La Pace non si dichiara, la Pace si costruisce

Ospiti dell'edizione 2026 della "Festa del Volontario e della Solidarietà" sono stati mons. Carlassare e la dott.ssa Irene Panozzo

Bisogno di Pace. Ma di una pace che non si dichiara, una pace che si costruisce.
Questo il grande insegnamento lasciato dalla quinta “Festa del Volontario e della Solidarietà” che, in questa edizione, ha avuto per ospiti monsignor Christian Carlassare, vescovo della diocesi di Bentiu in Sud Sudan, e la dottoressa Irene Panozzo, già Consigliera politica, dell’Alto Rappresentante dell’UE per il Corno d’Africa. A fare da cornice all’incontro, l’Aula Magna dell’Università di Trieste – Polo di Gorizia, sede che ospita la Facoltà di Scienze internazionali e diplomatiche.
La “Festa del Volontario e della Solidarietà”, promossa da Caritas diocesana di Gorizia insieme ad Associazione Nazionale Alpini Sezione di Gorizia, Associazione Nazionale Forestali sezione del Friuli Venezia Giulia, Associazione Club Alcolisti in Trattamento della provincia di Gorizia, Chiesa Evangelica Metodista di Gorizia, Croce Rossa Italiana Comitato di Gorizia OdV, Unitalsi Sottosezione di Gorizia e Škofijska Karitas Koper – Goriška Območna Karitas e realizzata con il sostegno di Cassa Rurale FVG, si è aperta con un momento di testimonianza. Ad alternarsi sono stati cinque volontari appartenenti a Croce Rossa Italiana – Comitato di Gorizia, all’Unità Pastorale “San Giovanni Bosco” e Caritas, all’Anfor, all’Unitalsi e all’Ana, che hanno portato ciascuno un’esperienza di servizio che li ha toccati in maniera diretta: il servizio sanitario ai migranti, che restituisce “dignità e salute a chi rischia di rimanere invisibile”, un’esperienza di volontariato in Brasile tra i più poveri della popolazione, in un “incontro che riaccende la speranza”; ancora l’accompagnamento di un gruppo di ragazzi difficili a scoprire la natura, dei malati alla grotta di Lourdes, pregando insieme lì dove la stessa Bernadette pregò. Infine il ricordo dei tanti volontari che, nel 1976, accorsero in Friuli per aiutare le vittime del terribile terremoto.
Tutti gli interventi sono stati accomunati da un filo rosso, ossia che il volontariato è “un’esperienza che non lascia mai uguali a quando si è arrivati”.

Sud Sudan, Chiesa e volontariato
Dopo il saluto dell’assessore comunale al Welfare, Silvana Romano, che ha ringraziato e ricordato come il volontariato sia “la gamba in più che sorregge tutto quello che è possibile fare insieme come servizi alla persona”, la serata, moderata dal presidente della Federazione Italiana Settimanali Cattolici, Mauro Ungaro, è entrata nel vivo passando la parola ai due ospiti.
“Com’è possibile coniugare il volontariato in una realtà come quella sudsudanese?”, la sollecitazione espressa da Ungaro. “Tanto lo si deve ai gruppi di operatori pastorali – ha espresso monsignor Carlassare -, che in una diocesi nuova com’è Bentiu si sono assunti l’impegno di mettersi in prima persona ad insegnare, a fare catechismo, a prestare ascolto… Da noi opera anche il Cuamm, che a livello sanitario arriva dove i servizi statali non riescono. È attraverso i volontari che si riesce a tenere unite le comunità, a salvaguardare l’umanità”.
La dottoressa Panozzo ha quindi realizzato per i presenti un breve excursus storico, partendo dalla prima guerra civile degli anni ’80 – ’90 del secolo scorso tra Nord e Sud del Paese, fino a toccare i conflitti più recenti che si sono sviluppati in Sud Sudan dal 2013 al 2018. “Questo fa capire la grande difficoltà a trovare una stabilità politica e sociale” ha aggiunto.
Monsignor Christian ha quindi sollevato una grande domanda: “sono arrivato nel Paese nel 2005 – ha raccontato – in territori totalmente sottosviluppati, dove mancava tutto. Come parlare di pace davanti a tutte queste ingiustizie?”. Ha allora spiegato che “come Chiesa si tratta di essere accanto alle comunità affinché possano far sentire la propria voce, a costo di diventare, alle volte, dei ’personaggi scomodi’. Certo non possiamo coprire la crisi sociale e umanitaria in atto, ma possiamo mobilitare le persone partendo dalla base”.
“C’è un totale disinteresse da parte delle leadership nei confronti delle persone – ha aggiunto Panozzo in dialogo con il vescovo -; la Chiesa conta molto proprio nel tenere unita la popolazione e intervenire dove il governo non c’è. In tutto questo influisce molto la guerra in corso in Sudan e il tutto si amalgama con le costanti tensioni nell’area del Mar Rosso che, anche se ci sembra lontanissimo, ha forti ripercussioni anche su di noi, sulle nostre economie e nell’interesse strategico. Queste realtà non sono poi così lontane e su di esse ci dobbiamo interrogare”.
Si è parlato poi del sostegno ai rifugiati, a migliaia presenti nel Paese, che sono sia interni che esterni (di cui è possibile leggere più approfonditamente nell’intervista a monsignor Carlassare alle pagine 6 e 7) e per i quali la Chiesa è presente, li accompagna anche dentro i campi profughi ma, nuovamente, non può sopperire di fronte alla crisi umanitaria, sanitaria e sociale presente all’interno di questi luoghi.
Si è infine parlato di giovani, per i quali la Chiesa ha investito tantissimo nella realizzazione di un sistema scolastico ed educativo. “Qualcuno di quelli che, negli ultimi 20 anni, si sono formati in queste istituzioni, inizia a trovare spazio all’interno degli ordinamenti locali – ha raccontato il vescovo di Bentiu -; sono convinto che questi giovani saranno la scintilla di un cambiamento”.

Le conclusioni
A portare infine un saluto e alcune risonanze dalla serata, l’arcivescovo Giampaolo, profondamente colpito da una frase riportata da monsignor Christian in una breve presentazione video da lui realizzata e proiettata per i presenti in apertura di intervento: “La Pace non si dichiara, la Pace si costruisce”. “La mancanza di pace ferma ogni possibilità di sviluppo. Dovremmo più spesso fermarci a pensare quale dono prezioso sia la pace”, ha commentato monsignor Dianin, il quale ha aggiunto anche come sia necessario “ricordaci che è questione di un attimo regredire come umanità”. Ha infine parlato di “riconciliazione”, parola chiave nel contesto sudsudanese: “il tanto male che vediamo nel mondo – ha concluso l’arcivescovo – dovrebbe spronarci tutti a curare eventuali ferite che ci sono; un piccolo gesto nel cammino di pace e di umanizzazione”.

Selina Trevisan

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