L’Amministratore Apostolico, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, ha presieduto nella sera di Giovedì Santo, 2 aprile 2026, in Cattedrale a Gorizia la messa in Cena Domini. Ecco il testo della sua omelia.
La liturgia di questa sera dà grande rilievo alla lavanda dei piedi. Ne parla il brano del Vangelo di Giovanni e poi anche noi, in obbedienza al comando di Gesù, ripeteremo simbolicamente il suo gesto. Il senso dell’azione di Gesù e anche della nostra è evidente: il servizio a favore degli altri. Un servizio che deve essere connotato dall’umiltà: Gesù infatti compie qualcosa che spettava agli schiavi o comunque ai servi perché si lavavano dei piedi non certo ben curati e protetti da calze e scarpe, come i nostri, ma quelli sporchi e incalliti di allora, quando si camminava scalzi in mezzo al fango e alla polvere. Il gesto di Gesù dice però molto di più. Per comprenderlo nella sua profondità, possiamo soffermarci a riflettere proprio sui piedi, in generale e su come vengono presentati nella Sacra Scrittura.
Sappiamo che i piedi non sono certo la parte più nobile del corpo umano. Non sono un organo con cui ci mettiamo direttamente in relazione con l’altro, come gli occhi che ci servono per vedere, la bocca per parlare, le orecchie per ascoltare. O, ancora, come le mani che ci permettono di entrare in contatto con l’altro; cosa che non facciamo con i piedi che, al contrario, possono essere usati per far male all’altro, pestandogli i piedi con i nostri o per dargli addirittura dei calci. Anche il nostro agire non coinvolge direttamente i piedi, anzi c’è persino l’espressione popolare “fatto con i piedi” per dire di qualcosa realizzato male o comunque in modo impreciso. Eppure i piedi sono importanti: senza di essi, permettete il gioco di parole, non staremo appunto in piedi. Inoltre non potremmo camminare e, quindi, saremo impediti anche di relazionarci con l’altro da vicino (possiamo allungare la mano per toccarlo, ma se i piedi non ci hanno avvicinato all’altro, il gesto della mano è impossibile).
La Bibbia dà valore ai piedi. Il profeta Isaia li definisce addirittura “belli”, se sono quelli degli inviati di Dio: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”» (Isaia 52,7). E dà risalto ai piedi degli Ebrei che tornano dall’esilio, perché venerati da coloro che li avevano perseguitati e che ora sono costretti a umiliarsi davanti a loro («I re saranno i tuoi tutori, le loro principesse le tue nutrici. Con la faccia a terra essi si prostreranno davanti a te, baceranno la polvere dei tuoi piedi; allora tu saprai che io sono il Signore e che non saranno delusi quanti sperano in me»: Isaia 49,23). Interessante è il fatto che nelle tentazioni di Gesù nel deserto, satana gli proponga di gettarsi ai suoi piedi e di adorarlo per avere il potere sul mondo (cf Mt 4,9). Molte persone si gettano ai piedi di Gesù per chiedere un miracolo (cf per esempio: Mc 5,22; 7,25; Gv 11,32) o, anche, pongono i malati ai suoi piedi invocando la guarigione (Mt 15,30). Però è ancora più significativo il gesto di alcune donne, Maria che si mette ai piedi di Gesù per ascoltarlo (Lc 10,39), la peccatrice, che lava i piedi di Gesù con le lacrime e li asciuga con i capelli (Lc 7,18), Maria, la sorella di Lazzaro, che vi versa sopra un profumo preziosissimo e poi li asciuga con i capelli (Gv 12,3). Ricordo infine il riferimento di san Paolo ai piedi quando presenta la comunità cristiana come un corpo unito nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinti. Cita i piedi due volte. Ascoltiamolo: «E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se il piede dicesse: “Poiché non sono mano, non appartengo al corpo”, non per questo non farebbe parte del corpo» (vv. 14-15). E più avanti: «molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; oppure la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”. Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto […]. Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (vv. 20-26).
Alla luce di tutto questo, come possiamo allora interpretare il gesto di Gesù? Anzitutto come un gesto certamente di umiliazione. Chi si pone ai piedi di un altro, lo ricordavo già prima, è uno schiavo incaricato di lavarglieli o uno sconfitto che bacia la polvere dei piedi del vincitore o un bisognoso che implora umilmente aiuto. In ogni caso è un gesto che pare non si addica a Colui che è «il Signore e il Maestro» come Gesù stesso si definisce. Si comprende quindi la reazione di Pietro: «Signore, tu lavi i piedi a me?» «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Invece Gesù si fa proprio servo nostro. Questo significa – forse è un aspetto che ci può sfuggire – che rende noi “signori”, che dà a noi la massima dignità: Lui è il servo, noi siamo i signori.
Si tratta di qualcosa che Gesù aveva annunciato in un passo dove invitava i discepoli a essere servi vigilanti e lì diceva: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). Quanto dice Gesù è chiaro e sorprendente perché sta affermando, con evidente riferimento al suo ritorno e quindi all’aldilà, che allora sarà Lui a servirci. Il gesto dell’ultima cena, quindi, non è un fatto occasionale, ma rivela cosa farà Dio nel suo Regno nei nostri confronti e si comprende quanto Gesù dice a Pietro che potremmo rendere così: “se non ti lasci lavare i piedi qui, non potrai essere in paradiso dove ti farò mettere a tavola e passerò a servirti”.
Siccome siamo esplicitamente chiamati da Gesù a imitarlo, possiamo ora capire che ciò che ci chiede è anzitutto di sperimentare noi il servizio di amore e di dignità che Lui fa nei nostri confronti e lo fa solitamente attraverso gli altri (a volte pensiamo di essere noi i bravi, quelli che aiutano, ma spesso siamo noi i bisognosi…) e solo poi di imitarlo. Non solo però nel venire incontro ai bisogni dell’altro, ma nel ridare dignità all’altro. Il servizio ai poveri nella Chiesa, funziona solo se li rende “signori” nella pienezza della loro dignità. Altrimenti è sì un venire incontro ai loro bisogni, ma umiliandoli o comunque lasciandoli nella loro condizione di inferiorità. Come dice san Paolo – l’ho ricordato prima –, chi nella Chiesa corpo di Cristo non sembra paragonabile alla testa, o a un occhio o a una mano, ma solo a un piede, non per questo ha meno dignità e importanza.
Chiediamo allora al Signore in questa celebrazione che nella Chiesa ci sia un servirsi a vicenda nella concretezza della vita, attento a dare dignità all’altro, anzitutto a chi è povero e persino “scartato” dalla società. E che il cibarci di Lui nell’Eucaristia, sacramento di cui stasera ricordiamo l’istituzione, ci renda sempre più simili a Lui, il Signore che si è fatto servo per amore.
+ Carlo Roberto Maria Redaelli
