“Cantieri aperti” per una Chiesa sinodale

Dalla fine di gennaio 2022 ad oggi, l’arcivescovo eletto di Gorizia, mons. Giampaolo Dianin, ha guidato la diocesi di Chioggia. Della sua esperienza pastorale al servizio della Chiesa clodiense ne abbiamo parlato con mons. Vincenzo Tosello, direttore del settimanale diocesano “Nuova Scintilla” e dell’Ufficio Comunicazioni sociali, presidente del Capitolo dei Canonici, direttore dell’Ufficio beni culturali ed edilizia di culto della diocesi clodiense.

Mons. Tosello, come è stato accolto a Chioggia l’annuncio del trasferimento del vescovo Giampaolo a Gorizia?

L’annuncio è stato dato a conclusione di un incontro di aggiornamento dei sacerdoti che sono rimasti tutti sorpresi, anche perché nel corso dell’incontro si era parlato, tra l’altro, della programmazione del nuovo anno pastorale che dovrà avere come tema centrale la “fraternità”, nella prospettiva della costruzione delle “Comunità cristiane sinodali”, il cui cammino era stato già delineato chiaramente dal vescovo Giampaolo.
Anche molti fedeli hanno espresso sorpresa e talora sconcerto pensando ad un piano pastorale condiviso, che era solo agli inizi, oltre che per il legame affettivo che si era ormai instaurato; ma il sentimento più emergente è stato l’apprezzamento della decisione del papa, intensa come “promozione” in riconoscimento delle capacità dimostrate dal nostro vescovo durante il suo pur breve ministero tra noi.
Le congratulazioni sono state generali, anche se unite al rammarico per la perdita di una guida così valida.

Quali i punti salienti dell’episcopato di mons. Dianin in questi anni a Chioggia?

Primo “il cantiere della Caritas”, con il suo radicale rinnovamento, sede compresa. Quindi la verifica del cammino di Iniziazione cristiana, su cui aveva già annunciato la pubblicazione di una Nota, preparata dopo ampia consultazione e verifica.
Spicca poi la costituzione delle “Comunità cristiane sinodali”, come egli ha voluto denominare, ampliandole, le precedenti Unità pastorali tra parrocchie, riorganizzando tutta la diocesi in 17 CCS per far crescere le comunità cristiane, mettendo insieme le risorse nella prospettiva di una migliore testimonianza nell’annuncio, nelle celebrazioni, nella fraternità e nella missione.
Di qui anche la “formazione” sia del clero, sia, in particolare, dei laici puntando a dotare le comunità di laici coordinatori nei vari ambiti.
Ha puntato molto anche sul rinnovamento dei Consigli di partecipazione (Consigli pastorali e Consigli per gli affari economici), scegliendo infine di costituire l’Assemblea del Presbiterio al posto del Consiglio presbiterale diocesano.
Da citare anche la sensibilità ambientale: ha promosso la costituzione delle CER (Comunità energetiche rinnovabili); s’è impegnato insieme alle diocesi limitrofe a proteggere il territorio dal rischio delle trivellazioni al largo della costa; ha firmato una convenzione della diocesi, prima in Italia, con l’associazione Plastic Free. Grande attenzione poi al mondo della pesca, ma anche a quello dei giovani e al mondo della scuola, ecc.; come pure a tutte le comunità parrocchiali, anche le più piccole, mantenendo un rapporto familiare e amichevole con i fedeli. Da sottolineare il suo “magistero”: le omelie incisive e molto apprezzate, le intense Lettere Pastorali.
Sono molti quelli che il vescovo Giampaolo soleva definire “cantieri aperti” a livello pastorale e organizzativo: ci auguriamo che possano continuare ad essere operativi.

L’episcopato di mons. Dianin è coinciso con la celebrazione del Sinodo italiano. Come ha vissuto la Chiesa clodiense questa esperienza? Quali i frutti?

La diocesi ha seguito tutte le tappe del cammino sinodale della Chiesa, con le consultazioni ad ogni livello, l’elaborazione e l’invio della documentazione, la partecipazione alle convocazioni dei responsabili e dei delegati alle assemblee romane. Anche nella denominazione attribuita alle nuove zone pastorali emerge lo spirito della sinodalità. Sintomatico il fatto che il documento finale approvato poi dai vescovi rispecchia in pieno gli orientamenti e i percorsi della nostra diocesi, per cui è stato facile recepirne le linee essenziali. Il percorso degli ultimi due-tre anni si è sempre avvalso anche di una verifica per cogliere da una parte gli ostacoli da superare e dall’altra i germi che hanno cominciato a fruttificare: una maggiore comunione tra parrocchie, l’approfondimento della Parola di Dio, celebrazioni liturgiche più corali e condivise anche unificando in una “comunità eucaristica” centrale determinate celebrazioni in circostanze e solennità particolari.

Mons. Ambrosi nel 1951, mons. De Antoni nel 1999 ed ora mons. Dianin: in poco più di 70 anni sono tre i vescovi partiti da Chioggia per guidare la Chiesa goriziana. Un unicum probabilmente a livello mondiale. Come leggere questo legame fra Chiese?

Un disegno della Provvidenza si potrebbe dire: forse la diocesi di Chioggia (che a suo tempo ospitò anche molto profughi giuliano-dalmati-istriani) è un terreno adatto, pur con le grandi differenze di mentalità e di conformazione urbana, a forgiare pastori che possano reggere un’arcidiocesi impegnativa come quella isontina.
Non da ultimo ci lega la venerazione per i nostri Santi Patroni, i martiri Felice e Fortunato, che diedero la loro testimonianza proprio in quella terra, nell’antica “chiesa madre” di Aquileia.
Infine, una significativa coincidenza geografico-araldica: nello stemma originale del vescovo Giampaolo furono poste tre onde ad indicare i nostri tre fiumi Po, Adige, Brenta-Bacchiglione; ma anche la diocesi goriziana è attraversata da tre fiumi, l’Isonzo, il Vipacco che confluisce nell’Isonzo, e il Torre. Ambedue tra terra e… acque, compreso il molto mare che le lambisce!

Mauro Ungaro

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28 Maggio 2026