“Chi ama Dio, ami anche suo fratello”

Mercoledì 11 febbraio l’Amministratore apostolico, mons. Redaelli, ha presieduto la celebrazione eucaristica in occasione della Giornata mondiale del Malato presso la chiesa dei Santi Giovanni di Dio e Giusto a Gorizia. Riportiamo il testo della sua omelia.

 

Chissà quante volte abbiamo ascoltato e riascoltato, letto e riletto il Vangelo del buon samaritano. Certamente una delle parabole più affascinanti e coinvolgenti tra quelle raccontate da Gesù. Eppure c’è sempre qualcosa di nuovo che la Parola ci rivela, perché non è mai scontata, ma è sempre qualcosa di vivo rivolto a noi.

Questa mattina, meditando su questo passo del Vangelo di Luca, ho notato un particolare su cui non avevo mai riflettuto. Il dottore della legge si rivolge a Gesù con una domanda destinata a metterlo in difficoltà. Sceglie, però, forse senza rendersene ben conto, non una questione teorica, di scuola, ma una domanda che è quella fondamentale di ogni esistenza umana: «che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?», ossia “che cosa devo fare per salvarmi, per avere una vita che non finisca nel niente?”. Gesù, abilmente, rilancia con una sua domanda appellandosi alla competenza professionale del dottore della Legge, ossia l’esperto della Bibbia: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». La risposta di quest’ultimo è ineccepibile: «Amerai il Signore tuo Dio ecc.». E anche l’ulteriore commento di Gesù è chiaro ed è un invito al suo interlocutore a scendere dalla teoria alla vita: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Il dottore della legge sembra non volere lasciare l’ultima parola a Gesù e a sua volta rilancia: «E chi è il mio prossimo?».

E qui arrivo alla mia meditazione di stamattina: il comandamento dell’amore, ricordato dall’esperto della Bibbia, è duplice: amore verso Dio e amore verso il prossimo. Come mai allora la domanda del dottore della legge è solo sul prossimo e non su Dio? Verrebbe da dire: perché Dio si sa chi è, il prossimo – o almeno il prossimo d’amare – non si sa bene chi sia. E quindi dovrebbe essere ovvio anche come si deve amare Dio, mentre il dubbio resterebbe sul prossimo. Ma è proprio così?

Siamo sicuri di conoscere chi è Dio e come si fa ad amarlo realmente, ossia non in teoria, ma con tutto il nostro essere (cuore, anima, forza, mente)? Parlo per me: non sono così sicuro di conoscerlo e di amarlo per davvero e capisco che per me, ma forse anche per noi che siamo cristiani e frequentiamo la chiesa e ci sentiamo a volte fin troppo familiari di Dio, c’è sempre il rischio di dare Dio per scontato e di ridurre il nostro amore per Lui a qualche preghiera e a qualche pratica.

La domanda sul prossimo, che sembra evitare il riferimento a Dio, in realtà non ci porta però poi così lontano da Lui. In questo senso il dottore della legge non è fuori strada e per questo Gesù accoglie la domanda, la capovolge (non chi è il mio prossimo, ma come posso esserlo io per l’altro), e la spiega con l’esempio concreto del buon samaritano. In che senso allora la domanda sul prossimo è tutt’altro che estranea a quella su Dio?

Ci viene incontro quanto scrive l’evangelista Giovanni nella sua prima lettera: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,19-21). L’indicazione è chiara: si può amare Dio che non vediamo, solo se amiamo il prossimo che vediamo. Ma l’apostolo Giovanni dice di più: possiamo amare Dio e il prossimo solo perché Dio ci ha amato per primo e ci ha amato con lo stile del buon samaritano, che può essere visto come il ritratto di Gesù. È Lui che si accorge, di noi e delle nostre ferite e bisogni, non volge lo sguardo dall’altra parte, si prende cura di noi, ci affida a che ci può aiutare. Sperimentando questo – e lo sperimentiamo non solo da parte di Dio, ma anche da parte di chi si fa nostro prossimo quando siamo nel bisogno (purtroppo leggiamo sempre la parabola come se noi fossimo chi deve aiutare e non chi deve essere aiutato…) – possiamo a nostra volta amare con lo stile di Gesù. Uno stile descritto dalla parabola: accorgersi dell’altro e dei suoi bisogni, avere compassione di lui lasciandoci realmente commuovere, soccorrerlo, coinvolgere altri nella nostra azione di aiuto.

A questo proposito riprendo alcuni passi significativi del messaggio di papa Leone per la giornata di oggi, che descrivono bene questi diversi atteggiamenti via via vissuti dal samaritano: «Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale […]. San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente […] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perú, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale».

L’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono quindi realtà intrecciate e si tratta di un amore che ha la concretezza del racconto della parabola, sia quello che noi riceviamo da Dio (anzitutto Gesù è il vero buon samaritano), sia dagli altri (quando siamo noi a essere bisognosi), sia quello che diamo agli altri, sia quello che diamo a Dio riconoscendo che Lui è amore. Resta l’amore verso noi stessi, che pure, stando al comandamento, è la misura dell’amore per gli altri. In realtà, se siamo figli di Dio e Dio è amore, quanto più amiamo Dio e gli altri, tanto più amiamo noi stessi perché amando realizziamo chi siamo.

Chi ha realizzato ciò in forma davvero piena è Maria, amata da Dio, amante di Dio e amante come Madre e Sorella di noi. Concludo con l’antica preghiera a Lei che papa Leone trascrive alla fine del suo messaggio: «Dolce Madre, non allontanarti, non distogliere da me il tuo sguardo. Vieni con me ovunque e non lasciarmi mai solo. Tu che sempre mi proteggi come mia vera Madre, fa’ che mi benedica il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo». Amen.

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12 Febbraio 2026