La scuola e noi

Siamo all’inizio di un nuovo anno scolastico. Bambini e ragazzi vanno a scuola e il nuovo inizio coinvolge gli insegnanti, le famiglie, il personale: un vero mondo, che vediamo spostarsi nelle corriere, confluire negli edifici scolastici, tornare a casa al termine delle lezioni.
Nei giorni in cui si riaccende l’attenzione sulla scuola, di solito ci si sofferma sulle sfide che deve affrontare. Una prima osservazione.
Si sente spesso l’idea, quasi data per scontata, che la scuola sia “in ritardo” rispetto al proprio tempo e slegata dai problemi della società. Si tratta di una semplificazione che ha fatto presa nel sentire comune ed è ormai diventata una convinzione diffusa, un mito, tanto più ultimamente di fronte al diffondersi dell’intelligenza artificiale generativa, con le sue incognite, ma anche con le sue promesse di un sapere affidato alle macchine anziché all’essere umano.
È chiaro che l’intelligenza artificiale è un terremoto per la società del nostro tempo: basta pensare alle professioni in cui il lavoro umano viene sostituito dalla macchina, più veloce ed economica.
Nella scuola, dalle primarie all’università, la possibilità di risparmiarsi fatica facendo fare il proprio lavoro ad una macchina è (quasi) irresistibile per chiunque. Ma di fronte a questa crisi non si capisce perché gli insegnanti dovrebbero essere “in ritardo”, meno preparati di altri ad affrontarla. Sono loro che custodiscono l’esperienza e la competenza di chi vive e lavora nella scuola: mi pare che non ce ne rendiamo conto abbastanza.
Questa situazione nuova può far emergere piuttosto, finalmente, il fatto che nella nostra società abbiamo perso, da tempo, la percezione del senso della scuola. È uno dei risultati dell’affermarsi dei linguaggi dell’economia e della tecnologia, che sono diventati gli ideali attraverso cui leggiamo anche la vita umana.
Come la società, anche la scuola si è trovata ad inseguire i miti dell’efficienza, del profitto, del rendimento, si è focalizzata sullo sforzo di controllare e valutare “oggettivamente” l’apprendimento dello studente.
Ne sono nati metodologie e strumenti utili, ma è passato in secondo piano il suo nucleo essenziale.
Perché questo nucleo non è misurabile: è la relazione viva, l’incontro concreto tra l’insegnante e lo studente. Prima di essere una certa organizzazione, un certo sistema, la scuola è un luogo ed un evento del tutto particolare, presente in ogni società.
Un luogo prezioso.
Perché con il suo semplice esistere questo luogo richiama, per chi è disposto a vedere, gli aspetti fondamentali dell’umano. La scuola è presidio di umanità. Lo sappiamo tutti: se nella nostra vita un insegnante ci è rimasto nel cuore, è perché in un dato momento ha acceso il nostro interesse, ha fatto balenare possibilità e desideri, ci ha “visti” e trattati con rispetto. È riuscito a trasmettere una passione, oltre che una competenza. Ha fatto intuire il senso della fatica nello studio, negli esercizi, senza la quale non si costruisce nessun sapere. Non ci sono metodologie o strumenti che garantiscano l’accadere di questo evento dell’umano.
Ogni giorno, l’insegnante può (deve) curare cosa e come insegnare, cosa mostrare ai suoi studenti, e poi spendere le proprie energie e la propria sensibilità nella fiducia, nonostante tutto, che l’evento del mostrarsi del mondo, l’evento della scuola, possa accadere.
La scuola è presidio di umanità perché nelle classi, nelle persone dei bambini e dei ragazzi, è presente l’umanità di oggi, si mostrano le ricchezze, le contraddizioni e le ferite di questa società. La scuola ricorda, per chi è disposto a vedere, che un bambino o un ragazzo non è un problema (o un costo) ma una persona, e quindi una responsabilità.
La vera sfida, oggi, è quella di custodire il senso – l’anima – della scuola.
Perché è l’anima dell’umano. Ognuno con le proprie forze, come può. È una sfida che tocca gli insegnanti, gli studenti, le famiglie, ma nessuno può sentirsi escluso, a partire da chi fa politica. L’augurio non è che la scuola sia all’altezza dell’intelligenza artificiale, ma che ognuno di noi sia all’altezza del compito della scuola.

Agnese Miccoli, Direttrice Ufficio per la Past. scolastica diocesana

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

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9 Settembre 2026