“Essere un grido a nome dei poveri”

Lo scorso 16 aprile mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, Amministratore Apostolico dell’Arcidiocesi di Gorizia e presidente di Caritas italiana, ha aperto i lavori del 45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane ospitato a Sacrofano. Ecco il suo discorso introduttivo.

Un caro saluto a tutte e a tutti.

Christos anesti! O come ho cantato la mattina presto di Pasqua a Gorizia nel Resurrexit celebrato in cattedrale dalla comunità slovena: Kristus je vstal! Sì, Cristo è risorto! Il vero motivo che ci raccoglie insieme qui oggi, per il 45° Convegno nazionale di Caritas italiana è la sua risurrezione. «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» dice l’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto (1Cor 15,14). Posso aggiungere “è vana anche la vostra carità”?

Quindi, anzitutto, buona Pasqua a tutti, alle Caritas diocesane che voi rappresentate, ai poveri che servite, alle comunità che animate. Buona Pasqua in questo tempo liturgico che prolunga la gioia dell’Alleluia fino a Pentecoste.

Un alleluia cantato nonostante tutto in questa situazione mondiale che tutti viviamo con grande preoccupazione e trepidazione. Purtroppo si stanno avverando in pieno le due profezie di papa Francesco – martedì della prossima settimana concelebrerò anch’io l’Eucaristia nel primo anniversario della sua morte nella basilica di Santa Maria Maggiore dove ha voluto essere sepolto –: la profezia della terza guerra mondiale combattuta a pezzi, ma ora i pezzi si stanno congiungendo in un tragico puzzle di sangue e di morte che si sta completando, e la profezia, meno tragica ma ugualmente molto impegnativa, del fatto di vivere non in un’epoca di cambiamento, ma in un cambio d’epoca.

In questo contesto celebriamo il nostro convegno, lasciandoci interpellare dall’umanità di oggi e dai suoi bisogni, che sono anche i nostri. Il nostro incontro si colloca a 50 anni dal primo grande convegno della Chiesa italiana del postconcilio: Evangelizzazione e promozione umana. Un convegno che aveva offerto un segno forte di impegno coraggioso di una Chiesa in pieno fervore postconciliare con il desiderio di un profondo rinnovamento basato sul Vangelo e sulla fedeltà all’uomo. E questo in una stagione che vedeva in quegli anni la traduzione ufficiale della Bibbia in italiano, il messale romano, il documento base della catechesi e naturalmente la nascita di Caritas italiana 55 anni fa. Un tempo davvero di grazia che ha posto le basi per il cammino della Chiesa italiana per gli anni a venire. Allora ero un giovane seminarista – così capite che non sono più giovanissimo – ma ricordo l’entusiasmo per quel convegno: mi ero acquistato il volume degli atti e l’avevo letto tutto dalla prima all’ultima pagina.

La grande intuizione era stata collegare insieme l’evangelizzazione con la promozione umana.

L’evangelizzazione: allora non si parlava ancora di “nuova evangelizzazione” – lo farà più avanti papa Giovanni Paolo II –, ma si avvertiva la necessità di una rinnovata proposta di Vangelo nella realtà contemporanea, anche quella italiana in cui si cominciava a percepire la fine dell’epoca della societas christiana. Consapevolezza profetica che purtroppo a fatica è stata capace di cambiare la pastorale, se la questione della missionarietà è stata rimessa al centro anche del cammino sinodale italiano e pure del sinodo della Chiesa universale.

Il secondo tema, la promozione umana, poteva essere interpretata come un privilegiare la dimensione orizzontale perdendo quello verticale, anche in reazione a un’impostazione precedente che forse sottolineava troppo quest’ultima. Ma appunto l’aver messo insieme i due termini, evangelizzazione e promozione umana, ha per lo meno eretto degli argini da cui non uscire verso una deriva spiritualista o, al contrario, una deriva troppo appiattita sulle necessità materiali. Ancora di più si è allora evidenziato che il Vangelo non poteva che essere incarnato a servizio dell’uomo – il Vangelo di Gesù Cristo il Figlio di Dio realmente uomo – e insieme che la promozione dell’uomo non poteva che partire dal suo essere persona destinata a diventare pienamente figlio di Dio con la propria umanità.

Sarebbe interessante vedere come il binomio evangelizzazione e promozione umana sia via via maturato e anche in parte modificato lungo i decenni che ci separano dall’evento del 1976. Certo il tema dell’evangelizzazione è tuttora decisivo e non ha ancora delle modalità convincenti, come pure quello della promozione umana, sempre sottoposto al rischio di perdere di vista ciò che davvero deve essere promosso nelle persone e nella società.

Naturalmente la Caritas per sua natura è portata a sottolineare il lato della promozione umana: bisognerebbe stupirsi del contrario. Ciò che l’ha salvata dal rischio di appiattirsi solo sull’assistenza è stato soprattutto – per quanto posso capire – l’impegno a promuovere non l’assistenza e neppure semplicemente la carità, ma la testimonianza della carità della comunità cristiana e questo con una funzione pedagogica. Questa caratterizzazione, enunciata con chiarezza nel primo articolo dello statuto, ha reso la Caritas in tanto più umile, non caricata di salvare il mondo e di assistere l’universo, ma di testimoniare fattivamente la carità della comunità cristiana e con un intento di promozione, non per fare da sola, ma per far crescere anzitutto la comunità cristiana e poi tutte quelle realtà anche non esplicitamente cristiane impegnate verso i poveri, affinché il loro approccio non fosse solo assistenziale ma aperto allo sviluppo integrale dell’uomo, dove in quell’integrale non può serto mancare la dimensione religiosa.

Ho citato lo statuto di Caritas italiana: se lo rileggete, vedrete che non si parla in esso di evangelizzazione, né di Vangelo: una lacuna? In ogni caso 5 anni fa papa Francesco ci ha proposto con forza la via del Vangelo. E grazie alla crescente sensibilità verso la Parola di Dio, anche in Caritas si è voluto progressivamente dare maggiore spazio all’ascolto della Parola: il programma stesso degli ultimi convegni lo attesta. All’inizio della giornata viene collocato non una specie di “pensierino” spirituale tanto per cominciare, ma una vera e propria lectio, collegata ai temi del convegno, per avviare la giornata partendo anzitutto dall’ascolto della Parola. E mi auguro che, come da anni in Caritas italiana, anche nelle Caritas diocesane il partire dalla Parola di Dio – magari dal Vangelo del giorno – sia ormai diventato un’ovvietà, qualcosa di cui non si può fare a meno.

Sempre restando sul tema dell’evangelizzazione, sono convinto che lo sforzo di recuperare il rapporto Caritas – Chiesa, rapporto che dovrebbe essere ovvio, dovendo essere la Caritas la modalità concreta con cui la Chiesa a tutti i livelli testimonia la carità – dovrebbe portare a evidenziare maggiormente il tema della testimonianza del Vangelo, senza particolari forzature. Mi spiego: non si evangelizza – faccio un esempio irrealistico per farmi capire – leggendo ad alta voce il Vangelo mentre i poveri consumano il pasto nella mensa della Caritas, ma lo si fa quanto più tutto ciò che compie Caritas è sentito come realizzato dalla comunità cristiana, quella stessa comunità che viene vista celebrare, pregare, catechizzare, educare, ecc. Allora il passaggio dalla carità alla comunità che la attua e poi a ciò che sostiene e motiva la comunità, ossia il Vangelo, verrebbe progressivamente recepito.

Se permettete, come ho già detto ai vescovi nell’assemblea dello scorso novembre ad Assisi, dico anche a voi che il rafforzamento e, dove occorre, il riannodare il rapporto tra comunità cristiana (e non solo il vescovo…) e Caritas è un punto decisivo per questi anni, su cui lavorare molto con pazienza e fiducia. Altrimenti la Caritas rischia sempre più di diventare una realtà a se stante e la diocesi, talvolta magari lo stesso vescovo (in particolare se non ha mai avuto conoscenza diretta del mondo Caritas), può di fatto lasciare andare per proprio conto la Caritas, permettendole di lavorare e anche stimandola per quello che fa, ma non sentendola l’espressione principe della dimensione caritativa della diocesi.

Quanto alla promozione umana, mi sembra che su questo punto il mondo Caritas abbia da sempre lavorato bene, anticipando intuizioni che poi il magistero e l’intera comunità cristiana hanno fatto proprie, come la centralità della persona – se vogliamo, del povero e non della povertà –, l’integralità delle dimensioni della stessa persona, la necessità di rimuovere le cause della povertà e il lavoro concreto per la pace e la giustizia. Ha fatto questo qui in Italia e in molte parti del mondo e ha anche valorizzato quanto fatto da altri su questa linea: le testimonianze che ascolteremo in questi giorni da altre Chiese ce lo confermeranno.

Un tema che affronteremo in questi giorni sarà anche quello dell’advocacy, quasi una nuova forma di profezia della Caritas. Si tratta di ascoltare i poveri, la loro situazione, i loro bisogni, le loro aspettative e – perché no? – anche i loro sogni e divenirne voce competente a loro nome in particolare in dialogo con le istituzioni. Non anticipo quanto verrà approfondito nel corso del nostro convegno, ma vorrei fare una breve riflessione stimolata dai tempi difficoltosi che stiamo vivendo.

Ritengo che si possa fare advocacy efficace solo se ci sono, oltre ad altri elementi, tre condizioni. La prima: che i poveri possano parlare e possano essere ascoltati almeno da chi si prende l’impegno di essere loro portavoce. È sempre possibile? Certamente no in molte parti del mondo: come si fa ad ascoltare i poveri se continuamente soggetti a bombardamenti, se espulsi dal paese, se perseguitati e cacciati, se non posti in grado di esprimersi e di farsi capire (e questo può avvenire anche qui da noi: pensiamo al caso dei migranti alle prese spesso con pratiche e documenti che non riescono a capire)? In questi casi l’advocacy, non potendo essere amplificatore della voce dei poveri, dovrebbe essere comunque un grido a nome dei poveri, sperando sempre che venga il tempo in cui possa essere ridata voce ai poveri di ogni parte del mondo (perché il vero sogno sarebbe che i poveri stessi trovassero il modo per fare advocacy a loro favore).

La seconda condizione per fare advocacy è che ci sia qualcuno nelle istituzioni che sia disposto ad ascoltare. Qualche volta è più semplice e meno dispendioso non mettere un bavaglio ai poveri, ma mettersi i tappi nelle orecchie: gridino pure, ma tanto non li sentiamo. Come può fare la Caritas a costringere chi dovrebbe almeno ascoltare – ma poi dall’ascolto dovrebbe passare all’azione…– e tiene le orecchie chiuse? Forse una strada può venire da una terza condizione, che è anche un impegno: fare in modo che nella società ci sia una condivisione diffusa di certi valori e di certi principi. Se infatti la società nel suo insieme non ritiene importante il valore dell’ascolto dei poveri, della dignità della persona soprattutto se debole e fragile, del rispetto di ciascuno, dell’accoglienza e così via, ben difficilmente chi dovrebbe avere il compito di essere destinatario dell’azione di advocacy lo assume. Al contrario, se la coscienza socialmente diffusa crede in certi valori e principi, chi ha il compito di legiferare e di amministrare non potrà sottrarsi totalmente da tale impegno, se non altro per motivi di consenso elettorale.

Il lavoro sui valori condivisibili in una società potrebbe oggi diventare un compito sempre più richiesto alla Caritas ed essere qualcosa di estremamente necessario. L’esperienza di questi mesi ci ha fatto vedere che se certi principi primi non sono accettati da una società (a cominciare da quella internazionale), ogni tutela giuridica viene meno. Faccio un esempio: il diritto internazionale, che sembra oggi aver perso ogni rilievo, si basa solo se tutti (o quasi) accettano un principio primo: pacta sunt servanda (ossia i patti devono essere osservati). Se questo principio, appunto almeno a livello generale, non è accettato, qualsiasi intervento giuridico diventa inefficace: impossibile fare un negoziato, sottoscrivere patti, stabilire tregue, stabilire accordi commerciali, far funzionare corti di giustizia, ecc. appunto perché so che io o l’altro o tutte e due insieme non riteniamo vincolante il principio prima citato. E allora tutto diventa inutile e anche impossibile. Se non sono sostanzialmente accolti certi principi, salta anche la democrazia: per esempio, il principio del rispetto del voto qualsiasi sia il risultato finale.

Nello statuto di Caritas italiana si parla dell’impegno della Caritas per la giustizia sociale e per la pace: oggi potrebbe consistere proprio nel promuovere in Italia e altrove quei valori che rendono possibile la democrazia e, in sintesi, l’umana convivenza nella pace. Se vengono meno questi valori, salta tutto.

Valori che la Caritas può proporre anche con un’azione formativa diretta, ma soprattutto facendo vedere che sono alla base del suo agire. Vorrei citare, mentre mi avvio alla conclusione, le parole di papa Leone nella veglia di sabato scorso, parole che insistono sulla costruzione della pace nella quotidianità, cosa che potrebbe vedere ancora più impegnata la Caritas all’interno delle nostre comunità: “Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!” (Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace – 11 aprile 2026).

Come potete osservare in questa mia riflessione, senza citarla, ho di fatto ripreso l’invito del profeta Isaia: “imparate a fare il bene, cercate la giustizia” indicando alcuni ambiti dove questo imparare e questo cercare paiono importanti oggi per la Caritas e questo convegno ci può aiutare ad approfondire.

Permettetemi infine, visto che con questo convegno sono al termino della mia funzione di presidente di Caritas italiana (dal 2019) e di presenza in presidenza (dal 2015), di ringraziare il Signore (ma lo farò con voi anche nell’Eucaristia di domenica) e tutti voi per la testimonianza di impegno, di costanza, di creatività, di amore ai poveri che mi avete dato direttamente e indirettamente attraverso le vostre Carits in questi anni. Un’esperienza davvero molto forte, che porterò nel cuore anche nel nuovo incarico che papa Leone mi ha chiesto a servizio dei sacerdoti e dei diaconi (molti impegnati, come è giusto, anche direttamente in Caritas). Buon convegno!

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24 Aprile 2026