Tra i “Santi della Carità” che accompagnano nel percorso di Avvento 2025 proposto da Caritas diocesana e Ufficio catechistico, anche la figura del venerabile Egidio Bullesi. Una vita, la sua, dedicata a diffondere la Parola, nel vero spirito della Conversione, parola che ci guida in questa settimana d’Avvento.
Interessante conoscere la vita di Egidio Bullesi, non perché abbia fatto qualcosa di eccezionale, ma perché era “uno come noi”. Nato in una famiglia come tutte le altre, ha condiviso la condizione di precarietà, povertà, stenti e fatica propria di tutti dell’epoca. Ma quello che è stato eccezionale è aver vissuto intensamente, senza compromessi e mezze misure la sua fede.
La fiamma che accese Egidio di una entusiastica volontà di operare per il bene è stata una serie di catechesi di padre Tito Castagna, nel duomo di Pola. Talmente intenso e profondo è stato l’ascolto, da operare non solo in Egidio e nella sorella Maria, ma in tutta la famiglia Bullesi, un avvicinamento alla pratica cristiana.
Il bene prodotto nel suo giovane animo non si fermò nell’ambito della famiglia ma si dedicò con entusiasmo all’apostolato tra i ragazzi. Iscritto all’Azione Cattolica e al Terz’ordine francescano, fonda il gruppo dei Giovani Esploratori a Pola e successivamente si impegna nella San Vincenzo a favore dei poveri.
Ancora giovanissimo, all’età di 13 anni, iniziò a lavorare dapprima nell’Arsenale e poi nel cantiere navale Scoglio Olivi di Pola. Terminato il servizio militare trovò lavoro presso il cantiere di Monfalcone.
Oltre ad esprimere le sue capacità e qualità lavorative, Egidio, entusiasta, estroverso, convintissimo delle sue idee, parlatore facile, istruito sufficientemente, animato da zelo apostolico di conquista, non perdeva una occasione e non perdeva una “battaglia”. Conosciuto come franco e tenace giovane cattolico, veniva provocato frequentemente; non si accontentava di non perdere: voleva vincere! E magari, uscendo dal lavoro riattaccava il discorso e legava a sé, con eccezionale abilità ma con carità, chi lo aveva interpellato.
L’esperienza più significativa fu durante i 25 mesi di servizio militare sulla corazzata Dante Alighieri. Il periodo da lui ritenuto il più bello della sua vita. L’impatto iniziale fu duro: i 130 marinai nella loro bella divisa sembravano in apparenza anime belle; ma se la disciplina esterna doveva filare, quella interna non esisteva. Egidio colse la situazione come una nuova missione che gli veniva affidata. Non poteva imporsi, provava angoscia nel vedere offeso Dio anche dai propri amici, ma bisognava avere pazienza e non fretta. Con la sua bontà, i suoi esempi, le sue preghiere si creò degli amici e pian piano riuscì a costituire un gruppo che si raccoglieva presso le celle frigorifere. Là si leggeva, si conversava di argomenti religiosi, si pregava e si studiava come avvicinare gli altri. Certamente dovette affrontare molte prove, sofferenze delusioni, ma anche molte gioie nel constatare i miracoli che la Grazia compiva. Quando, al termine del servizio di leva, scese dalla corazzata, fu rimpianto da molti.
L’ultima battaglia Egidio la affrontò in ospedale: diagnosticata la tubercolosi, affrontò la malattia con cristiana rassegnazione fino alla morte, avvenuta il 25 aprile 1929. La sua breve ma intensa vita può essere riassunta con le parole che il suo direttore spirituale, don Antonio Santin, pronunciò ai suoi funerali: “per amore di Dio visse, per amore di Dio morì. Non piangiamo, nella sua persona Gesù è passato un’altra volta sulla terra facendo del bene”.
don Valter Milocco

