E se la morte fosse una questione d'amore?
Celebrazione per i vescovi ed i sacerdoti defunti - Chiesa di San Carlo - Seminario teologico centrale di Gorizia
06-11-2014

E se la morte fosse una questione d’amore? Un amore tradito, deluso, interrotto. Sì, perché la morte è un non senso, è un abisso oscuro. E’ la fine non solo di una vita, di una biologia, ma di una storia, di un’intelligenza, di una progettazione, di un aspettativa. Ma soprattutto è la fine di tutte le relazione, occasionali o profonde, soprattutto di queste: una relazione d’amore dovrebbe durare per sempre, ma la morte la interrompe inesorabilmente e trasforma i progetti in fallimenti, le speranze in delusioni, i sogni in incubi.

Anche la relazione fondamentale che ci tiene in vita, quella con Dio che è il principio della vita, è interrotta brutalmente dalla morte, che è la fine della vita. E siccome quel principio non è un’entità filosofica o una legge della fisica, ma è una persona, un Padre, allora la morte risulta il tradimento dell’amore di un padre verso il figlio. Se tu, Padre, sei il principio della mia vita e permetti che questa vita mi sia strappata, allora non ti importa niente di me, allora non mi vuoi bene, allora non mi ami, allora mi abbondoni: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?».

E se poi la mia vita l’ho dedicata a Te, se – certo con le mie fragilità e i miei peccati, ma in maniera autentica, vera… – ho servito la tua Chiesa, il tuo popolo, ho rinunciato a una sposa, a una mia famiglia, a dei miei figli nei cui occhi avrei riconosciuto il mio sguardo e che sarebbero stati in qualche modo la mia continuazione nella storia, … se è così perché mi tradisci abbandonandomi alla morte? La morte come un amore tradito: lo è per tutti, ma forse lo è di più per i preti. E forse questo aggiunge più fatica nell’affrontarla. Non c’è quindi soluzione?

La Parola di Dio ancora una volta ci viene incontro. Non lo fa offrendoci una risposta scontata, facile e consolatoria o ignorando e sminuendo i problemi. Il problema della morte come amore tradito è un problema vero e san Paolo lo assume sul serio. La risposta non è a buon mercato perché rimanda alla croce. E’ a caro prezzo, non per noi ma per il Signore. L’apostolo è chiaro: «se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?». Dio non tradisce il suo amore verso di noi lasciandoci morire, perché Lui è morto per noi e con noi. Il Padre non ha risparmiato il proprio Figlio. Il Figlio ha accettato di essere abbandonato dal Padre perché noi non ci sentissimo mai abbandonati da Dio. Il Figlio ha esalato lo Spirito, perché noi avessimo per sempre lo Spirito che ci rende figli. La morte, allora, da segno tragico di un amore tradito diventa il segno più autentico di un amore sino al sacrificio. Proprio basandosi sulla croce di Cristo, Paolo allora aggiunge: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. lo sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore». La morte allora resta con la sua oscurità, la sua sofferenza, la sua angoscia, ma nella fede viene illuminata dall’amore di Cristo e può diventare una testimonianza di amore per Lui, può diventare la sintesi autentica di una vita – non perfetta e senza peccato -, ma di una vita comunque donata come deve essere quella del prete.

C’è una realtà che ci mette continuamente in comunione con l’amore di Cristo, con la sua morte, segno di quell’amore, ed è l’Eucaristia. Essa è il sacramento del sacrificio di Cristo che ci permette di entrare in comunione con Lui perché Lui si è fatto nostro nutrimento. L’essere preti ci permette una partecipazione intensa all’Eucaristia, perché in essa – per grazia e non per nostro esserne degni – siamo chiamati a dare voce e gesti a Cristo stesso. L’Eucaristia che celebriamo quotidianamente diventa allora per noi fonte privilegiata di comunione con il Signore e quindi ciò che ci aiuta ad affrontare la vita e la morte sentendoci amati da Lui e già in comunione con Lui. Siamo appunto già in comunione con Lui: la morte non interrompe questa comunione, ma la renderà ancora più forte, più evidente. Di questo dobbiamo essere certi. Stiamo ricordando vescovi e preti defunti della nostra Chiesa. Persone che, pur con e dentro le loro fragilità, hanno servito il Signore la Chiesa, questa nostra Chiesa. Persone che sicuramente – come tutti – hanno avuto anche momenti di fatica, forse di dubbio nell’amore del Signore, ma che hanno trovato nella Parola e nell’Eucaristia la forza per andare avanti. Ricordiamoli con affetto e riconoscenza. Sentiamoli vicini nella preghiera nostra e loro. Affidiamoli all’amore del Signore in cui hanno creduto. Siamo convinti che, attraverso la croce di Cristo, già ora vivono la luce della vita nuova del Risorto. Amen.

Rinnovando la tradizione, noi oggi offriamo il Sacrificio eucaristico in suffragio dei nostri Fratelli Cardinali e Vescovi defunti negli ultimi dodici mesi. E la nostra preghiera si arricchisce di sentimenti, di ricordi, di gratitudine per la testimonianza di persone che abbiamo conosciuto, con cui abbiamo condiviso il servizio nella Chiesa. Molti dei loro volti sono a noi presenti; ma tutti, ciascuno di essi è guardato dal Padre con il suo amore misericordioso. E insieme allo sguardo del Padre celeste c’è anche quello della Madre, che intercede per questi suoi figli tanto amati. Insieme con i fedeli che hanno servito qui in terra possano godere la gioia della nuova Gerusalemme.

† Vescovo Carlo