“Caro Arcivescovo Giampaolo, affidiamo il tuo sì a Maria”

Al termine della concelebrazione eucaristica in Cattedrale a Gorizia, che ha segnato l’ingresso in Diocesi dell’arcivescovo eletto mons. Dianin, un saluto e un augurio sono stati portati anche dal Patriarca di Venezia e presidente della Conferenza Episcopale Triveneto, mons. Francesco Moraglia.

 

Eccellenza, caro Arcivescovo Giampaolo,
come confratelli Vescovi ti auguriamo innanzitutto di essere, per la Chiesa di Gorizia, quel terreno buono di cui ci ha parlato oggi il Vangelo.
Dopo la Chiesa di Chioggia, che hai servito per un tempo breve ma significativo, inizi ora il tuo ministero nella Chiesa di Gorizia.
Noi Vescovi abbiamo un compito impegnativo ma bellissimo: servire il Vangelo e presiedere l’Eucaristia.
Servire il Vangelo vuol dire annunciarlo, avendolo fatto nostro nella fede e nell’amore; è questa la scuola dei santi a cui, per primi, noi Vescovi dobbiamo guardare.
Quest’anno cade l’ottavo centenario della morte di Francesco – il Poverello d’Assisi – che nel suo testamento chiede ai frati l’osservanza del Vangelo “sine glossa”, senza compromessi.
Un altro santo a cui noi Vescovi dobbiamo guardare è Giovanni Battista, colui che semplicemente indica Gesù distogliendo da sé lo sguardo degli uomini.
Presiedere l’Eucaristia: il Vescovo la presiede garantendo la comunione. Ogni Chiesa particolare porta in sé la Chiesa universale, mentre la Chiesa universale si dà concretamente là dove è una vera Chiesa locale.
Il Cammino sinodale – in cui tutti siamo impegnati con compiti e ruoli differenti – esprime, tra le altre cose, questa realtà e durante la celebrazione eucaristica il nome del Papa e del Vescovo richiamano proprio la realtà profonda della Chiesa e, solo dopo, quella affettiva.
Caro Arcivescovo Giampaolo, sii per la tua Chiesa questa garanzia di comunione e di sinodalità, cioè di un cammino fatto insieme ai fratelli, seguendo tutti Gesù. La narrazione del Vangelo di Luca, che ci parla dei due discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35), è sempre attuale per la Chiesa di ogni tempo.
La Chiesa, infatti, è mandata nella storia per essere segno di Gesù, non del mondo o della cultura dominante. Cristo – non dimentichiamolo! – dice di sé: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
Nella sua storia recente la comunità cristiana di Gorizia, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, a causa dell’insipienza umana ha dovuto soffrire una dolorosa divisione (e frontiera) che i suoi pastori si sono impegnati a ricucire attraverso un non facile cammino di riconciliazione affinché le differenze etniche, culturali e religiose diventassero occasioni di comunione.
Ricordiamo oggi e ringraziamo con nostalgia l’Arcivescovo Carlo per l’impegno profuso nei suoi 14 anni di episcopato a Gorizia, anche e proprio nel consolidare l’opera di riconciliazione.
Noi Vescovi, con il nostro “mistero”, siamo chiamati ad esprimere tale logica che, poi, è quella del vero discepolato, anche oggi dinanzi a nuovi gesti di frattura. Il bene grande della comunione cresca come segno visibile del nostro comune fondamento nel Vangelo e nell’Eucaristia.
Caro Arcivescovo Giampaolo, affidiamo il tuo sì a Maria. Ti accompagni nel cammino ecclesiale contando sull’aiuto di tanti e di tante che annunciano il Vangelo dopo averlo fatto proprio nell’amore.

 

(Foto d’archivio)

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12 Luglio 2026