Chiamati ad osare ancora di più sul tema della pace

Lunedì 16 marzo 2026, l’Amministratore apostolico, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, ha presieduto in cattedrale la solenne conelebrazione eucaristica nella festa dei Santi Ilario e Taziano, patroni della città di Gorizia.

Venerdì scorso nell’ambito delle iniziative per la festa dei nostri patroni, che trova in questa celebrazione eucaristica il suo culmine liturgico, si è tenuto qui in cattedrale un concerto con la partecipazione di molti cori e musicisti della città e del territorio che ha avuto come titolo: “Ringraziamento in musica” e come sottotitolo “Rilettura «sapienziale» di Go2025!”.

Lo scopo è stato quello di riprendere alcuni momenti salienti dello scorso anno che ha visto la nostra Città insieme a Nova Gorica Capitale europea della cultura 2025, ricordarli accompagnati da brani musicali e ringraziare chi ne è stato protagonista e, ovviamente, anzitutto il Signore che ci ha donato un anno davvero meraviglioso e i nostri Patroni che ci hanno assistito con la loro intercessione.

Questa sera, sempre in un contesto di preghiera e di ringraziamento – e quale modo migliore di ringraziare esiste per i cristiani se non celebrare l’Eucaristia, parola greca che vuol dire appunto “rendimento di grazie” – vorrei anch’io riprendere lo spunto del concerto di venerdì non tanto per ricordare i vari eventi di Go! 2025, quanto piuttosto per sottolineare tre insegnamenti che, a mio parere, l’esperienza entusiasmante dello scorso anno ci ha consegnato.

Un primo insegnamento è quello che “si può fare”. Appena arrivato a Gorizia ormai molti anni fa, qualcuno, forse per mettere le mani avanti rispetto al probabile attivismo di un milanese arrivato qui quasi per caso, mi ha detto: “guardi che il detto tipico di Gorizia è no se pol”, non si può (mi pare sia stato anche il titolo di un recente spettacolo al Teatro Verdi).

Negli anni ho capito che quel detto solo in parte è vero e, di solito, costituisce solo la prima reazione di fronte a proposte e a possibili iniziative impegnative, che poi spesso si realizzano e anche bene, ma mi sono anche convinto che quanto in parte giustifica quel detto è un duplice e ambivalente atteggiamento di questa Città.

Mi permetto di sottolinearlo in un clima di confidenza, che penso si sia ormai instaurato tra noi in questi anni (e, mi auguro, resti anche in futuro e cresca anche e soprattutto con il nuovo vescovo).

L’atteggiamento a due facce, che mi sembra diffuso qui a Gorizia, consiste da una parte in una sottovalutazione delle proprie forze e possibilità, dall’altra, al contrario, nel sognare realizzazioni del tutto sproporzionate, che sarebbero molto difficili da concretizzare anche in città più grandi e più dotate di mezzi e di risorse della nostra.

L’evento della Capitale europea della cultura ha invece dimostrato sia nella comunità civile, sia in quella ecclesiale che “se pol”, purché ci sia una meta chiara e proporzionata alle forze, delle risorse adeguate e la furbizia – permettetemi il termine – di partire da ciò che già esiste (che sia un immobile, una iniziativa, un evento o altro non ha importanza) e attende solo l’opportunità di essere, a seconda delle circostanze, ristrutturato, ripensato in termini attuali, riproposto in forme nuove.

Non è il caso di fare qui degli esempi di realtà che nel corso dello scorso anno sono state rilanciate con successo e di quelle, e sono ancora diverse, che potrebbero esserlo in prospettiva. Ma sottolineo che a Gorizia “se pol” più di quanto si creda.

Un secondo insegnamento che ci viene consegnato dallo scorso anno è complementare al primo. Anzi, direi meglio che è essenziale per l’attuazione del primo. E cioè che il “se pol” è realizzabile solo se lo si fa insieme.

Gli eventi della Capitale europea della cultura esigevano per principio questo lavoro di insieme già a partire dal fatto che la Capitale non era né un soggetto unitario, né una doppia Capitale, bensì un’unica Capitale costituita da due città unite, Nova Gorica (che aveva la primogenitura toccando nel 2025 alla Slovenia una delle due capitali europee della cultura) e Gorizia.

Ma al di là del proficuo rapporto transfrontaliero tra due Città, penso che tutti si sia concordi nel ritenere che le iniziative del 2025 sono state possibili perché si è lavorato insieme tra persone, enti, istituzioni.

Questo è stato sperimentato anche nell’ambito più propriamente ecclesiale per le iniziative che l’Arcidiocesi di Gorizia insieme alla confinante Diocesi di Koper-Capodistria (in particolare attraverso la collaborazione dei Decanati riferiti di qua e di là del confine) ha proposto ai fedeli e all’intera cittadinanza.

Lavorare insieme porta a realizzare qualcosa di bello e di riuscito, ma il primo risultato è proprio l’essere insieme, il conoscersi, lo stimarsi a vicenda, il collaborare con pazienza e intelligenza. Sarebbe un peccato perdere il tesoro delle relazioni di conoscenza, collaborazione e persino di amicizia che si sono rafforzate o anche sono nate lo scorso anno.

Infine un terzo insegnamento che possiamo trarre da quanto vissuto nel 2025 è l’estrema attualità di quella che potrebbe costituire sempre più la vocazione di Gorizia con Nova Gorica, ossia quella di essere la “città della pace”.

Una vocazione che viene quasi spontaneamente dalla storia e dalla geografia di questo territorio, ma soprattutto dai percorsi di pace, di riconciliazione, di rispetto per la sofferenza e i ricordi dolorosi degli altri, di attenzione alla sensibilità e alle emozioni di ciascuno, di tutela di chi è minoranza e di chi è maggioranza, di educazione alla pace dei più giovani, eccetera, percorsi iniziati a opera di coraggiosi e autentici “profeti di pace” decenni fa e che l’evento dello scorso anno ha ulteriormente incrementato.

Su questo tema della pace, mi permetto di dire che Gorizia, con Nova Gorica, potrebbe osare di più. E non importa se il buio e preoccupante contesto mondiale sembra scoraggiare ogni iniziativa e sembra spegnere la fiammella della speranza nel cuore di molti. Proprio quando la situazione si fa difficile è il momento di non recedere, di tentare strade nuove e coraggiose.

Del resto questo è l’esempio di chi come i nostri Patroni ha saputo mettere in gioco la propria stessa vita per i valori del Vangelo. È anche l’esempio di san Francesco, che armato del solo Vangelo, non ha avuto timore di superare la linea che divideva il campo crociato da quello del sultano d’Egitto, e ha usato la parola e non le armi nel dialogo con il suo interlocutore, che lo ha rispettato e lasciato tornare incolume da dove era venuto.

Molto interessanti le disposizioni che Francesco dà ai suoi frati inviati in missione tra non cristiani nella Regola non bollata: «I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio» (FF 42-44).

Un atteggiamento, quello suggerito da Francesco, umile, rispettoso, pacifico, che propone la fede cristiana non con le armi e neppure con forme di proselitismo o comunque di contrapposizione, ma solo quando “piace al Signore”.

Che l’intercessione dei nostri Santi Patroni e di san Francesco negli ottocento anni dalla sua morte, aiutino la nostra Città a credere nelle sue possibilità, a lavorare insieme anche di qua e di là del confine, e a essere una Città della pace ispirandosi agli ideali del Vangelo e valorizzando quanto c’è di vero e di buono in ogni religione e in ogni modo di pensare rispettoso degli altri e impegnato per la giustizia e la concordia.

+ Carlo Roberto Maria Redaelli

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16 Marzo 2026