Domenica 1° novembre 2026, l’arcivescovo mons. Dianin ha presieduto in cattedrale la concelebrazione eucaristica in occasione della Solennità di Tutti i Santi.
In questa solennità facciamo memoria di tutti i santi, soprattutto quelli sconosciuti che non hanno altari né un posto nel calendario ma sono santi perché hanno saputo portare a pienezza i loro giorni in questo mondo e sono già entrati nel mistero della vita eterna e nella comunione con Dio.
1. Spesso le rappresentazioni dei Santi, che ornano le nostre chiese, sembrano staccate dalla realtà, tanto da rendere la santità qualcosa che non sentiamo possibile per noi.
Il papa San Giovanni Paolo II ha proclamato 482 santi e 1345 beati, forse più tutti i suoi predecessori messi insieme. Voleva farci comprendere che la santità non è un ideale irraggiungibile e che i santi non sono persone quasi divine, diversi dai comuni mortali: la santità è una chiamata rivolta a tutti i battezzati, a tutti noi.
Anche la narrazione della santità è cambiata: le vite di questi santi sono sì esemplari, ma hanno perso molti di quegli aspetti straordinari che impressionavano e un po’ intimidivano.
La santità non coincide con la perfezione. I santi non erano e non sono privi di difetti, ma pur essendo segnati da limiti umani hanno davvero amato Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze” e il loro prossimo come se stessi.
2. La pagina del Vangelo ci parla di una santità che ha a che fare col pianto, con la povertà, con l’ingiustizia subita, cioè con la vita reale.
I santi sono la prova di quello che Dio può compiere in noi, se siamo disponibili. Lui può farci attraversare la vita, la nostra vita reale, quella che la I lettura chiama “grande tribolazione” in modo diverso trasformandola in una vita santa.
Il vangelo delle beatitudini ci libera dall’inganno di pensare che per essere felici bisogna occupare un prestigioso ruolo sociale, conquistare gratificazioni e riconoscimenti, avere ricchezza e potere. «Beati i poveri in spirito, di essi è il regno dei cieli».
Le Beatitudini proclamano che la strada verso una pienezza di vita non va cercata fuori, ma dentro i confini della nostra vita. La felicità e la santità è il sogno di Dio per noi e Lui la desidera per noi.
Gesù è venuto per questo, per dirci che è possibile vivere la nostra vita facendone un piccolo capolavoro, ma senza fuggire dalla nostra vita reale, qualsiasi essa sia.
La chiave dell’autentica gioia e della vera beatitudine è legata alla capacità di riconoscere e accettare quello che siamo.
Le Beatitudini sono l’invito ad accogliere con gratitudine quello che siamo e quello che stiamo diventando, rifiutando l’illusione che la vita possa migliorare solo quando arriva qualcosa di più grande e di più bello rispetto a quello che abbiamo.
3. I santi sono uomini e donne che sono stati attaccati, avvinghiati alla sorgente della vita che è Dio. Lo dice Giovanni: «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro».
Il tuo matrimonio bello e imperfetto, i tuoi figli bravi o difficili, la solitudine che stai vivendo perché sei anziano e hai perso tante persone care… La santità è abbracciare quello che sei, la vita che ti è data, per viverla fino in fondo con amore, passione.
La santità è allergica al lamento, al piangersi addosso, al pensare che tutti sono più fortunati di me. E anche là dove ci fosse pianto, mancanza, ingiustizia, cose che non vanno, là è nascosta una gioia che si può incontrare solo a patto che si smetta di desiderare di avere un’altra vita, e si cominci ad approfondire la propria.
Quest’anno abbiamo ricordato gli 800 anni dalla morte di San Francesco. A me piace pensare questo del poverello di Assisi: lui cercava la felicità nelle vittorie militari, nella ricchezza, nel prestigio, nel divertimento; cercava la felicità e ha scoperto la “perfetta letizia”, quella gioia e pace interiore che viene dal tesoro più prezioso che nessuno può portarci vita che è Dio, i fratelli, il creato, il servizio, la vita così come ti è donato di vivere.
+ vescovo Giampaolo
