La sera di domenica 4 ottobre 2026, l’arcivescovo Giampaolo ha presieduto nella chiesa di Santa Maria Assunta dei padri Cappuccini a Gorizia la liturgia eucaristica nella festa di San Francesco d’Assisi.
«Nacque al mondo un sole». Con queste parole, nella Divina Commedia (Paradiso, Canto XI), Dante allude alla nascita di Francesco. E oggi noi contempliamo questa figura piccola, fragile e maestosa.
La Parola ci regala un’esperienza particolare. È come se ci trovassimo ad ascoltare una preghiera che Gesù fa a voce alta senza che lui sappia che noi lo stiamo ascoltando.
“Ti benedico Padre perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”. Gesù guarda quanto succede attorno a lui e come reagisce la gente e vede che le persone semplici, umili, i peccatori lo ascoltano, si lasciano coinvolgere e capiscono. I saputelli, invece, quelli che si sentono forti delle loro idee e convinzioni sono impenetrabili.
Francesco nella prima parte della sua vita, era uno di questi saputelli; cristiano perché tutti lo erano, ma preso da altre cose. Di famiglia ricca, Francesco trascorse un’adolescenza e una giovinezza spensierate, coltivando gli ideali cavallereschi del tempo. A vent’anni prese parte ad una campagna militare, e fu fatto prigioniero e si ammalò. Dopo il ritorno ad Assisi, cominciò in lui un lento processo di conversione spirituale, che lo portò ad abbandonare gradualmente il suo stile di vita mondano.
La conversione è una parola che fa parte del vocabolario cristiano. Non è mai terminato questo cammino di cambiamento, di maturazione per essere discepoli del Signore. Conversione, ci ricorda Francesco, è spogliarsi, purificarsi, liberarsi per rinascere dall’acqua e dallo spirito. Conversione è disponibilità a cambiare sia che siamo giovani sia che siamo avanti negli anni.
Francesco un po’ alla volta diventa uno di quei piccoli a cui Dio può rivelare i segreti del Regno. «Se non diventerete come bambini» aveva detto Gesù. Quando Francesco davanti al vescovo di Assisi si spoglia di tutto, è pronto a rivestirsi del manto regale del vangelo.
Potremmo continuarla noi la preghiera di Gesù e immagino che direbbe così: «Se gli uomini conoscessero te Padre, il tuo amore per loro, se sapessero che tu vuoi il loro bene e la loro felicità, la loro vita sarebbe più bella, leggera, gioiosa».
Francesco questo lo aveva intuito e compreso e aveva trovato la gioia del vangelo, la libertà dalle cose, la limpidezza dello sguardo, la piena fiducia nella provvidenza. Quel povero straccione di Assisi era nel 1200 l’uomo più felice della terra perché aveva trovato il suo tesoro, la perla preziosa. E divenne contagioso perché tutti cerchiamo la gioia e la felicità.
Finita la preghiera Gesù si rivolge alle persone che gli stanno attorno e che lo seguono e dice loro parole consolanti: “Venite a me voi che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò”. Il frutto della preghiera di Gesù è una particolare tenerezza verso la gente. È proprio vero che la preghiera ci converte, ci fa guardare le cose e le persone in modo diverso.
“Venite”: è un invito pressante, un’esortazione che nasce dal cuore di Gesù, quasi volesse farci venire voglia di conoscere lui e il Padre. Non è un obbligo, un comando, è il desiderio di Gesù; che tutti gli uomini possano fare esperienza di Dio e della sua comunione col Padre. Venite significa: non abbiate paura, superate gli indugi, lasciatevi andare, abbiate il coraggio di rischiare.
“Voi che siete affaticati e oppressi”: l’essere affaticati rimanda all’uomo che lavora e si sente stanco, sente venire meno le forze. L’oppressione invece ci porta all’immagine di un uomo curvo, schiacciato da un carico pesante. Gesù riconosce la stanchezza fisica ma anche quella psicologica, che in questo tempo così complesso a volte è anche più pesante. Ma ci può essere anche un altro peso e oppressione: quella della legge, che al tempo di Gesù era la questione principale. La legge con le sue esigenze che mostrava un Dio pronto a castigare, guardiano.
Anche al tempo di Francesco la Chiesa era come bloccata, aveva devitalizzato la forza del vangelo adattandolo a stili di vita mondani. Ma lo Spirito del vangelo non può essere spento e lo Spirito ha fatto sorgere Francesco.
“Imparate da me che sono mite e umile di cuore”: Gesù parla di sé non come del giudice pronto a castigare, ma del messia mansueto, pacifico, discreto, paziente. Sappiamo che questo Gesù non avrà vita facile, alla fine sembrerà uno sconfitto. Eppure il Dio di Gesù Cristo è questo: è l’atteggiamento sconcertante del Padre della famosa parabola.
“Portare il mio giogo”. Il giogo si metteva sopra i buoi e il peso veniva diviso tra loro due. Erano gli animali e lo schiavo che portavano il gioco. Gesù ci invita a portare il suo giogo, molto più leggero del nostro. Ci invita a trasfigurare il nostro giogo nel suo.
E aggiunge: il mio giogo è leggero. Leggero perché tutta la legge di Gesù alla fine si concentra nel precetto dell’amore. Leggero perché prima delle cose da fare Gesù ci porta la bella notizia che noi siamo salvati e amati da Dio. Leggero perché Gesù non comanda e poi abbandona, ma ci segue, ci accompagna, ci perdona.
“Troverete ristoro per le vostre anime”: eccola la conclusione. Gesù si presenta come un luogo di riposo di fronte alla fatica e oppressione della vita e della legge.
Tutto questo ha vissuto e ci ha donato Francesco: la sequela di Cristo, l’essere introdotti nell’amore di Dio è esperienza di profonda e intensa umanità, è esperienza liberante, arricchente, consolante. Francesco ci insegna la leggerezza di chi porta il giogo di Gesù che è il vangelo, il vangelo “sine glossa”, senza troppi adattamenti e compromessi.
La morte di Francesco avvenne la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Dopo aver benedetto i suoi figli spirituali, egli morì, disteso sulla nuda terra. «Possa io morire amandoti e sapendo che ti amo» scriveva il Curato d’Ars e Francesco ha attraversato il confine ultimo della vita da credente, da innamorato del Signore, dopo aver vissuto molte prove ma anche incredibilmente leggero.
+ vescovo Giampaolo
