Il rinnegamento

Nella serata di oggi, 3 aprile 2026, l’Amministratore Apostolico, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, ha presieduto in Cattedrale l’azione liturgica del Venerdì Santo.

 

Il racconto della passione, che è stato ora proclamato nella versione offerta dal Vangelo di Giovanni, meriterebbe una lunga meditazione, anzi contemplazione, circa tutti gli episodi che vengono presentati. Se fosse un film, sarebbe necessario soffermarsi uno per uno su tutti i singoli fotogrammi o, per dirla con le parole di oggi riferite ai video, su ogni frames che lo compongono.

Mi limito in questo momento di riflessione a commentare un solo episodio, quello del rinnegamento di Pietro. Osservo anzitutto che è ricordato in tutti e quattro Vangeli: non c’è alcuna reticenza negli evangelisti, che scrivevano sotto l’impulso dello Spirito ma a nome della Chiesa, di riconoscere che il primo capo della stessa Chiesa ha rinnegato Gesù proprio nel momento culminante della sua passione. Ciò depone, se ce ne fosse bisogno, a favore della storicità dell’episodio. Ma anche fa riflettere su come Gesù non si sia lasciato bloccare dal comportamento di Pietro, lo abbia anzi perdonato e gli abbia ridato fiducia, una fiducia che ha chiesto l’amore e non la perfezione (“Pietro, mi ami tu?” gli domanderà tre volte dopo la risurrezione), confermandogli l’affidamento della sua Chiesa (“pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore”).

I quattro Vangeli raccontano il fatto del rinnegamento in termini simili, ma anche con sfumature diverse. Nel caso del Vangelo di Giovanni, ascoltato quest’oggi, la prospettiva evidenziata è quella del discepolato. Ciò che propriamente Pietro rinnega è infatti l’essere discepolo di Gesù. Lo evidenziano con chiarezza le domande che gli vengono rivolte: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?», così la giovane portinaia; «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?», così alcune persone che con Pietro si stavano scaldando attorno al fuoco nel cortile. L’ultima domanda non parla di discepolato, ma ne indica il contenuto, ossia l’essere con Gesù: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?», chiede il parente di quello a cui Pietro nel giardino aveva tagliato l’orecchio. Ma la cosa è ulteriormente sottolineata dal fatto che Pietro rinnega di essere discepolo proprio mentre Gesù viene interrogato circa i suoi discepoli: «Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento».

Oggetto del rinnegamento è dunque l’essere Pietro discepolo di Gesù. Ma perché l’apostolo lo nega? Per paura? Per timore di essere catturato e di finire anche lui in croce? Può essere, ma Pietro è un uomo coraggioso, come si è visto nella sua reazione impulsiva nel giardino alla presenza delle guardie, quando sguaina la spada e ferisce un servo. Può esserci stata della paura in lui, ma questo non giustifica il suo rinnegamento e poi non è detto che se avesse confermato di essere discepolo sarebbe stato catturato (da chi? dalla giovane portinai o dai servi del sommo sacerdote?).

Ci deve essere allora un altro motivo che spiega il suo rinnegamento ripetuto per bene tre volte. Penso di non sbagliarmi nel dire che Pietro rinnega il suo essere discepolo, perché si sente per così dire rinnegato, smentito da Gesù. Detto con altre parole: Pietro era un discepolo sincero ed entusiasta del Maestro di Nazareth, ma ora quel Maestro non c’è più, è totalmente diverso da quello che aveva conosciuto. Lui aveva seguito un Maestro che insegnava la Parola di Dio, compiva miracoli, entusiasmava la folla con le sue parole, annunciava il regno di Dio. Quel regno che Pietro si attendeva da un giorno all’altro fosse inaugurato da Gesù. E invece Gesù non si rivela come il Messia glorioso che ripristina il regno di Davide, bensì come un uomo arrestato, incatenato, flagellato, condannato ormai alla croce. Chi allora ha rinnegato? Pietro o Gesù, che ha deluso tutte le attese dell’apostolo e non si è comportato da Messia?

Forse ricordate che questo fraintendimento circa il modo di essere Messia di Gesù c’era già stato tempo prima rispetto all’inizio della passione, quando Gesù aveva preannunciato che sarebbe stato perseguitato, ucciso sulla croce per poi risorgere e Pietro aveva preso in disparte il Signore e lo aveva rimproverato. Gesù però aveva a sua volta rimproverato Pietro, dandogli addirittura del “satana”. Pietro, comunque, non aveva rinunciato a seguire Gesù, forse sperando che alla fine cambiasse idea circa il suo modo di essere Messia. Solo dopo la morte e risurrezione di Gesù, Pietro finalmente capirà e tornerà a essere pienamente discepolo, ma questa volta non del Maestro che lui aveva in mente, ma di quello vero, morto e risorto per nostro amore.

Noi in quanto cristiani siamo discepoli di Gesù e lo siamo diventati dopo la sua Pasqua. Non dovremmo avere fraintendimenti circa il suo modo di essere Messia e quindi non dovremmo correre alcun rischio di rinnegarlo, di misconoscerlo e di dichiarare che non siamo suoi discepoli. Ma è proprio così? Non ne sono del tutto sicuro e parla anzitutto di me. Certo conosco il Vangelo e anche voi lo conoscete, ma poi ne siamo convinti?

Mi spiego: non sto dicendo se lo mettiamo in pratica o meno. Metterlo in pratica non è sempre facile anche quando si è convinti della sua verità. Per esempio, so che devo amare gli altri, ma poi faccio fatica a voler bene ai miei familiari, ma il fare fatica non mette in dubbio la mia convinzione sul valore dell’amore verso il prossimo. Invece mi riferisco all’adesione convinta ai valori del Vangelo e anzitutto alla persona di Gesù. Onestamente dobbiamo riconoscere che tutti rischiamo anche in linea di principio di accogliere solo in parte i valori del Vangelo e lo stile di Gesù.

Faccio alcuni esempi. Il Vangelo insiste sul perdono: ma deve riguardare proprio tutti, anche chi mi ha offeso pesantemente e non accenna minimamente a scusarsi? Gesù chiede di amare i nemici: ma proprio tutti, anche per esempio i criminali di guerra? Il Vangelo ci ricorda che siamo tutti fratelli, ma lo sono davvero tutti o bisogna escludere chi aderisce ad altre religioni o appartiene a una cultura totalmente diversa dalla nostra? Gesù ci ricorda che non dobbiamo metterci al primo posto, ma se è qualcosa che mi spetta devo rinunciarvi? Il Vangelo ci presenta che Dio è amore, ma perché non interviene contro i cattivi? Insomma, non è detto che sia così pacifico il nostro essere realmente discepoli del vero Maestro, con i suoi insegnamenti e il suo modo di agire, e non di un maestro che ci siamo fabbricati a nostra misura.

Che cosa fare? Penso che la strada sia anzitutto riconoscere umilmente la nostra distanza dal Vangelo già a livello di principi e non solo nelle concrete attuazioni. E poi chiedere al Signore che cambi il nostro cuore, il nostro modo di vedere, i nostri sentimenti affinché possiamo essere sempre più simili a Lui. E fare questo mentre, come oggi, contempliamo il mistero del suo donarsi sulla croce per noi, nonostante i nostri tradimenti e rinnegamenti.

+ Carlo Roberto Maria Redaelli

(Foto Andrian)

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3 Aprile 2026