{"id":2141,"date":"2024-11-14T13:10:13","date_gmt":"2024-11-14T12:10:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.diocesigorizia.it\/caritas\/?p=2141"},"modified":"2024-11-14T15:20:40","modified_gmt":"2024-11-14T14:20:40","slug":"la-poverta-un-luogo-in-cui-il-vangelo-parla-ad-alta-voce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.diocesigorizia.it\/caritas\/la-poverta-un-luogo-in-cui-il-vangelo-parla-ad-alta-voce\/","title":{"rendered":"La povert\u00e0: un luogo in cui il Vangelo parla ad alta voce"},"content":{"rendered":"<p>Nella Grecia del IV Secolo a.C., agli albori del pensiero filosofico, Aristotele rifletteva con i suoi allievi sulla felicit\u00e0, partendo da questa ipotesi: &#8220;Perch\u00e9 non chiamar beato un uomo che agisca secondo perfetta virt\u00f9 e che sia provvisto sufficientemente di beni esteriori, non per un accidentale periodo di tempo, bens\u00ec lungo tutta la sua vita?&#8221; (Etica Nicomachea, libro I).<br \/>\nIn questa antichissima &#8220;ricetta&#8221; troviamo temi interessanti: c\u2019\u00e8 il senso della precariet\u00e0 dell\u2019esistenza umana, che si rispecchia nel desiderio di una stabilit\u00e0 nel tempo della felicit\u00e0; c\u2019\u00e8 la coscienza dell\u2019importanza della formazione, del lavoro su se stessi, del maturare moralmente, secondo una misura ideale che \u00e8 data dalla &#8220;perfezione&#8221;, dalla &#8220;pienezza&#8221; potremmo tradurre ancora; e c\u2019\u00e8 la consapevolezza della necessit\u00e0 di beni esteriori, di quel che occorre per vivere, qui per\u00f2 secondo una misura che \u00e8 quella della &#8220;sufficienza&#8221;, non dell\u2019abbondanza, del &#8220;quanto basta&#8221; pi\u00f9 che del pieno.<br \/>\nDa Aristotele il pensiero cristiano erediter\u00e0 questo specifico avvertimento: l\u2019accumulo di beni esteriori, al di l\u00e0 del necessario per una vita buona &#8211; la miseria, privando di educazione e cultura spegne anche la dimensione morale della persona &#8211; \u00e8 fonte di crescenti preoccupazioni e di schiavit\u00f9 interiori.<br \/>\nLo ribadir\u00e0 anche Agostino: &#8220;Lo spazio ci presenta cose da amare, che poi il tempo ci porta via, lasciando nell\u2019anima una folla di immagini che stimolano la cupidigia ora verso un oggetto ora verso un altro. Cos\u00ec l\u2019animo diviene inquieto e travagliato nel suo vano desiderio di possedere ci\u00f2 da cui \u00e8 posseduto&#8221;. (Agostino, De vera religione, 35,65).<br \/>\nEcco il rovesciamento che gi\u00e0 Aristotele aveva intuito: non \u00e8 l\u2019uomo a possedere la ricchezza, ma, nell\u2019accumulo, \u00e8 la ricchezza a possedere l\u2019uomo e a diventare spesso l\u2019idolo a cui l\u2019animo finisce per legarsi, perdendo, in particolare, la virt\u00f9 della giustizia, la capacit\u00e0 di condividere e di distribuire.<br \/>\nLa stessa affermazione categorica di Ges\u00f9, &#8220;Beati i poveri&#8221;, ci porta nel cuore di questa lezione antropologica antica sulla felicit\u00e0\/beatitudine, ed impariamo allora che la &#8220;povert\u00e0&#8221; porta con s\u00e9 due declinazioni diverse, eppure tra loro collegate.<br \/>\nPovert\u00e0 \u00e8 anzitutto libert\u00e0 interiore dai beni, in una condizione &#8211; quella umana &#8211; di precariet\u00e0 e di necessit\u00e0 fisiologica di consumo: il povero non \u00e8 libero dai bisogni, nessuno lo \u00e8, ma per affrontarli guarda alle relazioni, non all\u2019autosufficienza &#8211; illusoria &#8211; promessa dall\u2019accumulo.<br \/>\nCapiamo che non \u00e8 una &#8220;ricetta&#8221; che parla di misure, ma di attitudini e di scelte esistenziali: confidare negli altri, confidare in una comunit\u00e0, in una &#8220;rete&#8221; diremmo oggi, significa sperimentare il senso della fides, della fiducia, che \u00e8 anche fede e affidamento.<br \/>\nChi vive &#8220;da povero&#8221; sa, in fondo, che nessuno si salva da solo, n\u00e9 con le proprie sole forze.<br \/>\nLa seconda declinazione di povert\u00e0 \u00e8 per\u00f2 proprio quella che discende dal tradimento del senso spirituale, che origina cio\u00e8 dal suo contrario, dall\u2019avidit\u00e0 e dall\u2019accumulo, dall\u2019ansia di controllo e di potere, tutti tratti che il monachesimo ha ricondotto &#8211; ad esempio, nella lezione sui vizi capitali di Gregorio Magno &#8211; all\u2019unica radice della superbia, alla pretesa dell\u2019autosufficienza, all\u2019illusione di potersi salvare con le proprie forze.<br \/>\nDa questa radice nasce dunque, lo intuiamo facilmente, anche la miseria materiale: \u00e8 l\u2019accumulo da parte di alcuni che porta molti altri ben al di sotto di quella sufficienza gi\u00e0 immaginata da Aristotele.<br \/>\nEcco la povert\u00e0 che ci rimanda all\u2019ingiustizia sociale, all\u2019iniqua distribuzione delle ricchezze (che cresce nel mondo contemporaneo, anche nelle societ\u00e0 democratiche), all\u2019inimicizia, alle diverse forme di guerra per il controllo delle risorse.<br \/>\nSe teniamo presente questa antica lezione antropologico-spirituale comprendiamo anche perch\u00e9 nella Chiesa si \u00e8 fatta strada l\u2019idea che la povert\u00e0 sia un &#8220;luogo teologico&#8221; prima ancora che un fenomeno sociale a cui rispondere attraverso le opere di carit\u00e0.<br \/>\nChe si parta dall\u2019esperienza dell\u2019ingiustizia o che si parta da quella del proprio rapporto con i beni materiali, dall\u2019indubbia fatica nel rimanere liberi dai legami che ogni possesso tende a intessere, in breve si giunge ad interrogarsi sul senso della propria stessa esistenza, su quel che la fa fiorire e su quel che la mortifica, e qui troviamo la differenza radicale tra autosufficienza e relazioni, tra il tenere solo per s\u00e9 e il condividere, tra l\u2019isolarsi e il legarsi, tra il combattersi e il cooperare, tra il dividere e l\u2019unire.<br \/>\nLa povert\u00e0 \u00e8 letteralmente un luogo in cui il Vangelo parla ad alta voce: \u00e8 ai poveri, a chi riconosce le proprie esperienze di schiavit\u00f9 interiori o esteriori, che Ges\u00f9, ritratto dall\u2019evangelista Luca nella sinagoga di N\u00e0zaret, annuncia il compimento della profezia di liberazione di Isaia.<br \/>\n\u00c8 in chi vive il desiderio di essenzialit\u00e0 e di sobriet\u00e0 senza riuscire a vincere le proprie abitudini, cos\u00ec come in chi vive gli effetti materiali dell\u2019ingiustizia sociale senza trovare soccorso che il lieto annuncio si fa ancora pi\u00f9 udibile.<br \/>\nPossiamo allora aggiungere una considerazione, che ci pu\u00f2 riportare alle attenzioni della Cinquantesima Settimana Sociale dei Cattolici in Italia vissuta a Trieste, tra il 3 e il 7 luglio 2024: i poveri in attesa di liberazione non sono un soggetto passivo e incompetente. Sono &#8211; in qualche modo lo siamo tutti, perch\u00e9 il veleno del male non risparmia nessuno &#8211; al contrario proprio coloro che ne sanno di schiavit\u00f9, che ne sanno di miseria, di solitudine, di guerra, di insicurezza, di mancata accoglienza.<br \/>\nQuesto sapere amaro, ma niente affatto sterile, va a sua volta liberato, anzitutto dalla tentazione di trasformarsi in disperazione spirituale o in attesa di vendetta anzich\u00e9 in desiderio di vita buona per tutti. Ecco perch\u00e9 \u00e8 un sapere a cui occorre anzitutto dare parola, perch\u00e9 l\u2019amarezza possa depositarsi e uno sguardo pi\u00f9 limpido e condiviso su ci\u00f2 che fa male e su ci\u00f2 che fa bene, anche nello sviluppo della vita civile, possa emergere e farsi proposta e progetto.<br \/>\nDalla Settimana Sociale, tra le raccomandazioni elaborate dai Delegati per accrescere la partecipazione, non a caso si trova anche quella di &#8220;ripartire da chi oggi non ha voce, favorendo luoghi di ascolto e di inclusione per tutte le persone che si trovano in situazioni di fragilit\u00e0&#8221;, e proprio in occasione dell\u2019evento la Caritas diocesana di Trieste, coinvolgendo altre quattro Caritas della Delegazione Nord-Est ha sviluppato un percorso di progettazione partecipata sul tema &#8220;Diritto al lavoro, diritto al futuro&#8221;, con persone impegnate nel tradurre il loro amaro sapere in una risorsa per tutti. Sarebbe allora un errore politico &#8211; oltre che un fraintendimento spirituale &#8211; ridurre la povert\u00e0 alla sola dimensione dell\u2019indigenza, come se fosse solo un problema da risolvere, magari paternalisticamente.<br \/>\nAl contrario, la possibilit\u00e0 di elaborare un vivere sociale pi\u00f9 umano, pi\u00f9 centrato sulle relazioni che non sulle risorse, dipende proprio dall\u2019ascolto che sapremo dare alle voci amare e dal modo in cui queste potranno partecipare all\u2019elaborazione di un futuro pi\u00f9 giusto per tutti.<\/p>\n<p><em>prof. Giovanni Grandi, professore ordinario\u00a0 di Filosofia morale, Universit\u00e0 di Trieste<br \/>\n<\/em><\/p>\n<p>(Foto Calvarese\/SIR)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella Grecia del IV Secolo a.C., agli albori del pensiero filosofico, Aristotele rifletteva con i suoi allievi sulla felicit\u00e0, partendo da questa ipotesi: &#8220;Perch\u00e9 non chiamar beato un uomo che agisca secondo perfetta virt\u00f9 e che sia provvisto sufficientemente di beni esteriori, non per un accidentale periodo di tempo, bens\u00ec lungo tutta la sua vita?&#8221; (Etica Nicomachea, libro I). 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