“Vescovi, presbiteri e diaconi: cristiani dei giorni feriali”

Thursday 13 April 2017

Giovedì 13 aprile 2017 l’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale la celebrazione della Missa Chrismatis concelebrata dai presbiteri in servizio pastorale in diocesi. 

 

«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,…». Gesù nella sinagoga di Nazareth manifesta il senso e il contenuto della sua missione facendo proprie le parole del Profeta. La missione di Gesù è anche la nostra. Noi siamo mandati da Lui come Lui è stato mandato dal Padre (cf Gv 17,18) e siamo inviati per la stessa missione: l’annuncio e la testimonianza del Vangelo di salvezza. Questa missione è il senso della nostra vita, del nostro essere vescovo e presbiteri. Anche i diaconi sono chiamati a viverla, ma nella modalità del ministero di Cristo servo e pure tutti i fedeli in quanto cristiani non possono che essere annunciatori e testimoni del Vangelo. Per noi, però, questo servizio al Vangelo nella modalità del ministero è ciò che costituisce quello che siamo e riempie tutti i nostri giorni. Vorrei pertanto quest’oggi fermarmi con voi a riflettere sul nostro essere vescovo, presbiteri e diaconi dei giorni feriali.

A questo proposito penso sia utile partire dal fatto fondamentale di essere noi anzitutto dei cristiani, dei battezzati. In fondo il nostro ministero è per così dire secondario rispetto al Battesimo o, più precisamente, è il nostro modo proprio di vivere da battezzati, da figli di Dio ed è questo ciò che radicalmente conta. Se è così, ciò che quindi ci viene chiesto anzitutto per essere vescovo, preti e diaconi dei giorni feriali è esattamente vivere quanto è proposto a ciascun cristiano. Ricordo pertanto solo alcuni aspetti della vita del fedele per così dire normale. Ben sapendo che tutto dipende dalla grazia dello Spirito Santo, quello Spirito che abbiamo ricevuto il giorno della nostra ordinazione, ma prima ancora nel sacramento del Battesimo e in quello della Confermazione. Una grazia che dobbiamo costantemente invocare.

Il cristiano è anzitutto “cristiano della domenica” – lo ricordavo già dal titolo nella lettera pastorale di quest’anno – e quindi deve vivere la centralità del giorno del Signore. Si può essere vescovo preti e diaconi dei giorni feriali se si è vescovo, preti e diaconi della domenica, se la domenica cioè non viene vista da noi solo come una giornata più impegnativa di altre, ma come la celebrazione settimanale della Pasqua di Cristo che ci immette, insieme con le nostre comunità, nella logica pasquale del morire a noi stessi per donarci agli altri.

Nei giorni feriali, poi, nella vita di ogni cristiano, anche nella nostra, ci devono essere le preghiere del mattino e della sera. Immagino che vi venga da sorridere a fronte di quello che vi sto dicendo o che qualcuno possa restare perplesso: “il vescovo ci sta raccomandando le preghierine come ai bambini della prima Comunione…”. Faccio però un paio di domande: è proprio vero che il primo e ultimo pensiero della nostra giornata è sempre il Signore? Ci è spontaneo iniziare il giorno pensando alle persone a cui siamo mandati e concluderlo raccogliendo nella preghiera tutti gli incontri che abbiamo vissuto?

Un altro aspetto proprio della vita cristiana è il riferimento alla Parola di Dio. Dovremmo essere di casa nella Parola: sentirla insieme come nutrimento, consolazione, sprone, incitamento. Se non c’è ogni giorno l’immersione nella Parola di Dio – siamone certi – ricadiamo senza accorgerci nella logica del mondo. Un’immersione che deve prolungarsi per tutta la giornata. Se il cuore e la mente non sono abitati costantemente dalla Parola, non restano vuoti: qualche inquilino abusivo li occupa comunque e a volte diventa difficile liberarsene, che siano pensieri di orgoglio, di carriera, di malumore, di giudizio, … che sia l’indugiare a  chiacchiere vuote, a perdere tempo in ciò che non vale, a cercare riconoscimenti… comunque sempre di inquilini abusivi si tratta.

Un altro elemento che fa parte della vita del cristiano “normale” è la celebrazione del sacramento della riconciliazione o penitenza. Un vivere con cadenza periodica questo sacramento permette di sperimentare sulla propria umanità la misericordia di Dio, mantiene vivo il senso del peccato, fa vivere con un cuore contrito la dimensione penitenziale della vita cristiana. Ci si può poi chiedere in riferimento ai presbiteri, chiamati a essere tramite della misericordia di Dio per i fratelli e le sorelle, se è possibile donare misericordia a nome di Dio senza sperimentarla.

Molti cristiani partecipano quotidianamente alla celebrazione eucaristica: noi siamo chiamati a volte anche a più di una celebrazione al giorno. E’ qualcosa che desideriamo, prepariamo con cura, viviamo con gioia?

Non molti fedeli – ma ce ne sono… – celebrano poi ogni giorno almeno alcune parti della liturgia delle ore. Si tratta della preghiera della Chiesa, che dovrebbe cadenzare la nostra giornata, darle il ritmo giusto. E Dio solo sa quanto bisogno abbiamo – per usare un’espressione ignaziana – di “mettere ordine nella nostra vita”… Si può pregare anche senza questa liturgia, ma c’è il rischio di una preghiera intimistica, di essere sempre ripiegati su di noi. Invece, a volte, quando sei sereno ti viene chiesto di celebrare un salmo di lutto, altre volte è il contrario: ti tocca cantare un salmo di lode, quando sei deluso e stanco. Ma è la preghiera della Chiesa, non è tua. E del resto non siamo forse chiamati a vivere l’impegno di intercessione per tutta la Chiesa e per il mondo intero?

Nella vita del cristiano comune ci deve essere spazio non solo per la preghiera, la Parola e i Sacramenti, ma anche e soprattutto per la dimensione della carità, dell’amore, anzitutto tra fratelli di fede. Non si può essere cristiani da soli, la fede è sempre ecclesiale. Possiamo domandarci se amiamo davvero la gente delle nostre comunità, se ci sentiamo sostenuti dalla loro testimonianza di fede e se ci amiamo tra noi con spirito fraterno. L’impegno del celibato per i sacerdoti – impegno talvolta non facile – non dovrebbe raggelare il nostro cuore, spegnere la nostra capacità di amare, cancellare la dimensione affettiva della nostra umanità, ma caso mai allargare lo spazio del nostro amare. E per i diaconi sposati, come del resto per tutti gli sposi cristiani, il legame matrimoniale non dovrebbe portare a una chiusura intimistica, ma a vivere una più forte vicinanza alle famiglie, a chi è privo di affetto, a chi ha il cuore ferito.

Il cristiano comune è chiamato anche a tirare fuori qualcosa di tasca propria per le necessità degli altri…: “sì io faccio la carità con i soldi della parrocchia…” potrebbe dire qualcuno. Ma la carità non può non riguardare il nostro portafoglio… Il cristiano non può però fermarsi a una carità limitata all’elemosina o a qualche intervento di aiuto, deve invece assumersi le proprie responsabilità sociali. Anche noi lo dobbiamo fare, pur sapendo che in questo campo abbiamo compiti diversi dai laici e dal loro impegno nel mondo e che dobbiamo fare molta attenzione al rischio, che spesso papa Francesco evidenzia, di fare della Chiesa solo una ONG.

Nei giorni scorsi ho girato, insieme a don Renzo, a don Mirko e al diacono Renato, diversi luoghi di lavoro presenti in diocesi. Sia pure in brevi incontri abbiamo visto con soddisfazione che c’è qualche segno di ripresa, abbiamo stretto molte mani ma soprattutto intuito l’impegnatività del lavoro. Nonostante i molti miglioramenti in campo tecnico e di sicurezza ci sono ancora occupazioni pesanti, ripetitive, rischiose in ambienti rumorosi e non sempre con stipendi soddisfacenti. E’ in ogni caso positivo che molti abbiano un lavoro o l’abbiano recuperato dopo un certo tempo. Mi è venuto però spontaneo pensare al fatto che io, che noi sacerdoti, siamo non dico privilegiati, ma comunque tutelati rispetto a tante persone con lavori pesanti, precari o persino disoccupate. Il lavoro fa parte della vita del cristiano in età attiva e occupa molto del suo tempo. Pure la nostra vita è caratterizzata dal lavoro, una lavoro impegnativo ma ad alto contenuto umano oltre che spirituale, e riceviamo una remunerazione per questo che ci consente di vivere dignitosamente. Anche per un senso di giustizia verso la comunità cristiana e la società, il nostro deve essere pertanto un impegno serio, competente, aggiornato, generoso con un impiego saggio del tempo che ci viene donato. Ringrazio i molti di voi che mi sono di esempio in questo.

Concludo con un’ultima considerazione. Scrivevo nella “lettera al cristiano della domenica” che «essere cristiano è qualcosa […] che ci è caro e che vorremmo che altri vivessero. […] Qualcosa che dovrebbe venir fuori con spontaneità quando c’è l’occasione, ma che comunque dovrebbe in qualche modo trasparire sempre dal nostro modo di agire e di essere, dal nostro stile di vita». Anche a ciascuno di noi dovrebbe essere caro l’essere cristiani, l’essere battezzati. Ma dovremmo sentire come un dono prezioso la modalità che il Signore ci ha chiesto per realizzarlo, cioè il nostro ministero. Domando a ciascuno, anche a me: sento l’essere vescovo, presbitero o diacono come un dono che dà pienezza e gioia alla mia vita? Non può essere che le vocazioni sacerdotali e diaconali stentino a crescere qui da noi anche perché non facciamo percepire a sufficienza ai giovani la gioia per la nostra vocazione?

Mi fermo qui. Come vedete, a parte un cenno al celibato e al compito di intercessione, non ho fatto alcun riferimento ai “sacri impegni” che tra poco ci verrà richiesto di rinnovare. Li conosciamo. Né mi sono fermato su altri aspetti della nostra vita. Vi confido però che spesso sento forte dentro di me – e so che capita anche a molti di voi – il desiderio di un salto di qualità o, se vogliamo usare un termine più cristiano, di una vita che abbia più fortemente il sapore del Vangelo. Con la convinzione che questo cambierebbe in meglio la nostra Chiesa. E se la strada – per me vescovo, per voi presbiteri e diaconi – fosse semplicemente quella di essere un po’ più cristiani?

† Vescovo Carlo