Giovedì 8 ottobre 2026 si è svolta nei locali della parrocchia dei santi Nicolò e Paolo Monfalcone l’assemblea diocesana di inizio anno pastorale. Pubblichiamo di seguito il testo della riflessione consegnata all’Assemblea dall’arcivescovo monsignor Dianin.
1. Rendo grazie al Signore per questi primi tre mesi in mezzo a voi. Giorno dopo giorno sto scoprendo tanta ricchezza visitando i presbiteri e le comunità, incontrando tante persone che chiedono udienza per farsi conoscere.
A chi mi chiede come stanno andando questi inizi rispondo dicendo che il bene che incontro è tanto superiore ai problemi che certo non mancano, ma per ora non riescono ad oscurare le cose belle.
Grazie a tutti voi per la vostra accoglienza che ho apprezzato fin dal giorno del mio ingresso e che ritrovo ogni volta che arrivo in una parrocchia anche solo per una Celebrazione feriale.
Sto cercando di entrare in punta di piedi, consapevole che queste terre hanno una storia complessa fatta anche di ferite che a volte sanguinano ancora. Una terra di confine che sovrabbonda di cultura, abitata da gente calorosa perché basta poco perché una apparente riservatezza diventi un bel sorriso che mette subito a proprio agio.
2. Come ho ripetuto tante volte, questi primi mesi sono stati e sono per me un tempo di ascolto e l’ascolto chiede tempo e pazienza. Qualcuno mi ha chiesto se ci sarà una lettera pastorale come da tradizione; lettera che veniva presentata proprio in occasione di questa assemblea di inizio anno. Sarebbe un gesto poco opportuno e presuntuoso da parte mia, come se io avessi già compreso tutto e fossi nella condizione di dare delle indicazioni pastorali.
Tuttavia dopo aver ascoltato il Consiglio presbiterale e quello pastorale, dopo gli incontri con i vicari episcopali e i decani, dopo tantissimi colloqui con preti e laici, devo dire che ho trovato una sostanziale convergenza su quelli che sono i cantieri aperti sui quali sarebbe importante e forse anche urgente lavorare. Stasera li condivido con voi e provo a dare qualche indicazione per il cammino di quest’anno pastorale.
3. Lo scorso ottobre 2025 si è concluso il cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia e anche Gorizia ha fatto la sua parte. Sono stati quattro anni importanti che non possiamo archiviare anche perché l’intera Chiesa italiana nei prossimi anni sarà impegnata nella fase della sua ricezione e attuazione.
Nell’assemblea nazionale del 25 ottobre 2025 più di mille delegati hanno votato e approvato il documento “Lievito di pace e di speranza” che ha consegnato nelle mani dei vescovi 143 mozioni su tanti aspetti della vita pastorale delle nostre Chiese.
L’assemblea dei vescovi dello scorso maggio ha approvato un secondo documento molto sintetico che ha messo in ordine queste proposizioni evidenziando sei priorità che sono come sei grandi contenitori di quelle 143 mozioni. Il documento, intitolato “Radicati e costruiti in Cristo”, ha evidenziato queste priorità:
1) La fede annunciata, celebrata, vissuta, testimoniata e trasmessa. È evidente che sul tema della fede non possiamo dare nulla per scontato: non lo è il primo annuncio e la formazione, non è scontata la trasmissione alle nuove generazioni e anche le nostre celebrazioni e la nostra testimonianza spesso non è all’altezza delle sfide di oggi.
2) L’impegno socio‐caritativo nel quale si traduce e si rende credibile il vangelo. La Chiesa esiste non per sé stessa ma per il mondo, per essere lievito di speranza e di pace, umile serva che lotta per il Regno che Gesù ha annunciato e ci ha consegnato.
3) L’edificazione di comunità cristiane. Credere è sempre con-credere. La fede va custodita e nutrita dentro la fraternità di una comunità. E le comunità cristiane, sia che siano parrocchie o unità pastorali, sono chiamate ad essere esperienze vere di fraternità. Centrali sono gli organismi di partecipazione e di comunione che le mozioni sinodali hanno chiesto siano obbligatori e non facoltativi.
Qui si colloca il ripensamento della parrocchia perché sia luogo di relazioni reali e vitali. Si parla di corresponsabilità, di articolare autorità e partecipazione, carismi e ministeri alla luce dello stile relazionale di Gesù. Si parla anche di un ripensamento del rapporto tra Chiesa e territorio.
4) La corresponsabilità dei battezzati con un’attenzione ai ministeri battesimali e al ministero ordinato. Si parla di equipe pastorali o di gruppi ministeriali dei vari ambiti. La carenza di presbiteri se non deve frenare la preghiera e l’azione per le vocazioni, è anche una salutare provocazione a ripensarci come Chiesa dove tutti i battezzati sono membra attive e responsabili dell’annuncio e della testimonianza del vangelo.
5) La sinodalità e la collegialità, come stile della Chiesa e come livelli da coordinare meglio. È la questione delicata dell’autorità, del ruolo dei pastori e di quello del popolo di Dio. Si tratta di rendere vera la sinodalità perché non rimanga una parola vuota.
6) L’attenzione alle strutture e all’amministrazione. È tempo di dimagrire, di non perdere energie per tante strutture che non ci servono più, di capire cosa ci serve e cosa possiamo lasciar andare per avere quella leggerezza che ci permette di impegnarci nell’essenziale. Tutto questo nella trasparenza, nella gestione oculata dei beni e delle risorse.
Le Chiese che sono in Italia sono entrate nella fase di attuazione di queste indicazioni. Ci sono temi affidati alla CEI, altri alle Regioni ecclesiastiche e altre ancora alle diocesi.
4. Accanto a questo, che rimane sullo sfondo, vi presento il frutto di questi primi mesi di ascolto. Come dicevo ho trovato una convergenza tra tutti coloro che ho incontrato sia singolarmente sia negli organismi di partecipazione.
Ecco quelli che chiamo cantieri da aprire per la nostra Chiesa diocesana che, come sentirete, non sono poi molto diversi da quanto emerso dal cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia.
Il primo cantiere è quello delle Unità Pastorali a dieci anni dalloro avvio. Molti hanno chiesto una verifica del cammino fatto e hanno auspicato dei correttivi: alcune sono troppo grandi, altre sembrano innaturali rispetto a come si muove la gente. Nelle più grandi è difficile comunicare e camminare insieme.
Va tuttavia riconosciuto che in questi anni si è camminato molto. I doni di ciascuna realtà sono diventati una comune risorsa e le piccole parrocchie mantengono una loro vitalità.
Si tratta non solo razionalizzare le Unità pastorali, ma anche di cercare come agire dentro le Unità stesse per capire il rapporto tra la singola parrocchia e le varie collaborazioni. C’è infine una certa disomogeneità nelle risorse soprattutto dei presbiteri.
Le Unità pastorali, per fare un parallelismo simpatico, sono un po’come l’Italia del Risorgimento: fatta l’Italia bisognava fare gli italiani perché si sentissero parte della nazione riunita. Fatte le Unità pastorali a tutti è chiesto di ripensarsi in questa nuova realtà e ripensarsi per noi cristiani significa anche convertirsi a un nuovo modo di esercitare il ministero di presbiteri e anche di cristiani battezzati.
Un secondo cantiere è la comunione all’interno del presbiterio. La nascita delle Unità pastorali ha creato qualche fatica quando è venuta l’ora di collocare i presbiteri nella nuova organizzazione territoriale della diocesi. Questa fatica si è aggiunta a non pochi problemi relazionali che hanno reso difficile le relazioni tra i presbiteri e a volte anche la comunione col Vescovo.
L’impressione è che l’unità del presbiterio sia oggi fragile, e va nutrito il desiderio di stare insieme, di volersi bene, di elaborare e superare alcune tensioni. Anche la figura del prete chiede di essere ripensata perché il doveroso servizio alle necessità della pastorale non metta in secondo piano il riconoscimento e la valorizzazione delle qualità, dei carismi e anche dei limiti di ciascuno.
Dobbiamo riconoscere, tuttavia, che ci sono tanti preti bravi che si spendono con amore per il bene della nostra diocesi. Il desiderio di prendersi cura dei preti anziani e di permettere loro di vivere gli anni della vecchiaia e della fragilità in mezzo a noi è un segno che sotto alcune fatiche ci sono braci accese che con poco potrebbero essere riattizzate.
Un terzo cantiere è quello della pastorale giovanile e vocazionalestrettamente legate visto che la pastorale giovanile non può non essere anche vocazionale nel senso più ampio di questo termine.
Ringraziamo il Signore per le belle esperienze estive i cui frutti io riconosco quando incontro i ragazzi della cresima. Importanti sono i ricreatori, ma non sempre le belle e rinnovate strutture delle nostre parrocchie sono anche vissute da ragazzi e giovani.
Quest’anno riprenderanno i percorsi vocazionali perché la pastorale giovanile e vocazionale non può limitarsi ai grandi eventi come la GMG della prossima estate. Molti hanno ricordato che ci sono giovani interessati a interrogarsi sulla loro vita, qualcuno ritorna, altri sono disponibili a mettersi in gioco.
Il quarto cantiere è quello della formazione. C’è la scuola di teologia che fa fatica, ma è un’opportunità formativa importante che non dobbiamo lasciar cadere, ma va ripensata. Ci sono i gruppi della Parola, una preziosa opportunità di formazione per gli adulti, che vanno verificati e rimotivati. Ci sono persone che si danno da fare, ma molti hanno evidenziato che l’età avanza e il ricambio non è garantito.
Nella nostra diocesi un laicato formato “esiste e resiste”, mi è stato detto. Ci sono persone che desiderano incontrarsi oltre gli aspetti organizzativi e operativi. Ci sono giovani famiglie credenti e praticanti e c’è la disponibilità a una ricerca spirituale e di senso.
All’interno del Consiglio presbiterale sono emersi temi come il nostro linguaggio che molti non comprendono più; la necessità di armonizzare l’attenzione ai temi sociali e caritativi con l’impegno per la vita spirituale. Ci si chiede in cosa consista l’annuncio evangelico e come si possa diventare più efficaci. La vita cristiana sta assumendo derive individualiste, un fai da te che il Covid ha contribuito ad aumentare. Tutto questo evidenzia la necessità di sostare nella formazione.
Il quinto cantiere è il nostro rapporto col territorio nel quale la Chiesa di Gorizia opera. Ringraziamo il Signore dei rapporti buoni e collaborativi con le diverse istituzioni.
La Caritas è una realtà viva e complessa come complessi sono i problemi che si trova ad affrontare. Le povertà che bussano continuamente alla nostra porta sono tante e la Caritas sarà sempre un cantiere aperto e difficile da gestire anche a livello di risorse.
Molti mi hanno parlato del “caso Monfalcone” dove la sfida dell’immigrazione è viva e genera non poche conflittualità. Prendiamo atto che anche all’interno della Chiesa goriziana siamo divisi sul modo di affrontare questo tema. Non so se sia utopia ritrovarci come cristiani sul modo di affrontare questo tema al di là delle appartenenze politiche e delle idee di ciascuno. Per noi il riferimento primo deve essere il vangelo e un buon discernimento pastorale.
In questa terra di confine dove si incrociano tante culture e anche religioni emerge la questione delle altre confessioni cristiane e quella dell’Islam. Sono sempre più numerose le famiglie miste a ricordarci che non possiamo eludere questo tema.
Il rapporto con il territorio ci fa pensare alla nostra Università, agli studenti che la frequentano e a come costruire un dialogo costruttivo con questa istituzione importante.
Anche il mondo del lavoro ci interroga, dalla cantieristica alla pesca, dall’agricoltura all’industria. Tutto ciò che riguarda l’uomo sta a cuore alla Chiesa.
Un sesto e ultimo cantiere riguarda le strutture della diocesi e delle nostre parrocchie. A livello di persone e tenendo conto dei bisogni della diocesi mi sembra possa essere sufficiente avere il Vicario generale, il Vicario per la Pastorale, quello Giudiziale previsto dal Codice e il Vicario per gli Sloveni. Per gli uffici pastorali si può pensare a delle deleghe sia per coinvolgere preti e laici ma anche per non sovraccaricare alcuni.
Strutture significa anche edifici che sono tanti e pensati per tempi in cui eravamo tanti. Dobbiamo chiederci cosa veramente ci serve per annunciare il vangelo e cosa invece rischia di appesantirci; cosa dobbiamo tenere e rilanciare e cosa possiamo lasciar andare.
5. Come ci muoveremo in questo anno pastorale? Sono tanti i temi, ma l’obiettivo di questo anno pastorale è quello di diventare consapevoli di questi temi, di pensare a come possiamo affrontarli, di far emergere delle ipotesi di lavoro. Un anno, quindi, che definirei progettuale per mettere a fuoco i percorsi che saremo chiamati a intraprendere nei prossimi anni.
Per questo, ascoltando anche il saggio suggerimento del Consiglio presbiterale, affido ciascuno di questi temi a chi ha più competenza ed è maggiormente coinvolto in quel cantiere.
Il cantiere delle unità pastorali lo affido ai Consigli pastorali delle stesse unità pastorali perché verifichino come stanno andando le cose ed eventualmente suggeriscano delle modifiche all’assetto dell’unità pastorale e al modo di lavorare insieme. Saranno i Decani a fare da supervisori a questo lavoro. E ci saranno delle schede per accompagnare il discernimento.
Il cantiere della comunione all’interno del presbiterio lo affido al Consiglio presbiterale perché lungo quest’anno faccia un lavoro di consapevolezza ma anche arrivi a indicare delle piste di lavoro.
Il cantiere della pastorale giovanile e vocazionale lo affido alle equipe dei rispetti uffici coinvolgendo eventualmente altri soggetti, associazioni e movimenti, consacrati e consacrate, presbiteri che sono vicini al mondo giovanile per mettere a fuoco questo tema così importante e decisivo.
Il cantiere della formazione lo affido al Consiglio pastorale diocesano dove tutto il popolo di Dio è rappresentato.
Il cantiere del rapporto col territorio lo affido alla Caritas, alla pastorale sociale e ad altre realtà che per la loro competenza si ritenesse bene invitare.
Infine il cantiere delle strutture della diocesi e delle nostre parrocchie lo affido alla Curia che mensilmente si riunisce per affrontare temi e questioni del proprio operare.
Come dicevo e ripeto, si tratta di mettere a fuoco il tema, di valutare come finora si è operato e ipotizzare percorsi e tappe per continuare a lavorare nei prossimi anni su questi temi. A tutti chiedo di terminare questo lavoro entro il mese di aprile 2027.
Nel maggio 2027 vivremo un’assemblea diocesana dove verranno presentati i frutti di questo lavoro. Avremo così tra le mani delle indicazioni che ci aiuteranno a camminare negli anni che verranno.
6. Questo lavoro si colloca all’interno di un anno particolare nel quale celebreremo i 275 anni della nostra diocesi. Al di là dei momenti celebrativi che qualcuno sta già pensando credo che questo lavoro sia il modo migliore per onorare 275 anni di storia non guardando solo al passato o al presente, ma con gli occhi sul futuro che ci sta davanti.
7. Questo è il lavoro che definirei straordinario nel quale ci impegneremo quest’anno. Il cammino ordinario è quello di sempre: l’anno liturgico, il giorno del Signore, la preghiera, i cammini formativi dell’iniziazione cristiana e delle associazioni e movimenti, i gruppi della Parola e le ricche e sentite celebrazioni che già esistono in ogni parrocchia e Unità pastorale. I ritiri e gli esercizi spirituali. Tutto questo se vissuto bene è un cibo sostanzioso per la nostra vita cristiana.
8. Termino ricordando la prima lettura di domenica scorsa che in questi giorni mi ha accompagnato mentre preparavo queste riflessioni: «Voglio cantare per il mio diletto il mio canto d’amore per la mia vigna» e questa vigna è anche la nostra diocesi, amata dal Signore (Is 5,1).
E poi l’esortazione di San Paolo, sempre di domenica scorsa: «Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù (Fil 4,6-9).
E affido al Signore, alla Madonna di Barbana e ai nostri patroni Ermacora e Fortunato una preghiera accorata: «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella. Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica: al suo prediletto egli lo darà nel sonno (Salmo 127,1-2).
+ vescovo Giampaolo
