Venerdì 21 agosto 2026, l’arcivescovo mons. Dianin ha presieduto la concelebrazione eucaristica nella chiesa di San Pio X a Gorizia nel giorno in cui la liturgia fa memoria di papa Sarto.
Il Pontificato di San Pio X ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa e si è caratterizzato per l’ampia opera di riforma che ha toccato tantissimi ambiti della vita della Chiesa. Il motto di questo vescovo veneto diventato Papa esprime bene l’animo che l’ha guidato: Instaurare omnia in Christo (Rinnovare tutte le cose in Cristo).
Ha riorganizzato la Curia Romana; ha avviato i lavori per la redazione del Codice di Diritto Canonico, la revisione degli studi dei seminari, ha pubblicato il famoso catechismo che è stato un riferimento fino al Vaticano II.
Gli ultimi mesi della sua vita furono funestati dai bagliori della guerra. Il 2 agosto 1914 ha espresso – cito le sue parole – «L’acerbo dolore dell’ora presente» nel vedere i figli schierarsi l’uno contro l’altro. Morì di lì a poco, il 20 agosto e la sua fama di santità iniziò a diffondersi subito presso il popolo cristiano.
La prima lettura esprime bene il cuore che dovrebbe guidare ogni pastore, ma direi anche ogni papà e mamma e ogni educatore. Paolo ha investito tutto sé stesso nella comunità di Tessalonica.
Anche se ormai è altrove, anche se altre urgenze e altre comunità chiedono la sua presenza, non può dimenticare la piccola comunità di Tessalonica. Scrive all’inizio della lettera: «Rendiamo grazie a Dio per tutti voi ricordandovi nelle nostre preghiere […] Sappiamo bene fratelli amati da Dio che siete stati scelti da lui» (1Ts 1,2-4).
Paolo usa due espressioni particolari per descrivere il suo rapporto con i tessalonicesi: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari».
Subito dopo dirà ancora: «Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria».
Un pastore, un educatore, i genitori dovrebbero incarnate queste due dimensioni della maternità e della paternità. Diventare adulti è diventare generativi, padri e madri in senso fisico o in senso spirituale.
Un figlio rappresenta per i genitori la motivazione più importante per agire. Quante cose non si fanno per i figli! Dall’accumulare o spendere il denaro, alle fatiche più incredibili, all’adattare programmi e impegni alle loro esigenze.
Per un figlio si è pieni di attenzioni, di trepidazione, di speranza. Se ne colgono i sospiri quando è piccolo, le ombre improvvise quando è adolescente, le diverse modulazioni della voce e i segni della preoccupazione quando è grande.
C’è differenza c’è tra l’amore materno e quello paterno? Colgo questa differenza ovviamente non rigida visto che oggi c’è una forte allergia ai ruoli rigidi.
Credo si possa comunque dire che l’amore materno ama un figlio soprattutto per quello che è; l’amore paterno ama un figlio soprattutto per quello che può diventare.
Dice Paolo: come una madre che nutre e ha cura dei propri figli. Ecco l’amore tenero, accogliente che si prende cura di tutto con la capacità di cogliere i particolari.
Dice ancora: come un padre che esorta, incoraggia e scongiura. Questo è un amore progettuale, che rimanda altrove, amore da decodificare, non immediato, apparentemente più freddo.
Sono le due facce della genitorialità e anche dell’amore di un pastore: amare le persone per quello che sono e per quello che possono diventare. Entrambe queste dimensioni sono necessarie.
Ci accompagni San Pio X ad essere genitori e pastori così, col cuore di una madre e di un padre.
+ Vescovo Giampaolo
