Nella Cattedrale di Gorizia si è svolta domenica 12 luglio 2026 la solenne liturgia eucaristica con la presa di possesso canonica dell’Arcidiocesi da parte di mons. Giampaolo Dianin. Ecco il testo della sua omelia.
Lascio alla Parola di Dio il compito di indicare il sentiero nel giorno del mio arrivo in mezzo a voi cari fratelli e sorelle della Santa Chiesa di Gorizia. Meditando sulle tre letture faccio miei tre sguardi: il primo sulle radici della nostra fede, il secondo su di me e su di noi cristiani di oggi e il terzo su questo tornante della storia nel quale la provvidenza ci ha chiesto di vivere.
1. Lo sguardo sulle nostre radici
Ho salutato la diocesi di Chioggia nella festa dei patroni Felice e Fortunato che sono stati martirizzati ad Aquileia. Loro mi hanno scortato fino ad Aquileia e mi hanno consegnato nelle mani del vescovo Ermacora e del diacono Fortunato che da Aquileia mi hanno accompagnato fino a Gorizia. Lo stesso santo viaggio che hanno compiuto i vescovi Giacinto Ambrosi e Dino De Antoni che da Chioggia sono arrivati in queste terre.
Non è un film di fantasia, è il mistero affascinante della comunione dei santi della quale noi, ancora pellegrini sulla terra, siamo parte per il dono del Battesimo e della fede; è il mistero della Chiesa, della sua fragile umanità e della sua bellezza perché amata da Gesù suo sposo.
Oggi rendiamo onore alle nostre gloriose radici, ai martiri che hanno sparso il loro sangue fecondando queste terre. Da Aquileia è iniziata quell’evangelizzazione di cui noi siamo eredi e anche responsabili perché possa continuare per noi e per le nuove generazioni.
Le radici sono ben piantate, solide, sicure come i muri della Basilica di Aquileia da cui sono partito oggi pomeriggio. La prima lettura ce lo ricorda: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio […] Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto».
Guardo con fiducia i Santi Ermacora e Fortunato, contemplo queste radici e questa Chiesa che oggi il Signore affida alla mia cura pastorale, non da solo per fortuna, ma con i presbiteri, i diaconi, i consacrati e le consacrate e con tutto il popolo santo di Dio, con voi cari fratelli e sorelle.
Papa Leone lo scorso 28 maggio ha rivolto queste parole a noi vescovi italiani: «Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote. Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara» (Leone XIV, Ai vescovi italiani, 28.05.2026).
Mi inserisco nel cammino di questa Chiesa, per continuare la seminagione, in particolare quella del caro Vescovo Carlo che ringrazio della sua accoglienza e delle tante attenzioni avute nei miei confronti. A tutti i presbiteri e i diaconi la gratitudine per il loro insostituibile ministero con la speranza di costruire con ciascuno un rapporto fraterno fatto di stima e di collaborazione nel comune servizio al gregge che ci è stato affidato. E ai nostri seminaristi e al Seminario interdiocesano va già da ora la mia preghiera.
Entro in punta di piedi per ascoltare tutto e tutti con umiltà e apertura della mente e del cuore. Il cammino sinodale ci ha insegnato che l’ascolto non è strumentale a qualcos’altro, ma è itinerario spirituale, conversione del cuore. Gorizia non è Chioggia e non è Padova, le due realtà da cui provengo; vi guarderò, vi ascolterò; aiutatemi ad entrare e serviamo insieme la gioia del vangelo.
2. Lo sguardo su me stesso e su di noi
Il secondo sguardo me lo consegna la seconda lettura: «Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi».
Sento proprio vere queste parole che da una parte ci ricordano i miei e nostri limiti e dall’altra richiamano la potenza che viene da Dio che opera sempre, sia che dormiamo, sia che vegliamo.
Paolo pregava perché il Signore gli togliesse quella spina sul fianco che frenava il suo ministero e insisteva con Dio che con semplicità gli disse: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9).
Non vi racconto i miei limiti, li scoprirete presto, così come sarebbe lungo descrivere i limiti e le fragilità della nostra amata Chiesa: le poche vocazioni, la fatica di trasmettere il vangelo alle nuove generazioni, le tante ambivalenze della nostra testimonianza, l’insufficiente profezia di fronte alla radicalità evangelica, solo per citarne alcune.
Ma noi siamo figli di un Dio che incarnandosi ha abbracciato il limite, di un Dio «che ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti» (1Cor 1,26-27).
Il limite, cioè i nostri vasi di creta, va riconosciuto, va chiamato per nome, va assunto e attraversato. Gesù l’ha fatto lavando i piedi degli apostoli e oggi lo fa con noi accarezzando i nostri limiti. Li scopre, li guarda, ci aiuta a chiamarli per nome, li accarezza e li bacia.
A Pietro, che non voleva saperne di mostrare i suoi limiti, Gesù sembra dire: «Ti amo come persona, come Pietro, ti amo per quello che sei, non per il ruolo che occupi, ti amo anche con i tuoi limiti, lascia che io lavi i tuoi piedi e lascia che questi piedi li vedano anche gli altri. Non vergognarti dei tuoi limiti, lasciati amare!».
Inizio il mio ministero tra voi godendo di tutte le cose belle che imparerò a conoscere e apprezzare, ma già da ora accarezzo i limiti e le fragilità che ci sono in ogni diocesi così come sto cercando di fare con i miei limiti. Non abbiamo paura dei nostri vasi di creta, ci sentiamo sicuri tra le braccia del Signore.
3. Lo sguardo sul mondo
Un terzo e ultimo sguardo me lo consegna il vangelo che parla di guerre e di rivoluzioni, di popoli contro altri poli, di terremoti e di persecuzioni, di tradimenti e di odio.
In questo contesto descritto da Gesù collochiamo i nostri patroni Ermacora e Fortunato. «Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza». Ermacora e Fortunato hanno saputo dare testimonianza della loro fede.
Come Chiesa non possiamo limitarci a guardare a noi stessi; la Chiesa infatti è per il mondo, come ci ha ricordato il Concilio: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1).
Come Chiesa voluta da Gesù ci sta a cuore la persona umana, con una predilezione per i poveri; ci sta a cuore la vita, dal suo inizio al suo compimento; ci stanno a cuore gli immigrati che per tanti motivi bussano alle nostre porte; ci sta a cuore il lavoro e la casa, gli ospedali e le carceri, le inquietudini dei giovani e le fragilità degli anziani; ci sta a cuore il bene comune e la pace.
Gorizia è terra di confine, con una storia particolare che l’ha vista protagonista nelle drammatiche guerre del secolo scorso. Come cristiani, in nome della “infinità dignità” di ogni persona, non possiamo non sentire sulla nostra carne i problemi e le sfide di questo nostro tempo impegnandoci perché le nostre terre non siano terreno di conflitti, ma un laboratorio a cui altri possano guardare.
Affido ai martiri Ermacora e Fortunato e alla Beata vergone Maria il santo viaggio che oggi inizio in mezzo a voi pieno di fiducia e di speranza.
(foto Ivan Bianchi e Selina Trevisan)
