Don Giovanni Molon, 49 anni, originario di Arlesega, sacerdote dal 2010 è il padre spirituale del Seminario di Padova dal 2017. In tale veste ha avuto modo di collaborare strettamente con mons. Giampaolo Dianin che del Seminario maggiore patavino è stato rettore dal 2009 al 2021.
Don Giovanni, Le chiedo tre aggettivi per descrivere il lungo servizio svolto da mons. Giampaolo Dianin come rettore del Seminario di Padova.
Direi: saggio, solido, profondo.
Saggio nel modo in cui ha saputo impostare e guidare la vita comunitaria nel suo insieme, con equilibrio e la giusta simpatica leggerezza, e per come ha accompagnato i singoli seminaristi nel loro discernimento personale, sempre con equilibrio, ascolto e tatto.
Solido perché non ha mai fatto mancare la giusta attenzione ad un’accurata preparazione spirituale, teologica e culturale.
Profondo perché ha sempre aiutato ciascuno a interrogarsi seriamente sulla propria vocazione e sul proprio rapporto con il Signore, aiutando a leggere la vita della Chiesa e le storie personali alla luce della Parola.
Certamente non esiste un “sacerdote ideale”, ma immagino ci siano alcuni aspetti del sacerdozio che mons. Dianin considerava fondamentali nel dialogo coi seminaristi.
Mi sento di dire che gli aspetti essenziali su cui tornava volentieri nelle sue omelie, incontri di formazione e anche nei dialoghi più informali delineano la figura del presbitero anzitutto come un uomo di relazione: capace di incontrare le persone, di ascoltare, di costruire legami autentici e non di vivere il ministero in modo isolato o autoreferenziale. Poi come uomo di preghiera e di profondità teologica: non semplicemente come uno che ha studiato qualcosa di Dio, ma che vive una fede pensata, nutrita dalla Parola di Dio, da un pensiero maturo e da una vita spirituale seria.
Infine il prete come uomo di comunione, capace di lavorare insieme agli altri, di collaborare con i confratelli e con tutti i battezzati, mettendosi al servizio della Chiesa più che delle proprie idee o sensibilità personali. Sono aspetti che lui stesso ha sempre cercato di incarnare con grande coerenza.
Mons. Dianin è stato anche responsabile del servizio di pastorale familiare della diocesi. Quanto di questo servizio è entrato nel suo essere rettore del Seminario e quanto della sua esperienza in Seminario è confluita nella vicinanza alle famiglie?
Credo che questi due ambiti si siano arricchiti profondamente a vicenda.
L’esperienza nella pastorale familiare è entrata molto nel suo modo di essere rettore: anzitutto nella sensibilità e nell’attenzione verso le famiglie dei seminaristi, con cui ha sempre cercato un dialogo semplice e sincero. Ma anche nell’insistenza sulla maturazione umana dei futuri sacerdoti, considerata un aspetto fondamentale del percorso formativo.
Spesso, inoltre, faceva riferimento alla vita concreta delle famiglie, alle loro fatiche, alle relazioni quotidiane, aiutando i seminaristi a mantenere uno sguardo realistico e vicino alla vita delle persone. Non di rado proponeva anche interessanti paralleli tra l’amore sponsale e familiare e l’amore pastorale del prete: in entrambi i casi si tratta di imparare a donarsi, custodire relazioni e vivere con fedeltà e gratuità.
Allo stesso tempo, l’esperienza in Seminario non l’ha distolto dalla vicinanza e dall’accompagnamento di molte coppie e famiglie, probabilmente caratterizzando il suo servizio di un’ulteriore sensibilità vocazionale.
Qual è il Suo augurio per il vescovo Giampaolo all’inizio del suo episcopato a Gorizia?
L’augurio è che possa trovare nella Chiesa di Gorizia una comunità accogliente, viva e calorosa, con cui instaurare fin da subito un rapporto di fiducia e di comunione.
E che le sue doti di bontà umana, profondità spirituale e solidità culturale possano innestarsi proficuamente nella realtà che è chiamato a servire, portando frutti buoni per il cammino della Chiesa e per la vita delle persone che gli saranno affidate.
a cura di Mauro Ungaro
