Nei giorni scorsi è stato presente in diocesi il dottor Ettore Fusaro, responsabile del Servizio Emergenze di Caritas Italiana, per un sopralluogo sulle zone colpite, il 17 novembre scorso, dall’alluvione che si è abbattuta sull’Isontino. Accompagnato da monsignor Paolo Zuttion e da Adalberto Chimera, direttore e vicedirettore di Caritas diocesana, e da Stefano Comand, referente per le Emergenze della delegazione Caritas Nord Est, Fusaro ha incontrato i parroci e alcuni volontari delle Caritas parrocchiali dell’Unità Pastorale di Brazzano, Borgnano, Cormòns e Dolegna e dell’Unità Pastorale “Magnificat” di Romans d’Isonzo, Fratta e Versa.
Dottor Fusaro, quali le prime impressioni dagli incontri effettuati? È la prima volta che facevate un sopralluogo insieme su questa zona?
Come Caritas Italiana abbiamo seguito, in coordinamento ma a distanza, il lavoro di supporto post – alluvione della Caritas di Gorizia e delle parrocchie diocesane.
Questa mattinata è stata l’occasione – alla luce delle osservazioni raccolte in questi mesi dall’incontro con le persone colpite – di fare un po’ il punto della situazione e cercare di capire come proseguire rispetto agli interventi e alla vicinanza, nonché per confrontarsi su quelle che sono state le “novità” nel lavorare in un’emergenza.
Questa infatti, oltre a far emergere i problemi che ci sono sul territorio, fa anche emergere potenzialità, risorse, persone, legami e reti. Ora si tratta di fare “quadrato” intorno a questa situazione.
Ogni emergenza è un’emergenza a sé, “speciale” purtroppo a modo suo. Quali le caratteristiche di novità riscontrate su questo territorio e quali invece le similitudini sulle quali avete potuto applicare esperienze già assimilate?
Sì, ogni emergenza è una storia a sé, perché ogni territorio è diverso. In questo caso c’è stato forte coordinamento con la Caritas diocesana di Gorizia e la delegazione Caritas Nordest, lavorando insieme in rete, anche con il supporto di altre Caritas diocesane italiane.
Caritas Italiana ha voluto istituire un Coordinamento nazionale Emergenze che funziona proprio in rete, a supporto delle realtà territoriali.
In questo caso la dimensione abbastanza contenuta del territorio ha permesso di capire meglio, attraverso l’ottimo lavoro di vicinanza, conoscenza, mappatura dei bisogni della popolazione messo in atto dalla Caritas locale, di ipotizzare dei percorsi già più chiari, meno forse caotici rispetto ad altre esperienze passate.
Ci sono circa 170 allarmi emergenza l’anno in Italia, il che significa che ciascuna realtà, prima o poi, avrà a che fare con un’emergenza. Non si è mai preparati, ma si può essere formati. Non siamo la Protezione Civile ma siamo sul posto subito, perché appunto operiamo in rete.
Ci poniamo in ascolto, anche con la prospettiva di rimanere più a lungo a fianco delle persone.
Anche per Gorizia, come altre realtà, credo poi l’alluvione abbia fatto emergere fragilità che forse prima non erano note. Accanto a questo ha riconfermato la risorsa rappresentata dai volontari che – anche se a volte sono pochi e con i capelli un po’ bianchi – sono preziosi.
Non da ultimo un’emergenza avvicina il mondo giovanile che vuole “sporcarsi le mani” ed essere d’aiuto.
C’è bisogno quindi appunto di coordinamento.
Si devono poi riconoscere le diverse fasi di un’emergenza e i diversi tipi di richiesta di intervento.
Collegato a queste fasi c’è lo stato emotivo delle persone: gestirlo sarà un po’ la sfida, il lavoro successivo di stare al fianco delle comunità.
Ci sarà quindi tutta la fase della “cura” che Caritas diocesana e le Caritas parrocchiali dovranno portare avanti: è la fase del “togliere il fango dal cervello”, abbastanza delicata perché bisogna saper stare al fianco ma trovare anche la giusta distanza.
Di queste fasi cui accennava, in questo momento in quale si trova il territorio isontino colpito?
Siamo in una fase nella quale la prima emergenza è terminata e si apre la fase del programmare in maniera coerente degli aiuti.
Il fatto di aver coinvolto la popolazione colpita nelle decisioni per poter aiutare al meglio è sicuramente un elemento molto positivo e interessante che è emerso.
Si apre ora la fase dell’aiuto in maniera trasparente, in rete e collegata.
Dopo ci sarà appunto lo stare al fianco delle comunità, aiutando a rinsaldare i legami che tendenzialmente, dopo un’emergenza si sfaldano.
Ci sono delle dinamiche che vanno “curate”, delle ferite a volte invisibili.
Si tratta di “esserci” nel tempo.
C’è poi la “cura” degli operatori, il confrontarsi su cosa è stato appreso, su che cosa va fatto, su qual è la condizione emotiva…
Proprio in questi giorni c’è una nuova emergenza che sta colpendo il Sud Italia. Crisi di questo tipo ci sono sempre state ma il cambiamento climatico è una realtà con cui fare i conti. Qual è la preoccupazione di Caritas Italiana e quali passi intendete compiere in quest’ottica?
Saper vivere, convivere e abituarsi al cambiamento climatico è un po’ la sfida, che comporta due elementi: il primo, entrare in un’ottica di prevenzione, che significa lavorare sulla cultura della precauzione, su strumenti formativi, sul sensibilizzare le comunità a comportamenti, stili, attenzioni che aiutino a ridurre il rischio.
È una sfida che, come Servizio Emergenze, ci stiamo proponendo, una parte importante del lavoro.
L’altro elemento è l’esperienza che si assimila, elemento che forma quando risuccede e che aiuta nel far trovare spazi di protagonismo per i giovani, per i volontari, per la Chiesa, per la Caritas, sapendo cosa offrire e anche quale intervento pastorale proporre.
S.T.
Il monitoraggio sul territorio
“In questa prima fase d’intervento abbiamo effettuato un monitoraggio dei bisogni presenti sul territorio – spiegano Adalberto Chimera e Stefano Comand – .
Si apre ora la fase del discernimento nello stile Caritas, cioè capire quali sono le necessità e soprattutto quali non sono coperte da altri interventi e da altri aiuti economici, sia del pubblico che del privato sociale.
Fatto questo, sarà necessario tornare a confrontarsi con le comunità colpite per verificare di aver individuato il bisogno concreto.
Come Caritas andremo ad aiutare nel “post – emergenza” in particolar modo i più fragili, i poveri tra i poveri”.
“Esiste ancora tanta bella umanità”
Giuseppe Ungaretti scriveva il 14 febbraio 1917 a Versa “E subito riprende il viaggio, come dopo il naufragio, un superstite lupo di mare”.
Sembrava profetizzare quello che sarebbe avvenuto poco più di un secolo dopo, proprio nella stessa località che lo aveva ospitato in quegli anni. Ed è questo lo scenario che si è presentato due mesi dopo l’alluvione alle volontarie della Caritas dell’UP Magnificat di Romans, Fratta e Versa, accompagnate da abitanti del posto, in visita alla popolazione colpita dalla tragedia.
In agenda c’era un sopralluogo per verificare l’entità dei danni e raccogliere i dati necessari a contribuire, per quanto possibile, ad ammortizzare i costi del ritorno alla normalità delle famiglie.
Rientra nello spirito della Caritas farsi prossimo anche e soprattutto nelle situazioni di difficoltà ma la prospettiva di bussare alla porta di persone così profondamente colpite dalla catastrofe costituiva motivo di apprensione.
A risolvere l’impasse iniziale è stato proprio il calore della gente che, non solo si è dimostrata aperta e collaborativa, ma è stata esempio di dignità, forza e coraggio. Tutti si sono resi disponibili a mostrare quello che è restato delle proprie abitazioni, ad accogliere negli spazi riscaldati a volte da un’unica stufa a legna, attorno alla quale si radunava tutta la famiglia mentre i deumidificatori lavoravano instancabili alle pareti ancora trasudanti umidità. Con grande semplicità la maggior parte ha dichiarato di aver perso tutto: mobili, elettrodomestici, caldaia, impianto elettrico, batterie d’accumulo, auto e mezzi agricoli.
C’è chi ha perso i ricordi di una vita, le memorie del passato, le testimonianze di intere generazioni, documenti, opere d’arte.
Per molti la casa era tutto; tutti gli investimenti frutto di sacrifici, rinunce, aspettative. È rimasto solo fango, tanto, acre, invincibile… L’aria pungente di questo freddo gennaio non aiuta ad essere ottimisti mentre tutti gli abitanti di Versa devono fare i conti con bollette salatissime di gas ed elettricità, utilizzati giorno e notte per riscaldare gli spazi abitativi. Inoltre nella piccola frazione non esiste neppure un esercizio commerciale che possa far fronte alle necessità quotidiane.
Indubbiamente la Protezione Civile ed altre associazioni hanno contribuito in modo concreto a fornire i generi di prima necessità e continuano a farlo, ma la perdita delle auto ha costituito un’aggravante per il disagio della mancanza di autonomia.
Tutto è diventato molto difficile: fare la spesa, muoversi, andare al lavoro, portare avanti i propri impegni. Il mondo sembra essersi fermato e mentre calano le ombre della sera si ha la sensazione di camminare in un paese fantasma ma è solo un’impressione.
Oltre l’uscio la vita pullula di speranza, di fede e di grande umanità. In moltissimi, pur nella drammaticità dell’esperienza, hanno rivolto parole di ringraziamento per la grande solidarietà ricevuta da associazioni, in primis la Protezione civile ma anche da tantissimi privati, persino anonimi.
Qualcuno si è soffermato sul senso di comunità che ha accompagnato la gente del posto. È quello che si percepisce anche dall’esterno, da come sono state accolte le due “Virgilio” che ci hanno accompagnate fra i gironi di questo viaggio: sono una garanzia, la gente si fida, si sente accomunata a loro dalla disgrazia ma anche dal desiderio di rialzarsi. Solo qualcuno è veramente sconfortato e dice di voler andarsene via.
Ci limitiamo ad ascoltare, purtroppo ogni parola sarebbe vana, lo sappiamo che non c’è nessuna certezza. Possiamo solo mettere una mano sulla spalla e invocare coraggio, tanto. Arriveranno aiuti concreti, questo siamo in grado di garantirlo e anche in tempi brevi; sarà un gesto per dire a tutti che non sono soli, che la Chiesa è vicina e si fa prossimo.
Concludiamo il giro durato qualche giorno nella certezza di aver ricevuto più di quanto abbiamo dato: una lezione di vita da chi ci ha detto che “in fondo si può vivere anche con poco”, da chi ci ha invitato a passare alla casa successiva perché “è giusto aiutare coloro che stanno peggio di noi”, da chi ci ringrazia per esserci interessati a loro, da chi sa che sarà dura ma “aiutati che il Ciel ti aiuta”, da chi dice che “è inutile piangersi addosso, bisogna andare avanti”.
Grazie a tutti i volti che abbiamo incontrato, ai sorrisi oltre le macerie, ai singhiozzi trattenuti, al messaggio di speranza che ci fa concludere che esiste ancora tanta bella umanità.
Daniela Antonioli

