spirito che opererà in te, ti permetta di vedere la sua azione misteriosa nel cuore delle persone che tu servirai, anzitutto i poveri, e in quello delle donne e degli uomini che ascolteranno la tua parola e vedranno la tua testimonianza di vita. E ti aiuti ad accogliere e ad accompagnare con grande riconoscenza queste sorelle e questi fratelli, chiamati alla fede da parte del Signore, affinché diventino parte di una comunità cristiana rinnovata e gioiosa.

Carlo Roberto Maria Redaelli

 

condividi su

27 Aprile 2026