In questa domenica d’Avvento la figura che incontriamo lungo il cammino proposto da Caritas e Ufficio catechistico è quella di Carlo Acutis, giovane divenuto Santo proprio nel corso di questo speciale anno giubilare che va, pian piano, concludendosi.
La parola chiave che abbiamo scelto di “abbinare” alla sua figura e alla sua testimonianza è “gioia”: la stessa emozione che l’ha guidato lungo tutto il suo breve ma intensissimo percorso di fede.
Ce ne parla don Matteo Marega, incaricato per la Pastorale giovanile diocesana.
Quest’anno la Caritas diocesana accompagnerà bambini e ragazzi proponendo, per ogni domenica di Avvento, la figura di un santo.
È significativo che, proprio nel tempo che ci prepara a riconoscere la venuta di Dio nella vulnerabilità di un bambino, tra queste figure ci sia anche san Carlo Acutis.
C’è un dettaglio che mi colpisce sempre quando si parla di Carlo: la sua vita non ha nulla di “straordinario” nel senso abituale del termine.
Sentendo parlare di un ragazzo così giovane proclamato santo, potremmo aspettarci che si tratti di una persona fuori dal comune.
Carlo però non era un ragazzo prodigio, non era un ascetico taumaturgo, né un influencer con milioni di followers su TikTok.
La sua vita si è scandita in una quotidianità semplice, fatta di scuola, amici, computer, passeggiate col cane, serate al cinema… tutte cose che i ragazzi della sua età fanno normalmente!
Anche il tentativo di trovare tra i suoi aforismi qualcosa che possa essere particolare o insolito è difficile.
Questo non perché Carlo sia stato scontato, ma perché la sua vita ripropone la stessa difficoltà sperimentata anche dai contemporanei di Gesù che, disorientati, non riuscivano ad accettare che il suo essere Dio si coniugasse perfettamente con il suo essere “umano, troppo umano”.
Carlo non ha inventato nulla di strano: ha semplicemente preso sul serio Gesù. E prendere Gesù e il suo Vangelo sul serio significa anche lasciargli decostruire tutta una serie di presupposti che noi e tanti ragazzi e giovani di oggi forse diamo per ovvi. Uno fra tutti è il pregiudizio comune secondo il quale l’essere umano, in fondo, mira soltanto ad essere felice. Più che la felicità in sé, forse ciò di cui va in cerca ogni essere umano è l’avere un motivo per essere felici.
“La felicità”, ha detto Carlo, “è lo sguardo rivolto verso Dio, la tristezza è lo sguardo rivolto verso sé stessi”.
Si potrebbe dire che è essa un effetto collaterale del vivere bene, e non un obiettivo da inseguire. E quanti ragazzi e giovani oggi sui social cercano di essere felici presentando ossessivamente se stessi?
La ricerca dell’approvazione degli altri – anche attraverso comportamenti sempre più esagerati – solo per ottenere più “like” e visualizzazioni, non è forse un disperato grido di aiuto per cercare di riempire un vuoto interiore?
Non si tratta forse di un palese bisogno di essere notati?
È per questo che “tutti nascono originali”, ammoniva Carlo, “ma molti muoiono come fotocopie”.
Il Vangelo e la vita di san Carlo Acutis dicono che la felicità non nasce dall’avere un profilo di tendenza, e il vuoto non sparisce se si imitano gli altri.
Nasce quando quel telefono lo usiamo per qualcosa che ha senso e, paradossalmente, il vuoto si riempie non quando cerchiamo di riempirlo ma quando ci dedichiamo agli altri.
Mandare un messaggio di conforto e vicinanza a chi sta male, condividere contenuti che aiutano e fanno riflettere, ascoltare e inoltrare i bisogni di chi non ha voce: queste sono attività che rendono felici e riempiono la vita.
Anche attraverso il filtro di uno schermo.
Forse in questo Avvento potremmo ripartire da qui: da una santità e da una felicità che non fanno clamore, che non hanno bisogno di effetti speciali, e che sorprendono proprio perché possono crescere nelle pieghe più normali delle nostre giornate.
È un po’ come se Carlo ci ricordasse che il Vangelo non chiede vite spettacolari, ma cuori capaci di accorgersi dei miracoli e dei segni nascosti dentro l’ordinario.
E in fondo, non è proprio questo lo stile scelto da Dio nel Natale?
Non un palcoscenico, ma una stalla qualunque.
Non un evento organizzato, ma un bambino che nasce mentre tutti sono indaffarati e distratti, lì dove sembra non esserci più posto.
don Matteo Marega
(Foto Siciliani-Gennari/Sir)

