Domenica 20 settembre, XXV^ del Tempo Ordinario dell’Anno A, l’arcivescovo Giampaolo ha presieduto l’Eucarestia nella chiesa di San Giuseppe artigiano a Gorizia, in occasione dell’inizio del ministero di don Gianluca e don Paolo nell’Unità pastorale “San Giovanni Bosco” a Gorizia.
È da poco terminata la stagione della vendemmia; forse anche alcuni di voi sono stati impegnati in questa operazione. Dove io sono nato andavamo ad aiutare alcuni parenti, era l’occasione per ritrovarci, trascorrere una giornata insieme. Si lavorava ma era un bel momento di famiglia.
I più piccoli avevano una forbice piccola, ma anche loro tagliavano i loro grappoli e nessuno pretendeva che lavorassero come gli adulti, ma anche loro facevano qualcosa.
Gesù usa questa immagine ben conosciuta da chi lo ascoltava per dare a tutti un messaggio importante: la vigna è il mondo, è la tua famiglia, è la parrocchia, la scuola, il campetto dove giochi, l’azienda dove lavori… tutti siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore, a testimoniare la nostra fede, ma soprattutto a darci da fare.
La prima bella notizia del Vangelo di oggi è questa: tutti siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore, ma le persone rispondono in tempi e modalità diverse.Oggi accogliamo tra noi don Gianluca e don Paolo come operai di questa vigna del Signore. E diciamo grazie a don Pierpaolo per il prezioso servizio che ha svolto in queste comunità.
Mi colpisce l’insistenza di questo padrone che esce a chiamare operai per ben 5 volte. Prova, riprova, propone, invita a tutte le ore del giorno. Non si stanca mai di bussare alle porte del cuore umano. Grazie don Gianluca e don Paolo per il vostro sì e grazie don Pierpaolo per il tuo lavoro in questa vigna.
Dio chiama tutti per dare un senso alla vita di ciascuno, per renderla bella e non triste e annoiata come quella di coloro che sono là ad aspettare qualcosa senza sapere bene cosa.
E così ci sono i cristiani della prima ora che fin da piccoli hanno conosciuto e seguito il Signore e ci sono quelli che arrivano in tempi e circostanze diverse, ma arrivano. Dio è felice per i primi, ma lo è altrettanto per coloro che comunque sono arrivati a lavorare nella sua vigna.
L’occasione dell’inizio del ministero di un nuovo parroco ci ricorda che non sono solo don Gianluca e don Paolo a essere operai di questa vigna, ma tutti i battezzati lo sono. Oggi è una comunità, un’UP che si rimette in moto attorno ai loro pastori.
La vigna è del Signore, non dei parroci o del Vescovo, e tutti con ministeri e carismi diversi siamo operai, servi, collaboratori e corresponsabili di queste comunità.
Ma se questa è una bella notizia la seconda parte del vangelo ci inquieta e facciamo fatica a comprenderla. Il momento della paga, a fine giornata, ci sembra una palese ingiustizia.
Viviamo in una società dove tutto è monetizzato. Se faccio qualcosa mi attendo una ricompensa, almeno un segno di gratitudine. Attendo una ricompensa equa, giusta.
E questa mentalità a volte ce l’abbiamo anche verso Dio: Lui mi chiede di andare a lavorare nella sua vigna e io mi aspetto una ricompensa, che può avere il volto della gratificazione, qualche applauso, un’assicurazione contro gli imprevisti della vita.
Gli operai della prima ora si lamentano: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Come non dare loro ragione? I sindacati avrebbero di che ridire nei confronti di questo datore di lavoro che sembra non applicare un giusto metro di retribuzione.
Dio non è un padrone che calcola le ore di lavoro ma dà a ciascuno il meglio, la sua prima legge è che l’uomo viva. Non è ingiusto verso i primi visto che la paga era comunque concordata, è generoso verso gli ultimi. Dio non paga, Dio dona.
Il Vangelo ci chiede, come ha detto la prima lettura, di entrare nel modo di pensare e di agire di Dio: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie».
Dio è un Padre buono, ci dice il Vangelo, è un Padre a cui stanno a cuore tutti i figli. Anche se non sono bravi e anche se giungono a lavorare all’ultima ora. Quel padre farebbe comunque di tutto per vederli realizzati, per averli con sé e dare loro il meglio.
I nostri criteri di giustizia calcolano le ore di lavoro, la fatica, il merito, ma un Padre come lo è Dio ama i suoi figli al di là della bravura e dei meriti. La giustizia umana è dare a ciascuno il suo, quella di Dio è dare a tutti il meglio
La paga che Dio ci dà è quella che Paolo ha scoperto e che ci testimonia nella II lettura: «Per me infatti il vivere è Cristo». Questa è la più bella professione di fede ed è quello che vorremmo tutti potessero dire.
Che importa se uno arriva alla prima ora o uno all’ultima? L’importante è che arrivi a questo vertice dell’esistenza. E che senso ha essere gelosi o invidiosi perché qualcuno è arrivato all’ultima ora a scoprire questo?
Ma se ci pensiamo dobbiamo prendere atto che anche se fossimo operai della prima ora spesso ci siamo stancati o abbiamo abbandonato il lavoro nella vigna, ma lui è tornato a chiamarci in ore diverse, in stagioni diverse della nostra vita.
Oggi il Signore ci chiede: «Ti dispiace che io sia buono?» E noi rispondiamo: «No, Signore, non mi dispiace che Tu sia buono, perché sono io l’ultimo bracciante. Non mi dispiace, perché so che verrai a cercarmi ancora, mi cercherai ad ogni ora e in ogni stagione della mia vita. So che non ti stancherai mai di cercarmi anche quando si sarà fatto molto tardi».
+ vescovo Giampaolo
