La salvezza è destinata a tutti

Martedì 6 gennaio 2026, l’arcivescovo Carlo ha celebrato in cattedrale la liturgia eucaristica in occasione della solennità della Epifania.

Io, per natura, sono un po’ curioso e quando compro o ricevo in regalo un nuovo libro, dopo aver letto le prime pagine, vado subito alla conclusione per vedere come finisce. La cosa non va bene soprattutto nei libri gialli: se sai già chi è l’assassino o il colpevole, che gusto c’è poi a leggere il libro?

Oggi, però, vorrei invitarvi a fare come me, ad andare alla fine del libro, in questo caso il Vangelo di Matteo, da cui il racconto dei Magi è stato tratto. Il brano di Vangelo che abbiamo ora ascoltato si trova in effetti all’inizio del secondo capitolo del Vangelo di Matteo. Se però vogliamo davvero comprenderlo, come un episodio molto importante che dice qualcosa di nuovo, dobbiamo andare alla fine del Vangelo, esattamente al capitolo 28, che chiude l’intero scritto dell’evangelista Matteo. Lì si leggono queste parole: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,18-20).

Chi pronuncia questo invio degli apostoli? Si tratta dello stesso Bambino che i Magi hanno contemplato a Betlemme, diventato ormai adulto. Un uomo che si è impegnato ad annunciare la buona notizia (cioè il Vangelo) del Regno di Dio in tutta la terra di Israele, un annuncio che però non è stato accolto, ma rifiutato. Per questo quell’uomo è stato condannato a morire in croce sul Calvario. Ma poi è risorto il mattino di Pasqua. Sì, chi invia gli apostoli prima di salire al Cielo perché facciano discepoli tutti i popoli è proprio il Bambino di Betlemme diventato Crocifisso Risorto.

Che cosa c’entra questo invio con l’Epifania? Ma prima domandiamoci: che cosa è l’Epifania, perché è così importante celebrarla? Solo perché è un episodio raccontato da un evangelista? No, l’Epifania è importante perché è la manifestazione di Gesù a degli stranieri. I magi, possiamo dire, sono la primizia della totalità dei popoli cui il messaggio evangelico è destinato per la sua universalità come ha chiesto di fare il Risorto.

Ricordavo un attimo fa che la missione terrena di Gesù è rimasta all’interno della terra di Israele e praticamente si è svolta solo in una parte di essa: soprattutto la Galilea e la Giudea con Gerusalemme. Dopo la Pasqua, invece, e tramite l’azione dei discepoli, l’annuncio del Vangelo è destinato a ogni popolo. I Magi, pertanto, non sono solo i protagonisti di un fatto, anche bello e simpatico, accaduto nei primi anni di vita di Gesù, ma vivono l’anticipo di ciò che riguarderà tutte le genti.

Che la salvezza sia destinata a tutti, che Dio voglia bene a ogni uomo e a ogni donna che nasce sulla terra, è qualcosa che per noi è un dato ovvio, non lo era però per i cristiani che venivano dall’ebraismo come Paolo. Lo afferma chiaramente nella seconda lettura di oggi quando lo definisce un mistero che «non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito». E il mistero svelato è appunto – sono sempre parole dell’apostolo: «che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo».

Ma non era un dato ovvio neppure per i cristiani provenienti dal paganesimo, che pure erano pieni di stupore venendo a sapere che anche loro erano amati da Dio. Per questo l’arte cristiana dei primi secoli, opera di credenti appartenenti a tutte le genti e in precedenza pagani, privilegerà spesso la raffigurazione dei magi e del loro venire ad adorare Gesù rispetto ad altri episodi evangelici.

Dicevo che per noi l’universalità della salvezza è invece un dato chiaro ed evidente. Un dato che, soprattutto in alcune epoche, ha sostenuto un forte impulso missionario della Chiesa. Anche la nostra diocesi, non dobbiamo dimenticarlo, ha vissuto anni di intenso sforzo missionario in paesi lontani, con lingue e culture diverse dalla nostra. Ma la consapevolezza che il Vangelo è destinato a tutti è ancora una forte convinzione oggi o vede segni di crisi?

Penso che si possa rispondere che, per grazia del Signore, nella Chiesa è cresciuta la dimensione dell’universalità. Per quanto può valere, anche il fatto che ormai non ci si meraviglia più che il papa possa essere non italiano, indica che la Chiesa è diventata sempre più “cattolica”, termine che significa universale. Pure la presenza tra noi di sacerdoti, religiosi e religiose e anche fedeli venuti da altri paesi, è un piccolo segno di questa universalità, come pure il legame che anche attraverso di loro (oltre che per alcune presenze di nostri missionari e missionarie in varie nazioni) riusciamo sempre più ad avere con altre Chiese.

Ci sono, però, due segni di crisi circa il dato dell’universalità della salvezza di cui dobbiamo prendere atto. Il primo riguarda la stessa Chiesa, cioè noi. La convinzione, contenuta nella Parola di Dio, che Dio vuole tutti gli uomini salvi, riscoperta con forza negli ultimi anni, ha portato a credere meno rilevante l’impegno missionario rivolto ai non credenti e ai non cristiani qui in Italia e negli altri paesi del mondo. Ora, se è vero che Dio vuole la salvezza di tutti e trova per ciascuno la via, spesso a noi sconosciuta, per offrirgli questo dono (che va accolto nella libertà, perché Dio non costringe nessuno a salvarsi…), resta altrettanto vero che Dio ha affidato ai cristiani l’impegno di annunciare questa salvezza. Un impegno di cui ci chiederà conto. Un impegno, per altro, che non è unaggiunta alla nostra fede come se fosse un dovere esterno, ma è qualcosa che dovrebbe nascerespontaneamente dalla gioia di essere cristiani: non si può non testimoniare agli altri la bellezza delcredere in Gesù e di trovare in Lui il senso più profondo della nostra vita.

Un secondo segno di crisi è diffuso nella cultura contemporanea ed è quello di vedere la religione cristiana e, in generale, le religioni non come realtà che fa crescere la fraternità universale tra gli uomini, così ben sottolineata dall’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, quanto piuttosto come qualcosa che sottolinea identità esclusive e contrapposizioni, portando persino al conflitto. Si tratta di un modo di vedere le religioni molto pericoloso, come ha sottolineato recentemente anche papa Leone nel suo messaggio per la pace del 1° dell’anno. Scrive il Santo Padre: «Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata». Il papa indica anche come si deve reagire a questo modo sbagliato di vedere le religioni: «I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture»

Celebriamo oggi la festa dell’Epifania, la festa della primizia della salvezza offerta a tutti i popoli: che il Signore rafforzi la nostra fede nell’universalità della salvezza, sostenga il nostro impegno missionario qui e in giro per il mondo, aiuti la religione cristiana e tutte le religioni a essere fonte non di chiusura e contrapposizione, ma di fraternità e pace. Ne abbiamo bisogno.

+ vescovo Carlo

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6 Gennaio 2026