Sacrofano ha ospitato, dal 16 al 19 aprile scorsi, il 45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane. Pubblichiamo alcune risonanze, riportate da Valentina Busatta, referente Promozione Caritas diocesana, e da Adalberto Chimera, vicedirettore, che hanno partecipato alla “quattro giorni” nazionale.
Nell’ascoltare gli interventi dei diversi relatori nella quattro giorni di Convegno, mi è risuonato spesso il messaggio di papa Leone XIV che, nel corso della Quaresima, ci esortava a “disarmare il linguaggio”, “perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro”.
Già dal primo giorno, con l’intervento del direttore di Avvenire, Marco Girardo, si è potuto riflettere sul tema del linguaggio e dello sguardo, sottolineando la responsabilità di “raccontare l’uomo per promuovere l’umano” in un tempo segnato da frammentazione e polarizzazione.
“Promuovere l’umano significa strappare l’uomo alle narrazioni che lo deformano” e restituirlo alla sua interezza e dignità. Come? Costruendo un’altra narrazione, disarmando il linguaggio appunto, scegliendo di raccontare le storie che mettano al centro l’uomo anche con le sue fragilità, senza umiliarlo ma che possano muovere alla costruzione di spazi comuni, di legami. Ed allora annunciare il Vangelo è promuovere l’umano.
Il suo intervento mi ha ricordato come la comunicazione possa essere potente e possa evangelizzare.
È un primo passo concreto di Carità che anche in diocesi cerchiamo di sviluppare nel raccontare le “storie”, non semplicemente per “pubblicizzare” l’operato di Caritas ma per promuovere, sviluppare, in chi legge le storie di vita, “gli stessi sentimenti di Dio”, capace cioè di interrogare le coscienze e orientare i processi.
Essere voce degli ultimi… tema importante più che mai, in un contesto globale dove gli ultimi sono solo “spiattellati” in prima pagina per catturare l’attenzione, ma il giorno dopo sono già dimenticati perché fa più notizia il politico prepotente che “arma le parole”.
Ecco che l’intervento di Chiara Tintori, politologa e saggista, ci ha aiutato ad avere una lettura ampia e articolata del contesto contemporaneo.
Ha spiegato alle Caritas presenti come lo scenario attuale sia caratterizzato dalla sovrapposizione di crisi globali (policrisi) che mettono in discussione certezze e prospettive future.
Per questo è necessario essere capaci di leggere la realtà nella sua complessità, evitando semplificazioni e contrapposizioni e soprattutto utilizzando un linguaggio inclusivo che non divida ma tenga insieme per essere voce vera e autentica degli ultimi con uno stile non violento ma disarmato e disarmante.
Queste sollecitazioni non erano rivolte solo agli “addetti al lavoro” ma coinvolgono tutti.
Dai volontari che, nei diversi servizi o associazioni, sono a fianco degli ultimi, fino a chi in diocesi segue la comunicazione o l’organizzazione delle opere: tutti possono essere voce a servizio.
Farsi cioè compagni di viaggio, camminare a fianco e prendersi cura, come fanno i tanti volontari della Caritas.
Nell’incontrare i volti, le mani e le storie delle persone che si accompagna ad un certo punto si sente la necessità e la responsabilità di farsi portavoce autentico, perché la fragilità in fin dei conti riguarda tutti noi.
Valentina Busatta
Diventare “megafono” di coloro che sono al margine
Uno dei ’fil rouge’ che ha caratterizzato il 45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane è stato ribadire che, nel nostro contesto sociale e culturale, una delle sfide che la Chiesa deve affrontare sin ora per guardare al futuro è quella di impegnarsi nella ‘advocacy’, in altre parole diventare megafono di coloro che sono al margine.
Il nostro tempo infatti è caratterizzato da un’ingiustizia dovuta alla crescente disuguaglianza tra i pochi ricchissimi e potenti e la moltitudine di uomini e donne che vivono in totale miseria.
La cultura dominante ci propone un modello politico in cui la forza e la muscolarità del potere sembrerebbe essere un elemento indispensabile per garantire la sicurezza di poche persone a scapito anche dei diritti umani delle donne e degli uomini che vivono al margine nelle periferie esistenziali.
Un contesto sociale in cui si chiudono gli occhi e tappano le orecchie delle persone affinché non si interessino di coloro che stanno ai margini nella nostra società.
In questo contesto storico non si può evangelizzare, cioè annunciare la Speranza che nasce da Cristo Risorto e proclamare che si può costruire già su questa terra il Regno dei Cieli fondato sull’Amore, se non ci si impegna a contribuire a costruire il bene comune e a promuovere la dignità delle persone escluse e ai margini della nostra società.
La sfida della ’advocacy’ deve riguardare quindi anche la Chiesa diocesana di Gorizia e la sua Caritas.
Il Convegno nazionale cui abbiamo preso parte ha ribadito che, per diventare megafono delle persone più fragili ed emarginate, bisogna prima di tutto ascoltare le loro storie.
È necessario inoltre continuare a vivere la prossimità camminando con loro, offrendo loro piccole Opere-segno (come già facciamo con ad esempio i Centri di Ascolto, le Case di Accoglienza, gli Empori della Solidarietà) che dimostrano che è possibile abbattere le ingiustizie.
È indispensabile creare alleanze anche inedite con chi ha a cuore la costruzione di una società più giusta e solidale.
Per concludere non avere paura di denunciare le ingiustizie non solo con le nostre Opere-segno, ma anche con “prese di posizione che devono essere ostinate e radicali seppur pacifiche” come ha sottolineato nel suo intervento la politologa Chiara Tintori.
Adalberto Chimera

