Domenica 29 marzo 2026, l’Amministratore apostolico Monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli ha presieduto il rito della benedizione degli ulivi in piazza Sant’Antonio e successivamente la messa nella Domenica delle Palme, nella chiesa di Sant’Ignazio a Gorizia.
Se invece di essere in questo momento a Gorizia, ci trovassimo a Milano, non avremmo ascoltato il brano della passione secondo Matteo la cui lettura si è appena conclusa.
A Milano, infatti, la liturgia si svolge secondo il rito ambrosiano, che è in parte simile al rito romano, in parte è diverso soprattutto nei tempi forti dell’anno liturgico. Ricordo, per esempio, che nei venerdì di Quaresima in rito ambrosiano non si celebra la santa Messa e che il venerdì santo non si riceve la Comunione.
Può essere interessante il confronto tra i due riti, perché porta a prendere maggiore consapevolezza non solo, come è ovvio, delle differenze, ma anche del significato profondo delle diverse scelte nel celebrare lo stesso mistero di Dio.
La festa odierna è una di quelle dove si manifesta con più evidenza la diversità tra i due riti. Abbiamo appena concluso l’ascolto del racconto della passione secondo Matteo. In rito ambrosiano non c’è, ma vengono proclamati sia nella Messa senza processione, sia in quella con la processione due passi del Vangelo di Giovanni. Nella prima modalità, quella cioè senza processione, il Vangelo è il racconto dell’unzione di Betania: Maria, la sorella di Lazzaro (ne abbiamo ascoltato il miracolo della risurrezione domenica scorsa) unge con un profumo molto costoso (con le proteste di Giuda per lo spreco…) i piedi di Gesù. Nella Messa con la processione, il brano di Vangelo di Giovanni è quello dell’ingresso a Gerusalemme.
Non si legge quindi l’intero brano della passione tratto a turno ogni anno da uno dei tre Vangeli Matteo, Marco e Luca, ma ci si limita a ciò che precede immediatamente gli avvenimenti della settimana santa.
Il nostro rito romano, con la lettura completa del passio fa una scelta diversa, già descrivendo tutti gli eventi che vedremo dipanarsi nella settimana santa, perché arriva sino a raccontare della sepoltura di Gesù, portandoci quindi idealmente già al sabato santo.
Non per una visione di parte, ma sembrerebbe più coerente il rito ambrosiano, che non anticipa niente ma prepara a entrare nel mistero della passione. Coerente anche con il segno dell’ulivo, così fortemente apprezzato dal popolo di Dio (a volte in forme un po’ magiche, come di chi viene a prendere l’ulivo da portare a casa senza fermarsi a Messa o, almeno, a pregare). Una coerenza dovuta al fatto che l’ulivo non pare c’entrare con la passione: se proprio volessimo un segno collegato con il passio bisognerebbe distribuire a tutti non un rametto di ulivo, ma un piccolo crocifisso.
La liturgia di oggi è allora in qualche modo poco coerente e non significativa nei segni usati? Penso di no, se vediamo l’ulivo non legato al solo episodio dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ma nel suo senso profondo. L’ulivo, lo sappiamo, ha due significati: l’essere simbolo della pace e della riconciliazione in particolare dopo avvenimenti luttuosi (la famosa colomba che torna all’arca di Noè dopo il diluvio con nel becco il ramoscello d’ulivo) e, con il suo frutto, l’olio, essere segno di consacrazione di re, sacerdoti e profeti.
Se è così, possiamo allora vedere i rami di ulivo come qualcosa che aprono e insieme chiudono la vicenda della settimana santa. La aprono con l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, cosa che anche noi abbiamo rappresentato con la processione prima della Messa. La chiudono – in questo caso in modo meno esplicito, ma non per questo meno vero – riprendendo il racconto del Vangelo dove oggi si è interrotto, ossia alla tomba di Gesù, perché sono il simbolo di quella pace che è il tipico dono del Risorto e ci portano quindi già alla risurrezione di Colui che è il vero consacrato di Dio, il vero re, sacerdote e profeta. Potremmo allora dire che i ramoscelli di ulivo, che abbiamo in mano, ci aiutano a entrare profondamente nel mistero della passione di Gesù, ma andando al di là di essa fino alla risurrezione.
Oggi, poi, in un tempo contrassegnato da quella terza guerra mondiale che già anni fa papa Francesco vedeva in corso, sia pure a pezzi, l’ulivo, simbolo della pace, acquista un risalto ancora maggiore e ci spinge a pregare per la pace. Quella pace, che spesso gli uomini feriscono e distruggono senza sapere come ripararla non essendo capaci di offrire all’avversario l’ulivo della pace. Una pace, invece, che solo il Signore, prendendo su di sé sulla croce l’intero male del mondo e risorgendo a vita nuova, è in grado di donarci.
Proseguendo questa Eucaristia, chiediamo allora al Signore di darci la gioia nella prossima Pasqua di riprendere in mano il ramoscello di ulivo a seguito di qualche concreto segnale di luce e di pace per il mondo che i potenti di questa terra, sostenuti dalla preghiera di molti, trovino proprio in occasione della Pasqua. Losperiamo con tutto il cuore.
+ Carlo Roberto Maria Redaelli
