“Dobbiamo lodare il Signore per i ‘piccoli'”

Domenica 5 luglio 2026, nel corso della liturgia eucaristica celebrata in Cattedrale, l’Amministratore Apostolico Carlo Roberto Maria Redaelli ha salutato la Chiesa di Gorizia.

Ecco il testo della sua omelia.

 

In alcune circostanze particolari della vita, come questa in cui vogliamo ringraziare il Signore per i 14 anni del mio servizio episcopale a Gorizia, non è facile trovare le parole giuste. Troppi sono i pensieri, i ricordi, i sentimenti, le emozioni che sono presenti in me, ma penso anche in molti di voi, per riuscire a individuare il modo più efficace per esprimerli.
Come sempre, però, ci viene incontro la Parola di Dio di questa domenica, una Parola che non abbiamo scelto, ma che ci è offerta e proprio per questo ancora più significativa. Mi riferisco in particolare al Vangelo dove Gesù afferma qual è il motivo per cui lodare e ringraziare il Padre: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza».
Dobbiamo quindi lodare il Signore per i “piccoli” che in questi anni hanno accolto la rivelazione del Padre, ossia hanno compreso di essere amati da Lui e per questo di possedere quell’”infinita dignità” di ogni persona di cui parlava molti anni fa il santo papa Giovanni Paolo II e che papa Leone ha sottolineato nella sua recente enciclica utilizzando l’analoga espressione di «eccelsa dignità di ogni persona». Piccoli che ci offrono, spesso con molta umiltà, una grande testimonianza di fede.
Ma chi sono questi piccoli? Un vescovo ha la gioia e l’opportunità di incontrarne molti nelle più disparate situazioni. Spesso con un incontro solo in apparenza occasionale (in apparenza, perché tutto è guidato dalla provvidenza di Dio…) e certamente non con quella continuità che può vivere un parroco o chi, comunque, si presta con assiduità a seguire alcune categorie di persone, ma con un’ampiezza di orizzonti che altri non hanno il dono di sperimentare.
Provo a indicare almeno alcune categorie. Comincerei dai sacerdoti e dai diaconi. Anche loro spesso mi sono apparsi come i “piccoli” del Vangelo, per la loro dedizione alla gente, talvolta con qualche fatica nelle relazioni, ma sempre con tanto cuore, e per la loro fede. Vorrei ricordare in particolare (ho in mente volti precisi, ma non cito i nomi per non dimenticare qualcuno) la testimonianza per me davvero edificante con cui alcuni hanno affrontato con grande fede e fiducia nel Signore le loro fragilità, la malattia, e persino la morte.
Altri “piccoli” sono sicuramente i malati o anche coloro che chiamiamo diversamente abili: persone che spesso mi hanno dato più speranza e gioia di vivere di quelle che potevo offrire loro.
Voglio ricordare poi i detenuti, in particolare quelli di Gorizia: mi ha sempre colpito, tra le altre cose, il modo molto intenso con cui vivono la “via crucis” del Venerdì Santo, quasi rispecchiandosi nell’Uomo della croce e trovando in Lui una vera speranza.
Piccoli sono sicuramente anche i migranti che hanno attraversato il nostro confine soprattutto in certi periodi di affollamento della rotta balcanica e piccoli, sempre nel senso evangelico, sono le persone che con grande generosità e disinteresse li hanno accolti e nutriti in particolare nei mesi invernali.
La stessa cosa vale per i poveri che si rivolgono alla Caritas e per coloro che in questa o in altre organizzazioni di volontariato prestano il loro servizio di amore.
Come vedete, l’elenco si sta allungando, ma vorrei ancora citare altre categorie di persone in cui ho intravisto i “piccoli” del Vangelo.
Anzitutto i ragazzi e le ragazze della cresima con cui in questi anni si è intrecciato un forte rapporto di confidenza soprattutto attraverso le loro lettere, sempre molto sincere, dirette, talvolta persino commoventi.
Anche i cresimandi adulti – ieri sera ne ho cresimati alcuni a Monfalcone… – mi hanno spesso scritto, manifestando in molti casi un autentico percorso di riscoperta della fede dentro le vicende complicate e talvolta dolorose della vita che mi hanno confidato.
Vorrei ricordare ancora i lavoratori incontrati in diverse occasioni sul loro posto di lavoro (e con lavoratori intendo anche gli imprenditori e chi offre ad altri occasioni di impiego): sono sempre stato sorpreso e ammirato per l’impegno e, talvolta, la vera passione per quello che è il loro mestiere.
Da ultimo – ma potrei continuare… – vorrei citare e ringraziare le tante persone che con disponibilità e generosità si mettono a servizio degli altri nelle nostre comunità affinché la Parola di Dio sia annunciata e accolta, la liturgia ben celebrata, i ragazzi introdotti alla fede, i poveri accolti e così via.
Dicevo prima che il vescovo ha tutte queste opportunità di incontro e, nel mio caso, altre ne ho avute in riferimento agli incarichi a livello regionale e nazionale, ma non nel modo continuativo di chi è impegnato direttamente a tempo pieno con le persone. Ho però cercato di interpretare tutto ciò, anzitutto come il dono di avere la possibilità di contemplare nelle più diverse circostanze la “fidanzata”, la “sposa dell’Agnello” che si prepara alle nozze, e poi come un compito particolare che penso di poter portare avanti anche nel nuovo incarico a Roma, pur con i miei limiti che ben conoscete. Ossia quello di fare in modo che la vita delle comunità e l’impegno dei sacerdoti, dei diaconi, dei religiosi e delle religiose e di chi ha in esse un incarico a servizio degli altri, siano sempre più secondo i criteri del Vangelo.
Lo scopo delle lettere pastorali e dei vari interventi di questi anni, come pure quello delle diverse scelte di carattere pastorale, assunte sempre con uno stile di condivisione almeno con i più diretti collaboratori (cito solo tra le molte quelle del primato della Parola di Dio, delle unità pastorali e della valorizzazione dei fedeli laici) è stato proprio questo: fare in modo che siano assicurate al meglio le condizioni per vivere secondo il Vangelo. Ringrazio chi ha colto con disponibilità questo intento e ha camminato insieme con me in questi anni con coraggio e con gioia.
Torno, però, sul tema dei “piccoli” per i quali Gesù loda il Padre. Immagino che mentre elencavo le diverse categorie, qualcuno può essersi domandato: ma allora tutti siamo “piccoli”, tutti siamo persone per le quali Gesù può benedire il Padre, tutti siamo per così dire, se non santi, almeno “bravi”? Ma è proprio così? No, non siamo né santi, né bravi perché non sempre – e mi ci metto io per primo – viviamo in coerenza con il Vangelo. Molte volte, anzi, ragioniamo e, di conseguenza, agiamo guidati dal nostro egoismo, dalla nostra voglia di valere, dal nostro orgoglio o più semplicemente dalle nostre molte paure. E per questo spesso ci sentiamo “stanchi e oppressi”.
Eppure il Signore è venuto proprio per noi. Lo ha ricordato più volte nel Vangelo: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). Ciò che ci chiede è di convertirci all’amore del Padre, essere piccoli che non hanno paura di andare da Lui “mite e umile di cuore”, per trovare “ristoro per la nostra vita”.
La veste della “fidanzata” che si prepara alle nozze dell’Agnello è talvolta macchiata dai peccati dei cristiani o persino lacerata – come purtroppo successo in questi giorni – da scelte improvvide e deleterie. Ma non per questo la Chiesa cessa di essere la sposa promessa e il Signore nel suo amore sa riparare ogni squarcio e lavare ogni bruttura per rendere la sua veste ancora più splendente. Anche quella di questa Chiesa di Gorizia, che con il suo Spirito ha guidato in questi 14 anni con l’impegno di tutti, come ha fatto nel passato e come, ne siamo certi, farà anche in futuro.
E per questo con gioia e riconoscenza ringraziamo e lodiamo insieme il Padre in questa Eucaristia.

Al termine dell’omelia mons. Redaelli ha desiderato salutare i presenti ancora con alcune riflessioni, ispirate alle “3 cose belle, 2 sogni, 1 problema” che in questi 14 anni più volte sono state proposte tanto tra i percorsi di catechesi, quanto nel cammino delle varie parrocchie. 

“Vorrei lasciarvi anch’io con 3 cose belle, 2 sogni, 1 problema – ha aggiunto l’amministratore apostolico -: le mie 3 cose belle sono appunto, come ho rilevato poco fa i “piccoli” incontrati in questi 14 anni; la seconda, l’accoglienza e la preghiera che ho ricevuto sin dal primo giorno; la terza, l’aver avuto accanto persone che mi hanno detto cose sincere, a volte anche rimproveri.

I miei due sogni per questa Chiesa goriziana, ma vale per tutti i fedeli, sono il primo non avere paura, come comunità, di essere cristiani, di esporsi come tali; il secondo sogno è per un presbiterio più unito.

Infine il problema: la fede. Questo lo affidiamo al Signore”. 

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5 Luglio 2026